mercoledì 13 settembre 2017

Machuca (2004)



Nel Cile pre-rivoluzionario del 1973, il preside di un istituto cattolico, cerca di favorire l'integrazione tra classi sociali differenti, accogliendo a scuola dei ragazzi provenienti dalla locale baraccopoli. Gonnzalo Infante, che fa parte della borghesia benestante e Pedro Machuca, che invece vive è tra quei ragazzi che vengono dalla zona povera della città, dopo un inizio diffidente, diventano buoni amici. Purtroppo l'integrazione non è ben vista da parte dell'alta borghesia e i conflitti che ne nasceranno influiranno nel rapporto dei due ragazzini.



E' possibile l'amicizia tra un indio e un bianco? Forse, ma non nel Cile del 1973, quando la rivoluzione era al suo apice e le differenze sociali erano ampliate dalla crisi economica e dai pregiudizi di chi non voleva favorire l'integrazione tra poveri e benestanti. Andrés Wood ci guida nella nascita di un'amicizia che non può durare e ci mostra quel periodo storico, visto con gli occhi di due bambini (in particolare da quelli di Gonzalo), non ancora adolescenti, e che alla fine segnerà entrambi.



La prima parte del film è quella più leggera, anche se non priva di spunti di riflessione; infatti l'integrazione tra benestanti e poveri all'inizio sarà affrontata con diffidenza da entrambe le parti, bloccati da evidenti differenze esteriori e dall'arroganza dimostrata dai primi, nei confronti dei secondi. Nonostante ciò Gonzalo e Machuca riescono a diventare amici e passeranno le loro giornate tra giochi, manifestazioni pacifiche e baci al latte condensato con la bella e orgogliosa Silvana (questa è forse una delle scene più belle del film). 



Poi, nella seconda parte del film, le cose lentamente cominciano a precipitare; Gonzalo vede la sua famiglia in crisi (infatti la madre frequenta un uomo più anziano che in cambio la riempi di soldi e regali), ma soprattutto, a causa dell'orgoglio di entrambi, l'amicizia con Machuca comincia a incrinarsi, per spezzarsi del tutto nel momento in cui le truppe di Pinochet irrompono con violenza a Santiago, portando disordine e sofferenza. La sequenza a scuola, nel prefinale, per quanto molto significativa, con i militari che hanno preso possesso dell'istituto, sembra presa direttamente da "L'attimo fuggente", per cui risulta essere un po' stonata rispetto al resto del film. 



Nel finale, Gonzalo deciderà di tornare dall'amico, ma attraversando la baraccopoli in cui questi vive, assisterà alla violenza perpetrata dai soldati, per farla sgomberare e rimarrà duramente da ciò.Significativa la sequenza in cui un soldato vorrebbe spingere il ragazzo assieme agli altri sfollati, ma lui impaurito gli fa notare di non appartenere a quella gente, quasi a negare l'amicizia con Machuca, pur di salvarsi la pelle, come Pietro fece con Gesù quando i soldati vennero a cercare gli apostoli. 



In questo momento gli sguardi dei due bambini si incroceranno e in entrambi si legge il dolore per un'amicizia impossibilitata dal contesto storico e sociale.Nella sequenza finale vera e propria vediamo un Gonzalo cambiato dagli eventi, ma che ha capito finalmente, quali sono veramente i valori veramente importanti. Molto bravi gli attori, in particolare i due giovani protagonisti, entrambi esordienti sul grande schermo.

sabato 9 settembre 2017

XX - Donne da morire (2017)




Come al mio buon amico Cassidy, anche a me piacciono i film antologici, ancor di più se sono horror e questo "XX - Donne da morire" non fa eccezione e seppure non raggiunga i livelli di opere come "Creepshow","Body Bags" o "L'occhio del gatto", alla fine ne viene fuori una pellicola dignitosa che in qualche momento ha dei picchi decisamente interessanti. A questo va aggiunto che questa è un'antologia completamente al femminile e, anche se non ce n'era bisogno, dimostra che anche le donne sanno dirigere film "cattivi".

Il film si divide dunque in quattro storie, ognuna delle quali ha per protagonista una donna (e in tre questa è una madre disturbata). Quattro storie diverse, non sempre riuscite, ma che alla fine portano a casa la pagnotta, riuscendo anche a disturbare.
Le storie sono collegate l'una all'altra da una sorta di presentazione con bambole ed oggetti in stop motion, che sembrano rifarsi al cinema di Jan Svankmajer, che già da sole sono piuttosto inquietanti.
Ma ora vediamo di esaminare singolarmente ogni storia:


THE BOX


Una madre sta rientrando a casa in metropolitana assieme ai due figli, quando il più piccolo, incuriosito dal pacco che un signore, seduto accanto a lui, tiene sulle ginocchia, gli chiede di vedere cosa contiene. L'uomo mostra il contenuto del pacco al bambino che ne rimane profondamente turbato, tanto da decidere di smettere di mangiare. Nonostante i gustosi (???) pasti, il ragazzino si lascerà deperire un po' alla volta e anzi, "contagiando" anche la sorella e il padre, che lo seguiranno nel suo destino. Solo la madre ne rimane esclusa, che inizialmente sottovaluta la gravità della situazione ed egoisticamente continuerà a mangiare mentre la sua famiglia si lascia morire di fame.
Forse per questo sogna di sacrificarsi a loro, permettendo che si nutrano delle sue carni, in una delle scene più forti dell'intera antologia.
Il finale è aperto e proprio per questo mi è piaciuto particolarmente; non da spiegazioni, non si sa cosa abbia visto il bambino nel pacco e se in altre occasioni ciò avrebbe potuto farmi storcere il naso, in questo caso è la scelta giusta.


