mercoledì 30 dicembre 2015

It Follows (2014)



Dopo il primo incontro amoroso con il suo ragazzo, Jay si risveglia legata ad una sedia. Lui le spiega che le ha trasmesso un virus, una maledizione, per cui sarà perseguitata da misteriose figure (a volte sconosciuti, altre persone familiari) che tenteranno di ucciderla. L’unico modo per liberarsi da questa condanna è andare a letto con qualcuno, passando a lui la dannazione.

“It Follows”, esso ti segue, già il titolo è qualcosa di geniale creando un alone di mistero attorno a questa cosa, a questa entità malefica che perseguita la protagonista del film e già dalla prima scena, che urla “Capenter” a pieni polmoni, capisci che siamo di fronte ad un prodotto di ottima levatura, perché si David Robert Mitchell, si ispira al regista di “Halloween”, ma lo fa con intelligenza , senza scopiazzare, ma ricreando a modo suo le ambientazioni in cui si muoveva Michael Myers.



Così pur avvicinandosi agli horror degli anni 70 e 80, “It Follows” ne è anche enormemente distante: le scene sanguinolente si contano sulle punte di tre dita, non ci sono rumori improvvisi o mostri che appaiono da dietro l’angolo, ma questo film riesce a essere altrettanto angosciante e spaventoso, grazie alla continua minaccia, che pur camminando lentamente, risulta inarrestabile. Il regista si muove molto bene dietro alla macchina da presa creando ottime inquadrature che scendono in morbosi dettagli. Perfetta anche la fotografia, che rispecchia l’animo dei protagonisti impauriti e malinconici e splendida la colonna sonora, che pure richiama il cinema Carpenteriano.
Il film non è certo privo di difetti, soprattutto di sceneggiatura, basti pensare alla scena della piscina che risulta un po’ forzata, e in altre scene i personaggi si comportano in maniera poco logica, ma stiamo pur sempre parlando di un horror e in ogni caso, in un prodotto del genere, qualche sbavatura si perdona.



Per quanto riguarda i significati, quello più evidente è quello di giovani abbandonati a se stessi e alle loro paure, in cui gli adulti sono assenti, se non peggio, nemici (l’entità nella già citata scena della piscina ne è une esempio). Mitchell invece si mantiene più vago sulla malattia (il male del secolo non viene mai nominato), non ci dice da dove proviene, non ci spiega chi sono questi esseri, non è ben chiaro nemmeno se voglia metterci in guardia dalla promiscuità sessuale, come faceva una vecchia pubblicità degli anni 80 e strizzando l’occhio al Cronenberg de “Il demone sotto la pelle” (e comunque ai teen-horror in generale in cui una regola non scritta prevede che chi cede al peccato della lussuria non arrivi vivo a fine film),o invece ci spinga ad avere più avventure possibili, dato che è l’unico modo di togliere la maledizione è passarla ad un’altra persona attraverso un rapporto sessuale.
 E così si arriva al bellissimo finale, aperto, ma per nulla consolatorio, un finale che ci lascia quella sensazione di disagio e inquietudine che fanno di questo film, uno dei migliori prodotti di genere dell’anno.

mercoledì 23 dicembre 2015

Non è buono ciò che è buono

E' quasi Natale: ecco dunque un racconto a tema, un po' diverso dai soliti...