THE BIRTHDAY CAKE


Questo più che un racconto horror è una commedia nera, profondamente malata e disturbante.
In questo segmento, si racconta di una madre che sta organizzando la festa di compleanno della figlioletta e che quando questa entra nello studio del marito per portarvi alcuni oggetti, trova l'uomo morto per cause misteriose, ma non volendo rovinare la festa alla bambina, cercherà più volte di nascondere il cadavere, ma venendo sempre disturbata da qualche imprevisto.
Immagino che qui la fonte di ispirazione sia Hitchcock e in particolare "La congiura degli innocenti", tanto che un'inquadratura in particolare, sembra presa quasi identica (forse come omaggio) all'opera del regista inglese


DON'T FALL


A differenza delle altre storie, in questa non si racconta di madri sbarellate, ma di un gruppo di amici, che in escursione tra le alture desertiche, disturba il sonno di un qualche antica entità che prenderà il possesso di una dei ragazzi, che poi si trasformerà in un orribile mostro assetato di sangue.
Come dicevo questo segmento si differenzia dagli altri, sia per la tematica, sia perché si rivela essere quello più "propriamente" horror, mettendo in scena un'orrenda creatura e una buona dose di emoglobina, anche se a livello narrativo la storia è la più debole del quartetto.


HER ONLY LIVING SON



In quest'ultimo episodio, troviamo ancora una madre che nasconde un segreto, assieme al figlio che sta per compiere diciotto anni. Il ragazzo si comporta in maniera sempre più strana, così come molti degli abitanti della cittadina dove i due sono andati a vivere, per fuggire al padre dell'adolescente, tanto da perdonargli anche i suoi atteggiamenti più violenti. Evidente è dove la regista è andata ad attingere per scrivere e dirigere questo episodio, forse solo come ispirazione, forse come ideale seguito. Peccato per il finale, che risulta non del tutto riuscito


Concludendo si può affermare che "XX" è un'opera senza infamia e senza lode, che permette di passare poco meno di ottanta minuti divertendosi e con qualche piccolo brivido, ma sapendo che si sta vedendo un film facilmente dimenticabile.


giovedì 7 settembre 2017

Blu

Ancora un vecchio racconto (questo fa parte di un ideale trittico assieme ai racconti "Bianco" e "Rosso" a cui ho cambiato il finale...giusto per...Beh prima leggetelo e poi ditemi cosa ne pensate...


Da quanto tempo stava vagando in quella infinita distesa blu? Sei giorni? Forse sette… Oramai aveva perso il conto… Il sole alto nel cielo gli stava bruciando la pelle e facendo salire la febbre. Per quanto attento fosse stato, ormai le poche razioni di cibo e acqua che gli avevano lasciato, prima di abbandonarlo in mezzo all’oceano, dopo che lo avevano trovato nascosto nella stiva, stavano per finire e il processo di disidratazione era già iniziato da qualche giorno. Quanto avrebbe potuto resistere in quelle condizioni? Due giorni, forse tre se era fortunato. Ma data la situazione era chiaro che la fortuna lo aveva abbandonato già da un pezzo.
Si alzò a sedere e si guardò stancamente attorno . Sperava di poter scorgere il profilo di qualche terra, o la silhouette di una nave; al momento si sarebbe accontentato di vedere l’avvicinarsi di qualche nuvola carica di pioggia, ma attorno a lui si vedeva solo l’azzurro del cielo e il blu del mare.
Prese lo zaino che conteneva il cibo e ne tirò fuori l’ultimo pezzo di cioccolata. Rimase qualche istante a fissarla chiedendosi se fosse il caso di conservarla  per un momento di maggiore necessità, ma  rendendosi conto dell’assurdità di quel pensiero, cominciò a ridere debolmente e poi a tossire sempre più violentemente. Quando la tosse si calmò, divorò avidamente quell’ultimo residuo di cibo; almeno se fosse morto, lo avrebbe fatto con un sapore dolce in bocca…
Ormai convinto che sarebbe morto di sete ancor prima che di fame, pensò di provare a ispezionare meglio lo zaino e in una tasca all’interno, trovò un lungo pezzo di corda, un coltello e un accendino. Bene, pensò, forse la sorte stava cominciando a sorridergli, allora con un po’ di fortuna sarebbe riuscito a far bollire dell’acqua per renderla potabile e con il coltello avrebbe potuto pescare qualche piccolo pesce. Ritemprato da questo pensiero ,decise di provare subito a catturare qualche preda; si legò un capo della corda ad una caviglia e l’altro lo legò al maniglione a poppa della scialuppa, quindi si tuffò in acqua.
Man mano che scendeva il blu del mare diventava sempre più scuro, poi ad un certo punto sentì una fitta alla caviglia e capì di essere arrivato al limite che la corda gli consentisse di arrivare, la visibilità sott’acqua era ancora abbastanza buona, ma decise comunque di risalire qualche metro per poter scorgere meglio le sue prede. E fu proprio mentre risaliva che vide quel grosso pesce che nuotava poco sotto la sua barca. Non sapeva che tipo di pesce fosse, ne tantomeno se  fosse velenoso, ma ormai la cosa aveva poca importanza, per cui non si pose nemmeno la questione e gli si lanciò incontro con il coltello sguainato.
Al  primo affondo procurò al pesce una lunga ferita sul lato sinistro, dall’occhio fino alla pinna caudale, ma l’animale, anziché arrendersi cominciò prima a dibattersi con forza, poi a scendere rapidamente sempre più in profondità  rendendo vano ogni tentativo di catturarlo.
Ormai sentiva il fiato venirgli meno, per cui decise di lasciar pesce e di tornare in superficie a recuperare qualche boccata d’aria. Era quasi arrivato, quando sentì un dolore così lancinante che credeva non avrebbe mai potuto provare. Un enorme squalo, probabilmente attirato dal sangue del pesce che aveva ferito, gli aveva addentato la caviglia legata alla corda, staccandogli di netto il piede che ora spuntava dalle mascelle ghignanti del pescecane. Con i polmoni che gli stavano per esplodere, la gamba che gli faceva un male atroce e il moncherino che sanguinava copiosamente, cercò di nuotare più rapidamente possibile verso la superficie,  per fuggire al temibile predatore.
 Fortunatamente riuscì a salire sulla scialuppa prima che lo squalo tentasse un nuovo attacco, cadendo immediatamente svenuto; quando riprese conoscenza si sentì ancora più debole e non gli ci volle molto a capire il perché:  tutta la prua era sporca del suo stesso sangue che continuava a uscirgli dalla caviglia mozzata e per fortuna che l’acqua salata aveva in parte rallentato la perdita di sangue, tuttavia non poteva  certo sperare di fermare l’emorragia sono con l’acqua marina. Avvolse la t-shirt attorno al moncherino  e strinse un pezzo di corda attorno alla caviglia per rallentare la circolazione, ma anche così non poteva sperare di sopravvivere a lungo. La soluzione era una sola e lui lo sapeva benissimo.
Con lo stomaco che gli si stava rivoltando, recuperò l’accendino dallo zaino e iniziò a scaldare la lama del coltello. L’operazione richiese quasi una decina di minuti, poiché la fiamma era piccola, ma poi l’arma era sufficientemente calda per portare a termine il lavoro che si era proposto. Quando affondò la lama sulle morbide carni della ferita, il mondo cominciò nuovamente a vorticare e solo grazie alla sua infinita voglia di sopravvivere, riuscì a non svenire e a finire la dolorosa operazione, dopodiché scivolò in un sonno profondo.
Si risvegliò ai primi morsi della fame, confuso, non rendendosi ben conto di dove si trovasse; e quando finalmente ricordò dove si trovava e qual era la sua situazione, inizio a piangere sommessamente.
Allora, ricordò un racconto che aveva letto qualche anno prima, L’arte di sopravvivere, di Stephen King, in cui un uomo, naufragato su un isolotto, nel profondo blu dell’oceano Pacifico, si trovava presto senza cibo e pur di sopravvivere si amputava, un po’ alla volta, gli arti inferiori per cibarsene.
Guardò il moncherino dolorante e si chiese se anche lui avrebbe trovato il coraggio di fare una cosa simile, ma al solo pensiero sentì lo stomaco rivoltarsi, ma riuscì solo a rigurgitare aria.
Gettò il coltello in acqua e si lasciò scivolare nuovamente sul fondo della scialuppa, ormai totalmente privo di forze e rassegnato a morire, ma fu proprio allora, mentre il blu del mare si confondeva con l’azzurro del cielo, prima che tutto diventasse un unico indistinto grigio, che qualcosa, nel cielo, gli fece tornare una flebile speranza. A qualche metro sopra la sua testa c'era un gabbiano che girava in tondo, come fosse alla ricerca di cibo.
Rincuorato da quella visione, convinto di essere vicino alla terra ferma, o quanto meno ad una grossa nave, scivolò serenamente in un profondo sonno, solo un istante prima di potersi accorgere che anche quel gabbiano era venuto lì per morire da solo.

lunedì 4 settembre 2017

Brividi d'asfalto

La strada, si sa, è un luogo che può essere molto pericoloso e quella che porta al cinema lo è ancora di più. Infatti lungo queste lingue d'asfalto rischi di dover affrontare automobili indemoniate, sadici camionisti o pazzi killer autostoppisti...Ecco dunque sette film che ricordano quanto sia potenzialmente letale uscire per strada:

Duel (1971): David Mann, un rappresentante in viaggio d'affari con la sua automobile, durante il tragitto supera una vecchia e arrugginita autocisterna. Poco dopo, il camionista lo supera a sua volta, salvo poi rallentare di nuovo e quando David lo sorpassa nuovamente questi lo prende come una sfida personale e inizia un gioco del gatto col topo con il povero David.
Questo è uno di quei film che io definisco da "scuola di cinema". Sorretto dalla solida sceneggiatura di Richard Matheson (il film è tratto da un suo racconto), la pellicola è un crescendo di tensione con pochi, se non nessun calo di ritmo.
Inizialmente prodotto per la tv, ha avuto un tale successo che Spielberg fu costretto ad allungarne la durata per poterlo trasmettere nei cinema di tutto il mondo.



La macchina nera (1977): Un paesino del Nuovo Messico è terrorizzato da un'automobile nera che in pochi giorni uccide diverse persone. Ben presto si scoprirà che l'auto non è altro che l'incarnazione del demonio. Elliot Silverstein dirige un buon thriller, ispirandosi in parte a Duel di Steven Spielberg, convincente soprattutto dal punto di vista tecnico (memorabile l'inizio del film con la vista in soggettiva dall'interno dell'automobile). Non del tutto soddisfacente, invece, la sceneggiatura che non sempre riesce a alta la suspense. Infine va ricordata la presenza dell'attore James Brolin, padre del noto Josh Brolin (I Goonies, Non è un paese per vecchi, Milk...)