“Perché mi fai questo?” chiese il piccolo Filippo rannicchiato in un angolo accanto al caminetto acceso.
“Perché sei stato cattivo” rispose l’uomo ridendo, e calò con forza la mannaia sulla testa del bambino, provocando un rumore secco, come di legna spezzata. Il sangue schizzò sul pavimento, sulle pareti e sulle tende della finestra; alcune gocce arrivarono addirittura sul soffitto. Poi gettò il corpo dentro ad un sacco, se lo caricò in spalla e se ne andò.
Arrivato a casa, passò per la cucina dove svuotò il sacco sul grosso tavolo in legno.  Ne uscirono una mezza dozzina di piccoli corpicini, alcuni dei quali fatti a pezzi, che macchiarono la tavola di sangue ancora fresco. Per un istante, l’uomo si ritrovò a fissare gli occhi ancora spalancati, dell’ultimo bambino a cui aveva fatto visita, ma si affrettò a distogliere lo sguardo.
“Ketkrókur!” chiamò
Un omino, basso di statura, arrivò tutto trafelato: "Si, capo!?"
“E’ arrivata la cena” rispose l’uomo indicando i cadaveri sul tavolo “i vestiti gettali con gli altri nello scantinato…Io intanto vado a lavarmi…”
“Va bene capo”
Mentre Ketkrókur, faceva bollire quelle tenere carni, l’uomo si infilò sotto la doccia bollente, lasciando che l’acqua gli scivolasse su tutto il corpo, portandosi via tutta la stanchezza accumulata quel giorno. Poi si insaponò per bene, lavando con cura la folta barba, e prima di uscire, si concesse una sega, ripensando a quella graziosa brunetta della sera prima. I migliori cinquanta euro spesi per una scopata.
Indossò l’accappatoio rosso, e poiché la cena non era ancora pronta, si accese un sigaro che andò a fumare in veranda. Le stelle erano particolarmente luminose quella sera e l’aria, fresca e frizzante; una serata ideale per portarsi avanti con il lavoro. Cominciava a essere stanco, erano ormai tre mesi che lavorava tutti i giorni, quattordici ore al giorno, la maggior parte delle quali di sera. Ma ormai mancava poco, ancora un paio di settimane e se ne sarebbe andato in vacanza; quest’anno a Santo Domingo, spiagge calde e ragazze seminude.
“Prima però mi ci vuole qualche lampada abbronzante” pensò “sono bianco come un cadavere”
Una voce interruppe i suoi pensieri.
“Cosa?”
“E’ pronto, capo” ripetè Ketkrókur
La grande tavola era stata preparata per una sola persona. Lui voleva così. Quando aveva finito, i suoi aiutanti potevano sedersi tutti assieme e finire quello che era rimasto, o anche cucinarsi qualcosa in più se preferivano, ma prima lui doveva mangiare da solo.
Consumò il suo pasto avidamente, e dopo essersi pulito la barba con il dorso della mano, si lasciò sfuggire un grosso rutto.
“Beh, devo ammettere che non eravate così cattivi come credevo. Anzi siete stati proprio gustosi”
Rise di gusto a quella battuta; poi andò al mobile bar e si versò un bicchiere di cognac, che ingurgitò tutto d’un fiato.
Un altro piccolo omino entrò silenziosamente nel soggiorno
“Capo, è tutto pronto, i sacchi li abbiamo già caricati…”
“Oh…grazie” rispose l’uomo “prima però portami un po‘ di quella roba”
“Ma capo…” obiettò l’omino
“Ohh…non rompere i coglioni anche tu…o ti faccio fare la fine di tuo cugino…”
“Okey…scusa” disse l’omino sparendo alla svelta.
Ritornò dopo pochi minuti portando una bustina piena di polvere bianca.
L’uomo ne prese una manciata, e dopo averla ben sistemata sul tavolo, la fece sparire su per il naso.
“Bene ora posso anche andare”
L’uomo indossò il suo vestito rosso da lavoro, i suoi stivali neri da lavoro, poi uscì e salì sul suo pick-up da lavoro.
Un altro di quei piccoli omini arrivò di corsa:
“Santa Claus, le liste!” disse consegnando due grosse agende
Grazie, Giljagaur” rispose l’uomo
Sulla prima delle due agende, era scritto in grandi caratteri dorati: “BAMBINI BUONI”, e dopo una veloce occhiata la gettò sul sedile posteriore. Poi prese la seconda agenda, sulla quale era scritto in caratteri cubitali rossi “BAMBINI CATTIVI”, la sfogliò fino a che arrivò alla pagina segnata con una piegatura; con la penna cancellò l’ultimo nome non ancora depennato, poi accese il motore e partì.


giovedì 17 dicembre 2015

Womb (2010)



Rebecca e Tommy si conoscono quando entrambi hanno nove anni, tra loro nasce subito una bella amicizia, che presto si trasforma in qualcosa di più profondo. Purtroppo lei deve partire con i genitori, ma non dimentica il ragazzino che le ha fatto battere forte il cuore, infatti dodici anni più tardi, ormai adulta, torna dal suo amato e tra i due sembra poter riprendere la storia, come se il tempo non fosse mai passato. Ancora una volta però il destino è loro avverso, e Tommy muore in un incidente stradale. Incapace di rassegnarsi alla perdita del ragazzo, Rebecca si rivolge ad un "Dipartimento di replicazione genetica" e si fa impiantare nell'utero, il clone del nuovo Tommy.