Christine - La macchina infernale (1983): Arnie Cunningham è il classico ragazzo imbranato, vittima degli scherzi dei bulli della scuola. Un giorno, mentre sta tornando a casa assieme all'amico Dennis, nel giardino di un anziano contadino, il ragazzo vede una vecchia e malridotta Plymouth Fury. Nonostante le pessime condizioni del veicolo e l'opinione contraria dell'amico, Arnie decide di acquistare il veicolo. Quello che però non sa è che l'auto è posseduta da un'entità malefica che si nutre dell'amore che il proprietario prova per se stessa, portandolo così ad autodistruggersi.
John Carpenter dirige un film low budget, ma come sempre con la classe che lo ha sempre contraddistinto, anche quando ha girato, di malavoglia, film su commissione.
Il regista si è preso diverse libertà rispetto al romanzo di Stephen King su cui si basa la pellicola, ma il prodotto è comunque efficace e ricco di suspense, grazie anche a degli ottimi effetti speciali e alle musiche firmate dalla stesso Carpenter.



Brivido (1986): La congiunzione di una misteriosa cometa con terra provoca la ribellione di tutte le macchine contro gli uomini. Un piccolo gruppo di sopravvissuti si ritrova prigioniero in una stazione di servizio, tenuti sotto scacco da diversi TIR, tra cui uno con un'enorme maschera da goblin sul radiatore. Dopo un'estenuante lotta con il nemico, i pochi rimasti vivi, troveranno la salvezza attraverso le fognature, in attesa che passi l'effetto della cometa.
Primo e per ora unico (fortunatamente) film da regista di Stephen King, che qui adatta per il grande schermo, uno suo racconto dal titolo Camion, tratto dalla raccolta di racconti A volte ritornano. 
Il film, visto con occhi da critico, è piuttosto debole e poco convincente, eppure è riuscito a diventare un cult assoluto e a cui io sono particolarmente affezionato, forse proprio per l'assurdità di alcune scene, per i personaggi sopra le righe o per la "cattiveria" di alcune sequenze.
E poi ci sono le magnifiche musiche degli AC/DC e questo è sufficiente ad elevare il film allo status di "mitico!"



The Hitcher - La lunga strada della paura (1986): Jim Halsey, un giovane che da Chicago sta portando un'auto a San Diego per consegnarla al proprietario, dopo aver rischiato un incidente, per un colpo di sonno, decide di dare un passaggio ad un autostoppista, sperando così di restare sveglio. Tuttavia, l'uomo che dice di chiamarsi John Ryder gli confessa di essere un killer e gli mostra un coltello insanguinato. Terrorizzato, Jim riesce in qualche modo a liberarsi del pericoloso compagno di viaggio, ma questi comparirà più volte sulla sua strada, sempre intenzionato a ucciderlo.
Film eccezionale, che tiene lo spettatore continuamente in tensione e che seppure le scene più cruente rimangano nascoste, non disdegna momenti decisamente "cattivi".
Eric Red, (che ha scritto anche film per Kathryn Bigelow, tra cui lo splendido Il buio si avvicina)lo sceneggiatore, ha detto di essersi ispirato alla canzone Riders on the storm dei Doors, canzone a sua volta ispirata alle gesta del serial killer Billy Cook.
Rutger Hauer è semplicemente perfetto nel ruolo del pazzo assassino, qui forse in uno dei suoi ruoli migliori.
Il film ha avuto un inutile sequel e un ancora più inutile remake (consiglio di mantenersi a debita distanza).



Le strade della paura (1989): Travis è un bambino di nove anni che ha assistito ad un omicidio di mafia e per questo vive sotto protezione in un luogo segreto in Oklahoma. Tuttavia due killer scoprono dove questi si nasconde e dopo aver ucciso gli agenti dell'FBI che dovrebbero proteggerlo e i suoi genitori, rapiscono il ragazzino per portarlo dai loro capi che vogliono interrogarlo. Quando però, durante il viaggio, Travis si accorge che i due uomini, diversissimi di carattere, a fatica si sopportano, cercherà in tutti i modi di metterli l'uno contro l'altro.
Eric Red, ancora una volta, scrive (e qui anche dirige) un thriller tesissimo, un film che non lascia respiro e tiene inchiodati alla poltrona, cosa che acquista maggior valore, considerando che la pellicola è quasi interamente ambientata all'interno dell'auto dei due killer.
Ottimi tutti gli interpreti, dal sempre bravissimo Roy Scheider al monolitico Adam Baldwin, passando per il giovanissimo Harley Cross.



Dead End - Quella strada nel bosco (2003): Frank Harrington, come ogni anno, sta portando la sua famiglia a festeggiare il Natale a casa dei suoceri, tuttavia quest'anno decide di prendere una deviazione che lo porterà ad attraversare un oscuro bosco di cui non si vede la fine. Quando sulla loro strada appariranno una misteriosa donna in bianco e un inquietante auto nera senza conducente, uno alla volta i famigliari andranno in contro ad un'orrenda fine.
Tra i film che ho scelto per questa lista è forse il meno riuscito complessivamente, ma anche il più interessante come idea. Nonostante qualche caduta nei tempi. la pellicola riesce a trasmettere buona tensione soprattutto quando appare la paurosa automobile nera.
Gli attori se la cavano, su tutti ricordiamo Ray Wise, noto soprattutto per il ruolo di Leland Palmer in Twin Peaks. Interessante il finale.


martedì 29 agosto 2017

Jolly Killer (1986)



Rieccomi qua, un'anno dopo (circa) per la "Notte Horror Blogger Edition"; molti di voi ricorderanno la trasmissione cult di Italia 1, iniziata nel 1989 con "Zio Tibia Picture Show", proseguita l'anno successivo con "Venerdì con Zio Tibia" e poi divenuta semplicemente "Notte Horror", in seguito spostata al martedì sera dopo il "Festivalbar", ecco con questa rubrica, noi blogger appassionati, vogliamo ricordare proprio quella trasmissione che ci ha fatto passare tante notti emozionanti, abbracciati al cuscino, sussultando ad ogni minimo rumore.



Anche quest'anno avrò l'onore e l'onere di concludere la rassegna e a farmi compagnia in questa lunga serata sarà l'amico Cassidy di Bara Volante che presenterà il film "Sbirri oltre la vita"
Il film che invece ho scelto per voi è un piccolo cult, poco conosciuto se non proprio dagli appassionati del genere e che per molto tempo è stato di difficile reperibilità; sto parlando di "Jolly Killer"
In realtà, qualche anno fa, questa pellicola veniva passata spesso in alcuni canali locali a tarda notte ed è proprio in una di queste occasioni che l'ho vista per la prima volta.




Ed ora...Trama:

Marty Rantzen è il classico studente secchione, imbranato e un po' "sfigato", vittima degli scherzi dei compagni più popolari. Il primo aprile, giorno del suo compleanno, la bella della classe lo attira nei bagni femminili con la scusa di un incontro amoroso, ma in realtà con l'intenzione di tendergli l'ennesimo scherzo che lo vedrà ritrovarsi nudo e umiliato davanti a tutti. Scoperti dall'insegnante di ginnastica, i ragazzi verranno puniti. Questi, ritenendo Marty colpevole della loro pena, decidono di giocargli un nuovo scherzo, sabotando il suo esperimento di chimica, ma questa volta le cose andranno nel peggiore dei modi, infatti il povero Marty finirà con il volto e parte del corpo orribilmente sfigurati. Sei anni dopo, ormai cresciuti, ma non molto cambiati, i giovani ricevono un invito per un raduno degli ex studenti che si terrà il primo aprile, nel vecchio liceo ormai in disuso.
Ad attenderli troveranno un misterioso killer mascherato come il Jolly che darà la caccia a tutti loro.



Negli anni 80, gli slasher movie andavano forte ed erano quelli che, più di altri, attiravano il pubblico giovanile. Consapevoli di ciò, gli autori di "Venerdì 13", scrissero questa pellicola, non riuscendo però a replicare il successo del film di Sean S. Cunningham.
Tuttavia, nonostante i numerosi difetti, "Jolly Killer" resta un film gradevole e dignitoso, con diversi buoni momenti legati alle scene più forti.
Il film è infatti il classico teen horror interpretato da attori per lo più sconosciuti e alle prime parti, a parte la scream queen Caroline Munro; ed è proprio l'interpretazione di alcuni degli attori a  non sembrare sempre all'altezza, forse anche per colpa dello scarso doppiaggio italiano.
Un'altra pecca viene da una sceneggiatura che mostra diversi buchi e situazioni non sempre chiare e a volte ripetitive.



Buona è invece la regia, sia nei movimenti di telecamera (come negli inseguimenti per i corridoi della scuola), sia nelle inquadrature fisse delle location, con interessanti giochi di ombre, soprattutto quando dopo il lampo, appare la silhouette del Jolly accompagnata dal rumore, inquietante, dei sonagli.
Molto intriganti sono i vari omicidi, che nonostante un budget ridottissimo, risultano efficaci e disturbanti, invece le musiche sono abbastanza strambe in quanto per alcune scene sono ben inserite e creano il giusto pathos, mentre in altre risultano eccessivamente leggere togliendo tutta la suspense necessaria.



Oltre alle varie morti, come detto ben realizzate, va ricordata la breve sequenza in cui gli autori omaggiano Jason Voorhees e la saga di "Venerdì 13".
"Jolly Killer" è dunque un buon prodotto, non eccezionale sicuramente, ma che assicura un'ora e mezza di puro divertimento, con un assassino originale e intelligente, come pochi ce ne sono stati nel panorama horror di ogni tempo.
Il film, a differenza di molte altre pellicole di successo, non ha avuto alcun sequel, anche se qualcuno pensa che "La scuola degli orrori", realizzato un'anno dopo e che vede l'esordio di George Clooney, possa essere un presunto seguito.





Curioso che il film sia noto con ben tre titoli, infatti inizialmente i produttori avevano intenzione di farlo uscire con il titolo "April fool's day", ma quando vennero a conoscenza che la Paramount stava uscendo con una pellicola dallo stesso titolo lo cambiarono in "Slaughter High"...decisamente meglio il titolo nostrano.
Va infine ricordata la prematura scomparsa del protagonista Simon Scuddamore, che interpreta Marty Rantzen, morto suicida per overdose.




lunedì 28 agosto 2017

La donna sulla Punto rossa



Ancora un vecchio racconto:

Al ritorno da una serata passata in compagnia, un tale che stava guidando su una strada secondaria, quando nota sul ciglio della strada una bella ragazza che faceva l’autostop. Dopo un attimo di esitazione decide comunque di fermarsi e di darle un passaggio.
Durante il tragitto la ragazza si dimostra simpatica e loquace, così i due chiacchierano molto.
Ad un certo punto lei dice di aver freddo, così l’uomo le presta la sua giacca.
Dopo qualche chilometro la ragazza si fa lasciare nei pressi di una casa isolata, e dopo aver salutato se ne va. A questo punto lui si accorge che la giovane ha tenuto con se la sua giacca, ma decide di tornare a prenderla il giorno seguente, così avrebbe avuto una scusa per rivedere la bella autopista.
Il giorno dopo tornò dunque a casa della ragazza e quando suonò alla porta, ad aprirgli venne un anziana signora. Lui disse di essere venuto a riprendersi la giacca che aveva prestato la sera precedente alla figlia. La signora disse che non era possibile poiché la figlia era morta da cinque anni. Il ragazzo sbigottito si fece indicare dov’era sepolta la ragazza. Quando arrivò alla tomba, il ragazzo si bloccò impietrito, la foto sulla lapide era proprio della giovane alla quale aveva dato un passaggio la notte prima, ma ciò che gli fece gelare il sangue nelle vene fu un’altra cosa.
Appoggiata sulla lastra tombale c’era la sua giacca a cui era stato appuntato un biglietto che diceva: “GRAZIE”