La vicenda di "Womb", pone di fronte a più di qualche interrogativo. Innanzitutto quello sulla scelta etica di Rebecca; certo da fuori è facile dire che la donna ha commesso un errore, e che la sua è una decisione "contro natura", ma credo che vissuta, la situazione sarebbe molto diversa. Diciamo che Rebecca si era per un attimo illusa di poter riportare realmente in vita il suo Tommy, ma una volta cresciuto in grembo (Womb appunto), quello non sarebbe più stato semplicemente il suo amato, ma per prima cosa sarebbe stato suo figlio e anche una volta cresciuto tra loro poteva esserci solo un rapporto madre-figlio, ma forse a lei questo sarebbe bastato, e forse proprio per questo aveva scelto un posto isolato per crescerlo, in modo di tenerlo tutto per se, e una volta adulto, amandolo in modo platonico.



Tuttavia non aveva fatto i conti col fatto che Tommy si facesse degli amici prima, e si trovasse una ragazza poi, cosa che chiaramente la faceva soffrire, senza che potesse però esprimere questo suo dolore.Inoltre, in almeno due occasioni, notiamo che Tommy ha degli slanci d'affetto verso usa madre, che hanno qualcosa di più dell'amore filiale; la prima, quando ancora ragazzino lotta con lei sulla spiaggia difronte a casa, una lotta che ha qualcosa di selvaggio e sensuale, fino a quando i loro due visi arriveranno a sfiorarsi e gli sguardi che sembrano esprimere qualcosa di proibito. La seconda, quando già adulto, dopo aver gettato per scherzo la rete da pesca addosso a Rebecca, infila la testa sotto la maglia di lei in un gioco che si rivela presto "sbagliato". E qui arriviamo ad un altra tematica interessante, molto cara al regista, cioè su quanto possano influenzare i geni la crescita di una persona e quanto può farlo l'ambiente in cui questa si forma. Secondo Fliegauf, i geni contano più dell'ambiente, ma a questo punto, viene da chiedersi se i geni hanno memoria; e nello specifico della vicenda narrata, ci si domanda se è possibile che prelevando i geni di una persona morta, questi conservino parte dei ricordi di questa persona, e trasmettendo questi ricordi alla nuova persona. Poi c'è la questione dell'incesto, che in questo contesto ha una valenza quasi edipica da una parte, ma anche una sorta di punizione dall'altra, perché Rebecca sa che una volta consumato il rapporto con il figlio-amante, lo perderà per sempre.



A parlare di una tematica simile, ci aveva già pensato quasi più di quarant'anni prima, Louis Malle, in "Soffio al cuore", che seppur raccontato con maggior leggerezza, quasi con candore direi, la vicenda era a ben pensarci, più scandalosa, perché ingiustificata se non dal fatto del puro desiderio sessuale; mentre in "Womb" ci sono una serie di eventi che portano al determinarsi inevitabile di quel fatto.Infine c'è il tema appena sfiorato nel film, di declassare i cloni come cittadini di serie B, di ritenerli dei diversi...il punto è che se nessuno sapesse che sono dei cloni verrebbero trattati come persone normali, che poi è quello che succede a Tommy bambino fino a quando viene scoperta la verità, che nemmeno lui conosce. E in ogni caso far pagare ai bambini le scelte errate dei genitori è comunque sbagliato di per se.Partendo da uno spunto fantascientifico, poi il regista ci racconta una storia umana, piena di punti interrogativi e questioni morali di non facile soluzione. Lo fa ambientato la vicenda in un paesaggio isolato, gelido in cui vincono i colori freddi: il bianco, l'azzurro, poco verde, bellissima dunque la fotografia, che aiuta a mantenersi concentrati nella vicenda. Bravissimi anche i protagonisti, in particolare Eva Green spesso costretta a dover recitare solo con le espressioni del volto.


lunedì 14 dicembre 2015

Le dieci peggiori frasi da sentirsi dire

Questo post ha un intento ironico; cercare di sorridere su situazioni difficili o quanto meno imbarazzanti, perciò non prendetelo troppo sul serio, cercate piuttosto di vedere il lato satirico della cosa.
Naturalmente, nell'elencare le dieci peggiori frasi che ci possa sentir dire, ho tralasciato veri problemi, sui quali non è bello scherzare.
La classifica è in ordine inverso, cioè dalla frase meno "brutta" per finire con la più "cattiva":

10. "Le faremo sapere..." (Quante volte ce la siamo sentita dire...ad un colloquio di lavoro, ad provino per uno spettacolo, all'audizione per entrare in una band...Oramai non ci si fa più caso, ma tutti sappiamo che il novanta per cento delle volta che ci viene detta, poi la risposta sarà sempre negativa.)