Questa è una delle leggende metropolitane più diffuse in assoluto, che credo ognuno di noi si sia sentito raccontare o abbia raccontato almeno una volta in vita sua, magari con qualche piccola differenza, ma i cui punti fondamentali rimangono gli stessi. E così l’ho sempre presa io; come una storia da narrare durante una serata passata tra amici, per spaventare le ragazze con la scusa poi di abbracciarle voluttuosamente, quando queste ci sarebbero saltate addosso impaurite.
Mi sbagliavo. Ora, dopo quanto mi è accaduto non più di due mesi fa, credo che certe storie non siano semplicemente veritiere, ma reali; fatti veri accaduti realmente.

Tutto ha avuto inizio lo scorso 17 agosto. Quella mattina ero stato nel nuovo appartamento, dove mi sono poi trasferito con Giulia, per controllare che i lavori proseguissero regolarmente secondo gli accordi presi col costruttore. L’appartamento si trova a meno di un chilometro dalla casa dei miei genitori, in un quartiere  costituito da un'unica via, che a ferro di cavallo, gira attorno ad un piccolo nucleo di palazzine e case a schiera.
Avendo ancora alcune cose da sistemare, a mezzogiorno mi preparai un paio di panini, tirai fuori l’unica una birra che avevo in un frigo ancora vuoto, e mi sedetti in terrazza a consumare il mio frugale pranzo. Il sole picchiava con forza, in un cielo sgombro da nuvole, sul quartiere silenzioso.
In quel momento, soltanto una mezza dozzina tra appartamenti e villette erano abitati, mentre altrettante abitazioni si sarebbero riempite da li a poco, quando i padroni di casa sarebbero tornati dalle ferie. La maggior parte degli edifici era dunque vuota e così, in quel primo pomeriggio di un giorno di metà agosto, l’unico rumore che si poteva udire in tutto il quartiere era la voce della giornalista televisiva, proveniente da una finestra aperta in qualche angolo nascosto.
Tutta quella quiete, insieme allo stomaco sufficientemente sazio, mi fecero cadere in un breve, seppur profondo, stato di sonno.
Quando mi risvegliai erano quasi le due; il sole continuava imperterrito a soffocare l’aria e la gola mi bruciava come se avessi inghiottito dei pezzi di vetro. La poca birra rimasta nella bottiglia era ormai imbevibile, per cui mi decisi a finire gli ultimi lavori per poi andare al Feeling a farmi un paio di spritz.
Salii in auto e accesi immediatamente l’aria condizionata per far fronte alla pesante cappa di caldo che si era formata all’interno dell’abitacolo.
Lasciando la via, con un gesto della mano salutai alcuni ragazzini, scesi in strada a giocare a rincorrersi con i gavettoni, quindi svoltai a sinistra per uscire dal quartiere e mi accodai ad una Punto rossa ferma allo stop.
La strada era completamente deserta, ma l’auto di fronte a me non accennava a sgombrare l’incrocio; stavo per suonare un colpo di clacson, quando dal finestrino del conducente sbucò una mano femminile che mi fece cenno di affiancarmi.
Alla guida c’era una signora di circa quarant’anni; i capelli biondi e cortissimi le conferivano un aspetto quasi androgino, mentre gli occhi erano nascosti da un paio di scuri occhiali da sole.
“Ha bisogno di aiuto?” le chiesi abbassando il finestrino dal lato del passeggero.
Lei si tolse gli occhiali e mi sorrise imbarazzata.
“Veramente si” rispose “sto cercando una vecchia villa con un grande cancello in ferro…”  e dopo aver riflettuto un attimo continuò “mi hanno detto che è in Via delle Camelie.”
Capii subito di quale abitazione stava parlando; ad un paio di chilometri da li, lungo una strada non asfaltata che passava tra i campi dei contadini locali e che andava a perdersi nei pressi di un faggeto, si ergeva un’antica villa dal giardino enorme, ricco di altissimi alberi e al cui ingresso, a renderla ancora più misteriosa, c’era un imponente cancello in ferro battuto.
“Si ho capito, se vuole le faccio strada io” proposi alla donna.
“Sarebbe molto gentile da parte sua.” rispose lei mentre tornava ad indossare gli occhiali.
Le feci dunque segno di seguirmi e girai a sinistra per avviarmi verso la strada principale, ma quando osservai dallo specchietto retrovisore, mi accorsi che la signora non mi stava seguendo. Accostai sul lato della strada, pensando che forse stava sistemando alcune cose in auto, ma dopo alcuni minuti ancora non si vedeva nessuno. Feci una veloce retromarcia fino all’incrocio, ma incredibilmente lo trovai deserto. Inizialmente considerai che forse mi aveva voluto fare uno scherzo, ma scartai subito quell’ipotesi, soprattutto perché non c’era assolutamente nulla di comico in uno scherzo così. Pensai, allora, che forse aveva fatto il giro del quartiere per uscire in fondo alla strada, anche se la cosa sarebbe stata, quanto meno insensata. Perché fare inversione, tornare indietro e venir fuori qualche centinaio di metri più avanti, quando uscendo da quell’incrocio avrebbe risparmiato tempo e le energie di una manovra inutile? Decisi comunque di controllare e feci il giro in direzione opposta in maniera da venirle incontro, in caso avesse deciso di fare quell’assurda manovra, ma non trovai traccia della signora bionda, ne della sua Punto rossa.
Cominciai a provare una  sorta di disagio; in quella situazione c’era qualcosa di assolutamente sbagliato. Da quando mi ero offerto di accompagnarla erano passati meno di cinque minuti, dunque anche prendendo per buona la teoria dello scherzo,  non avrebbe avuto il tempo di nascondersi da nessuna parte, anche perché, come ho già detto, in quel quartiere non c’erano stradine secondarie o laterali, ma un'unica via a ferro di cavallo. Feci un’altra volta il giro, per accertarmi di non essermi sbagliato, magari avevo incrociato l’auto senza accorgermene, ma anche questa volta non ebbi maggior fortuna. Provai a chiedere ai ragazzini che stavano giocando per strada se avessero visto qualcosa, ma mi risposero che  non avevano visto passare nessun’auto a parte la mia.
A quel punto un brivido mi percorse la spina dorsale. Semplicemente la donna nella Punto rossa era svanita nel nulla; o forse non c’era mai stata…
Continuai a rimuginare su quella storia per tutto il resto del pomeriggio, tuttavia quella sera a cena con tutta la compagnia, non volevo che gli altri si preoccupassero per me, per cui cercai di comportarmi come al solito. Poi Alberto raccontò la sua storia e tutto cambiò.