09. "Patente e libretto, prego!" (Magari poi non succede nulla, ma tu nel tuo sai già che se hai trovato il poliziotto stronzo, il carabiniere fiscale o il vigile che vuole rimpinguare le casse del comune, non hai scampo, basta una lampadina leggermente bruciacchiata o lo specchietto inclinato male per assicurarti una multa e la detrazione dei punti patente.)

08. "Serve la fattura?" (Che a dirtela sia il meccanico, l'idraulico o il dentista poco cambia, Tu sai già che il prezzo dell'operazione sarà da debito pubblico. Di qui il dilemma morale se essere partecipe di una truffa, che farebbe felice li tuo creditore; dilemma che di solito dura meno di un battito di ciglia. Nonostante ciò, lo sconto che ti verrà offerto non eviterà di farti piangere quando aprirai il portafoglio.)

07. "E' finita la carta igienica..." (Tu sei lì, seduto tranquillamente, hai appena finito di liberarti dei residui delle cene di Natale, Santo Stefano e Capodanno, dopo aver completato le parole crociate a schema libero difficili della Settimana Enigmistica e cerchi il rotolo nel suo supporto, ma la mano non afferra niente. Dopo un secondo di panico chiedi aiuto ai tuoi famigliari, ma loro ti urlano che l'oggetto del desiderio è al momento esaurito. A quel punto non ti resta che decidere se sporcarti la mano, le mutande, o intasare lo scarico con le pagine del Quesito con la Susi.)

06. "Cielo, mio marito" (La frase può essere coniugata anche al femminile, e può sembrare uno sketch da cinepanettone di Boldi e De Sica, ma trovarsi in questa situazione è tutt'altro che divertente; anche se pure i cinepanettoni non lo sono. Dover fuggire da una situazione compromettente e potenzialmente dannosa per i vostri connotati, vi farà rimpiangere le partite a calcetto con gli amici con temperature siberiane.)

05. "Hai una matita in tasca?" (Anche questa può sembrare una pessima battuta da commedia studentesca, ma in realtà è in grado di ferire l'orgoglio di qualsiasi maschio dai dodici anni in su.
Qualsiasi siano le dimensioni reali dell'attrezzo, per il suo proprietario sarà sempre lungo e grosso e paragonarlo ad un mezzo lapis è ferire la virilità del soggetto in questione. Piuttosto ditegli che la sua squadra del cuore fa schifo.)

04. "Era l'ultima birra." (Finalmente è sabato sera, dopo una settimana lavorativa in cui il vostro capo vi ha fatto fare gli straordinari sugli straordinari, e un pomeriggio passato in giro per negozio con la vostra compagna, che sì è provata dozzine di vestiti e un numero infinito di paia di scarpe, ecco ora è il vostro momento; seduti in mutande in poltrona a guardare la partita o il vostro film di Van Damme preferito, sorseggiate dell'ottima birra ghiacciata, ma quando vi alzate per prenderne un'altra, ecco che lei vi stronca ricordandovi che quella era l'ultima.)

03. "Occupato!" (C'è poco da fare, quando scappa, scappa, ma ci sono momenti in cui trovare un bagno è di vitale importanza e se lo trovi occupato inizia una sofferenza degna del peggiore dei gironi infernali. Non è come quando sei bambino, che se anche la fai in un angolo al massimo ti prendi uno scappellotto; se provi a farlo da adulto rischi una denuncia per atti osceni, per cui ti ritrovi a fare la danza della pioggia, sperando che la pioggia non sia quella nei tuoi pantaloni. Se poi quello che ti scappa è roba grossa, è meglio che fai testamento.)

02. "Il codice non è valido." (Se la frase proviene da uno sportello bancomat dopo il terzo tentativo di inserire il codice di sicurezza che non ricordi perché l'hai scelto più complicato della successione di Fibonacci per renderlo impossibile da identificare da eventuali rapinatori, allora improperi ed eresie fioccheranno come multe in un giorno di mercato. E se pure il prete ti sentisse, capendo il problema si unirebbe a te nell'inventare nuove imprecazioni.)

01. "Dobbiamo parlare..." (In qualsiasi delle sue varianti, quando un uomo si sente dire questa frase dalla sua donna, sa che non c'è più niente da fare. Colpevole? Innocente? Non cambia nulla. Sei sempre stato bravo, romantico, gentile, rispettoso? Non cambia nulla. Quando lei ti dice quella frase si è già messa in testa che qualcosa non va, per cui, se va bene, ti devi sorbire una serie di idee per ravvivare il vostro rapporto, se va male è finita, sei storia. E anche se ti tappi le orecchie per non sentire quell'orribile frasi, ormai sarà troppo tardi. Lei ha deciso.)


giovedì 3 dicembre 2015

Quattro spritz all'aperol e una coca

(Questo è il primo racconto fatto per il primo corso di scrittura creativa...E' stato "solo" un gioco fatto partendo da un incipit comune, ma già si capisce il mio stile e il fatto che mi piacciano i finali che lasciano aperti punti interrogativi...)

Sam non sapeva se fosse un buon segno o l'inizio di una catastrofe, aveva sempre pensato che quello fosse uno dei segni dell'Apocalisse e per questo, vedere Owen arrivare puntuale, era una cosa che lo preoccupava. Da quando lo conosceva, cioè da circa vent'anni, Owen non era mai arrivato in orario ad un appuntamento, infatti la sua idea di puntualità era di arrivare almeno venti minuti dopo gli altri; non lo faceva di proposito, era semplicemente fatto così.
Una sera, lui ed Owen, erano rimasti d'accordo di trovarsi a casa sua alle dieci, per poi andare a sentire una band locale in un pub poco distante, ma Owen si presentò soltanto alle undici e un quarto. Sam aveva passato gli ultimi quindici minuti a mangiare nervosamente caramelle, in uno stato d'animo altalenante tra la rabbia e la preoccupazione che potesse essergli accaduto qualcosa. Owen si giustificò dicendo che un improvviso mal di pancia lo aveva costretto ad una "ritirata" strategica.
"Avresti almeno potuto avvisarmi, non sapevo cosa pensare" si lamentò Sam
Owen fece spallucce, lui trasse un profondo sospiro e la storia finì lì.
Inizialmente questi continui ritardi gli davano piuttosto fastidio e lo rendevano nervoso; poi ci fece l'abitudine, così come gli altri amici della compagnia, e ora ci scherzavano sopra.
Una volta Michael disse che Owen sarebbe arrivato tardi ad un appuntamento con Jessica Alba che lo aspetta a gambe aperte. Un'altra volta qualcuno, forse Chris, disse che sarebbe arrivato in ritardo anche al proprio funerale.
Quella sera Owen aveva dato appuntamento a tutti alle sette al "Feeling".

Sam parcheggiò nell'antistante spiazzo ghiaioso e quando scese dall'auto vide che ad attenderlo c'erano già Michael, Dave e Chris, mancava naturalmente solo Owen, ma non fece in tempo a finire il pensiero che un'auto lo affiancò e ne scese proprio il suo amico. Sam rimase sbalordito per un attimo, poi pensò che probabilmente era in ritardo anche lui, ma quando controllò l'orologio, vide che segnava le sei e cinquantacinque.
Pensò che dovesse essere accaduto qualcosa di veramente straordinario perché Owen fosse in perfetto orario, ma il suo volto non lasciava trasparire nulla, era quello di sempre.
Assieme raggiunsero gli altri, che nel frattempo si erano seduti ad un tavolino del bar.
"Owen ti senti bene?" chiese Dave "Hai visto che..."
Owen lo interruppe con un gesto della mano e gli sorrise.
"Ordiniamo?" chiese
Gli altri annuirono. Lui alzò un braccio per attirare l'attenzione della cameriera.
"Quattro spritz all'aperol e una coca"
Quando lei si allontanò Owen tornò a guardare i suoi amici che lo fissavano perplessi. Si accese una sigaretta, aspirò profondamente e soffiò il fumo verso l'alto.
Il campanile vicino suonò le sette.


giovedì 19 novembre 2015

Goodnight mommy (2014)


Lukas ed Elias sono due gemellini di dieci anni e passano le loro giornate estive a rincorrersi tra i filari di un campo di grano, facendo il bagno in uno splendido laghetto immerso tra i boschi e facendo la lotta nei verdi campi davanti casa, una bellissima quanto gelida villa, sperduta nella campagna austriaca. Quando finalmente la loro madre torna a casa, con il volto coperto di bende, dopo un’operazione di chirurgia estetica, i due bambini cominciano a sospettare che quella donna non sia chi dice di essere e ben presto le cose precipiteranno in una spirale di follia e violenza, fino all’inevitabile finale.