“L’altro giorno mi è capitato un fatto stranissimo” esordì “stavo tornado dalla palestra, ed ero nei pressi del quartiere dove Matteo e Giulia si stanno costruendo l’appartamento. Sul lato della strada ho notato una bella donna su una Punto rossa che sembrava in difficoltà. Le ho chiesto se potevo esserle d’aiuto e lei mi ha chiesto indicazioni per la vecchia villa vicina al bosco di faggi. Le ho spiegato come arrivarci e l’ho salutata, ma appena ripartito mi sono reso conto che avevo sbagliato nel spiegarle la strada, allora mi sono fermato…”
“Ma quando ti sei voltato per richiamarla lei era sparita nel nulla” intervenni io “era sparita nel nulla nonostante non avesse avuto il tempo di allontanarsi”
“Esatto, ma tu come fai a….che c’è Matteo?”
Si voltarono tutti a guardarmi, ero improvvisamente impallidito e stavo vistosamente tremando.
“L’ho vista anch’io” affermai
Raccontai così quello che mi era accaduto quel pomeriggio e quando finii sulla tavola era calato un pesante silenzio. Nessuno sapeva cosa dire, fino a quando anche Patrizia disse:
“L’ha vista anche mia zia, e so che anche altra gente racconta di aver parlato con una donna bionda alla guida di una Punto rossa che sparisce all’improvviso”
In quel momento presi la decisione che avrei scoperto chi era quella donna, altrimenti avrei rischiato di ammalarmi.
Domandai un po’ di giro, ma senza ottenere nessuna informazione utile per far luce su quel mistero.
La cosa sicura ormai, è che avevo a che fare con un fantasma o qualcosa di simile, ma anche se qualcuno affermava di aver visto qualcosa di strano, nessuno aveva idea di chi potesse essere quella donna.
Alla fine le mie ricerche mi portarono alla vecchia villa, di cui la donna chiedeva sempre informazioni. Suonai al campanello dell’imponente cancellata e dalla dependance, adibita ad alloggio per il personale, venne ad aprirmi quello che doveva essere il maggiordomo.
“Si, prego?” chiese
Senza entrare troppo nei dettagli, gli dissi che stavo cercando una ragazza bionda di cui ignoravo il nome, ma che sapevo guidasse una Punto rossa e che l’ultima volta che avevo visto era diretta proprio in quella casa.
“Mi spiace, non ne so nulla” rispose lui gentilmente
“Potrei chiedere al padrone di casa?” insistetti
Il maggiordomo, si portò la mano al mento e fece roteare un paio di volte gli occhi, come a valutare la mia richiesta.
“D’accordo…” acconsentì alla fine
L’uomo mi accompagnò in casa  e mi fece accomodare in un salottino.
“Attenda qui un attimo”mi disse
Dopo qualche minuto mi venne ad accogliere un uomo anziano, di circa ottant’anni, alto e allampanato, camminava lento, trascinandosi dietro ad un grosso bastone da passeggio.
I capelli bianchi che gli scendevano lunghi fin oltre le spalle, gli incorniciavano un volto incredibilmente magro e spigoloso.
“Buongiorno, mi chiamo Matteo Zanardi” mi presentai
“Valerio Spada” rispose l’uomo guardandomi da sopra gli occhiali
Fui sorpreso dalla forza con la quale mi strinse la mano; non mi sarei mai aspettato tanta energia in braccia tanto esili.
“Cosa vuole esattamente da me?” chiese seccamente
Riferii al vecchio la stessa storia che avevo già raccontato al suo maggiordomo, ma questi mi interruppe con un gesto brusco della mano.
“Lei non può voler parlare con quella donna, mi dica cos’è venuto a fare qui”
“Perché, secondo lei, mi sarei inventato tutta questa storia?”
“Perché quella donna è un fantasma, almeno per quanto mi riguarda…”
Capii in quel momento che quell’uomo sapeva più di quanto sospettassi, decisi dunque di essere sincero fino in fondo, anche a costo che mi prendesse per pazzo. Gli raccontai, dunque, di quando incontrai la donna misteriosa e di come rimasi sconvolto quando mi accorsi che era sparita nel nulla; gli riferii che anche altra gente l’aveva vista e che se non avessi trovato soluzione a quel mistero non avrei più avuto pace.
Dopo aver ascoltato silenziosamente la mia storia il signor Spada trasse un profondo respiro, poi si avvicinò al tavolino e dal cassetto ne estrasse un oggetto che immediatamente mi porse.
Era una fotografia sulla quale era raffigurata la donna bionda affianco ad ragazzo dai capelli scuri, di qualche anno più giovane di lei.
“…è lei…” borbottai io
Invece di rispondermi il signor Spada cominciò a raccontare:
“Dieci anni fa, mio figlio Davide conobbe questa donna. Si chiamava Alice. Lei era più grande di lui di quasi dieci anni, ma si volevano comunque molto bene; almeno all’inizio. Per un breve periodo andarono a convivere, avevano anche fissato la data delle nozze, ma poi successe qualcosa. Davide cominciò a frequentare brutte compagnie, non so dove avesse conosciuto queste persone, ma fu spesso invischiato in storie di droga e sesso, e solo grazie alle mie conoscenze sono riuscito a non farlo finire in prigione. Dopo solo tre mesi che si erano conosciuti, Davide lasciò Alice e abbandonò il loro appartamento, andando a vivere a casa di uno dei suoi nuovi amici. Proprio in quel periodo Alice scoprì di essere incinta, per cui chiese a mio figlio di darle un aiuto economico per la crescita del figlio. Lui si rifiutò e le disse di non farsi più vedere altrimenti l’avrebbe ammazzata. Per un po’ lei se ne restò tranquilla, ma dopo un paio di settimane mi telefonò e mi disse che se non l’avessi aiutata avrebbe fatto condannare Davide, che aveva tra le mani delle prove che lo incriminavano e stavolta non avrei potuto far nulla per tenerlo fuori da questa vicenda.
Accettai di incontrarla con la speranza di giungere ad un compromesso e le diedi appuntamento qui da me; ma non sapevo che Davide aveva ascoltato quella telefonata.
Due giorni dopo Alice fu trovata all’interno della sua auto, una Punto rossa, in campo poco distante di qui, proprio dove ora c’è il quartiere dove lei, Matteo, ha comprato casa, ammazzata da un colpo di pistola alla testa. Il colpevole non fu mai trovato, ma un giorno, forse in un momento di rimorso, Davide ammise di essere stato lui, anche se poi negò la confessione.
Non ho mai trovato il coraggio di denunciare mio figlio, ma poi ci pensò il destino a rimediare.
Cinque anni fa il suo corpo fu ritrovato nell’appartamento che aveva per pochi mesi condiviso con Alice. Morì di overdose.
Quando lo seppellii sperai di seppellire con lui anche questa brutta storia, ma a quanto pare certi segreti non sono destinati a rimanere tali…”
Rimasi silenziosamente ad ascoltare il racconto di quel vecchio, poi mi alzai e strappai la foto che avevo ancora in mano.
Il signor Spada mi guardò stupito, poi capì e sorrise.
Lasciai quella casa e i misteri che la riguardavano, deciso a mettere la  parola fine su quella storia.

Da quel giorno non ho più rivisto Alice, ne la sua auto e per quanto ne so, nessun altro l’ho più rivista. 

martedì 22 agosto 2017

Leòn (1994)



Questo mese ho avuto poco tempo per seguire e soprattutto aggiornare il blog; già da qualche settimana è pronta la recensione per la Notte Horror dei blogger, ma poi tra impegni famigliari e meritate vacanze non ho avuto modo di mettermi al computer per scrivere altro, per cui, giusto per tenere viva la mia creatura, ripropongo una vecchia recensione...:




Al suo esordio hollywoodiano, Luc Besson dirige quello che è probabilmente il suo miglior film. "Léon" è un noir moderno, un film duro e tragico che racconta la storia di un amore impossibile, tra un sicario, e un ragazzina di dodici anni; lui è Léon (Jean Reno) un killer tanto spietato e preciso nel suo lavoro (la cui regola principale è "niente donne, niente bambini"), quanto ingenuo e di animo docile nella vita di tutti i giorni; lei è Mathilda (Natalie Portman), fuma sigarette di nascosto, odia la sua famiglia a parte il fratellino più piccolo al quale è molto affezionata, si dimostra piuttosto precoce e determinata a dispetto della giovane età.


Quando dei poliziotti corrotti le sterminano la famiglia, lei trova rifugio nell'appartamento di Léon, a cui chiede aiuto per vendicare la morte dell'amato fratellino. Inizialmente lui si rifiuta, ma in seguito, conquistato dalla determinatezza della bambina, la aiuta nel suo intento. Nel frattempo tra i due nasce un tenero rapporto di simbiosi in cui lui, le insegna i segreti del suo mestiere; lei invece, risveglia quell'umanità e quell'amore che l'uomo aveva da tempo soppresso. 


Il film si sviluppa così tra violente sparatorie e delicati momenti di serenità e giocosità, tra azione e buoni sentimenti, in un mix che funziona perfettamente, grazie ad un'ottima sceneggiatura e a degli interpreti superbi, a cui, oltre ai già citati Reno e Portman, va aggiunto un fantastico Gary Oldman, che qui interpreta la parte del poliziotto corrotto e drogato.