I due registi , Severin Fiala e Veronika Franz, rispettivamente nipote e moglie del regista Ulrich Seidl, proseguono sulla strada già intrapresa dallo stesso Seidl (il film Canicola su tutti) e di cui Haneke è il maggior esponente; un cinema fatto di lunghe attese e di improvvisi scoppi di violenza, via via sempre più disturbante.
Seppure la realtà del film sia chiara fin da subito, almeno per un pubblico più smaliziato (l’idea ricorda in parte quella della pellicola di Robert Mulligan Chi è l’altro?), il seme del dubbio resiste per tutta la sua durata. Assistiamo così ad un classico gioco del gatto con il topo, ma in cui i ruoli si invertono continuamente, in cui non è mai chiaro fino alla fine, se siano i bambini a essere pazzi, o realmente la madre celi qualche segreto sotto a quelle bende che le nascondono il volto.
La donna si dimostra subito fredda e dispotica, al solo scopo di preservare una bellezza acquisita artificialmente, arrivando a chiudere i figli in camera per più giorni, a schiaffeggiarli o a uccidere un gatto randagio che i due bambini avevano portato in casa; ed è questa cattiveria a instillare nei gemelli il dubbio sulla vera identità della madre; così nei loro sogni la madre è un essere senza volto, come nelle foto sfocate appese per la casa, che probabilmente ritraggono la donna prima dell’intervento.
Avviandosi verso la fine, il film cambia registro e seppure continui a essere pervaso da un’aura gelida e distaccata, apre improvvisamente le porte al voyerismo della violenza, accostandosi ad alcuni torture porn francesi (Martyrs o Frontiers), ma mai fine a se stessa, in quanto legata ad un contesto psicologico sociale, per cui risulta ben inserita.
Goodnight mommy è dunque un gran bel film, duro e viscerale che non può lasciare indifferenti, perché colpisce sia a livello mentale ed motivo, sia a livello fisico: una pellicola profondamente disturbante, soprattutto per la giovane età dei protagonisti. A tal proposito, risultano bravissimi i due gemelli, scelti tra 240 coppie, soprattutto per il loro aspetto fragile ed innocente, ma allo stesso tempo permeato da un alone di mistero e inquietudine.
Splendida anche la fotografia di Martin Gschlacht, che contribuisce in maniera fondamentale a donare al film quel senso onirico e di oppressione, per cui lo spettatore si sente perduto.
Un film che piacerà agli amanti del horror d’atmosfera e del thriller psicologico.


lunedì 9 novembre 2015

40 portati benone...



Ed eccoci arrivati a quaranta, una bella cifra non c'è che dire, ma non sono qui per fare un bilancio della mia vita fin'ora, anche perché non saprei da dove cominciare, piuttosto per ricordarmi che a festeggiare gli "anta" non sono solo io...

Nel 1975 venivano dati alle stampe, tra gli altri, i seguenti libri:


  • Padre Padrone (Gavino Ledda)
  • La scomparsa di Majorana (Leonardo Sciascia)
  • Il presagio (David Seltzer)
  • La grande rapina al treno (MIchael Crichton)
  • Lettera ad un bambino mai nato (Orianna Fallaci)
  • Factotum (Charles Bukowski)
  • Le notti di Salem (Stephen King)


Sempre nel 1975 venivano pubblicati i seguenti album:


  • Horses (Patti Smith)
  • Born to run (Bruce Springsteen)
  • Rimmel (Francesco De Gregori)
  • Sabato Pomeriggio (Claudio Baglioni)
  • Wish you were here (Pink Floyd)
  • Dressed to kill (Kiss)
  • Sabotage (Black Sabbath)
  • Caress of steel (Rush)
  • A night at the opera (Queen)


E infine al cinema, nel 1975, uscivano:


  • Lo squalo
  • Profondo rosso
  • Qualcuno volò sul nido del cuculo
  • Quel pomeriggio di un giorno da cani
  • Fantozzi
  • Salà e le 120 giornate di Sodoma
  • Nashville
  • Barry Lyndon
  • The rocky horror picture show
  • Amici miei
  • Amore e guerra
  • Monty Python e il Sacro Graal
  • Lo specchio
  • Picnic ad Hanging Rock
  • Dersu Uzala
  • La fabbrica delle mogli
  • Funny Lady
  • Il demone sotto la pelle
  • Professione: Reporter
  • I tre giorni del condor
  • Tommy
  • I quattro dell'apocalisse
e molti altri naturalmente...

Beh, mica male avere quarant'anni in questa compagnia, no?


martedì 3 novembre 2015

Svolte

La lettera arrivò in una ventosa mattina autunnale;  Alberto l’aspettava da diversi mesi e quando, quel giorno, vide il postino attraversare il vialetto ingombro di foglie gialle e rosse, si precipitò fuori, prima ancora che questi potesse suonare il campanello.
Per un attimo, mentre stava esaminando la posta, temette che anche questa volta la lettera non fosse arrivata, poi vide la busta gialla con il logo della casa editrice alla  quale, molti mesi prima, aveva inviato alcuni suoi disegni, e tirò un sospiro di sollievo.
Quella mattina aveva saltato la scuola nella speranza di ricevere quella lettera, ma ora che l’aveva in mano, sentì tutto l’entusiasmo svanire.
Le mani gli tremavano e il cuore gli galoppava in petto. Dentro a quella busta c’era una risposta che, in un modo o in un altro, gli avrebbe cambiato la vita. Se ci fosse stata una risposta positiva, si sarebbe dovuto trasferire, abbandonando la famiglia, la scuola e gli amici, ma ancora peggio sarebbe stato se avesse ricevuto un rifiuto, mettendo così fine alle sue ambizioni di diventare il nuovo Manara.
Si fece coraggio e fece per aprire la busta quando squillò il telefono. Andò a rispondere e dopo qualche istante sbiancò in volto.
Riattaccò la cornetta; quindi strappò la lettera senza nemmeno aprirla e la gettò nel caminetto acceso.
Ormai non aveva nessuna importanza.
Uscì di casa chiudendosi la porta alle spalle, saltò sulla sua bicicletta e si avviò per una strada mai così deserta e silenziosa.



(Questo nuovo racconto è nato dalle critiche che mi sono state mosse per altri da me scritti che avevo lasciato con finale aperto, talvolta "costringendomi" a cambiarli. A me invece, piaccio i libri e film che lasciano aperta la porta a varie possibilità. Ecco dunque questa breve storia in cui, non solo, non chiudo il finale, ma anche non do spiegazioni su quanto accade. E devo dire che mi sono divertito molto a proporlo, anche se qualcuno mi ha "odiato")

sabato 31 ottobre 2015

Perché Halloween è Halloween

« Malocchio e gatti neri, malefici misteri
il grido di un bambino bruciato nel camino
nell'occhio di una strega, il diavolo s'annega
e spunta fuori l'ombra: l'ombra della strega!
La vigilia d'Ognissanti han paura tutti quanti:
è la notte delle streghe!

(Chi non paga presto piange!) »


E' arrivato il 31 ottobre, Halloween, e che vi piaccia o meno è una festa che ormai è da diversi anni ha preso piede anche qui da noi, ma non sono qui per discutere sulle tradizioni o sulle origini di tale ricorrenza; invece voglio consigliarvi alcuni film da vedere in questa lunga notte.
Non sarà una semplice lista di film horror (anche perché alcuni non lo saranno), ma brevi recensioni di film ambientati, almeno in parte, proprio durante la notte di Halloween.



Buona visione:

Halloween - La notte delle streghe: Non potevo partire che con questo film, uno dei capisaldi del genere, diretto in maniera perfetta da John Carpenter, uno dei maestri del cinema in generale e dell'horror in particolare. L'incipit del film è memorabile, il piccolo Michael che prima osserva la sorella amoreggiare con il suo boyfriend e poi, armato di coltellaccio e mascherato da clown, la accoltella a morte. Poi anni dopo Michael, ormai cresciuto, fugge dall'ospedale psichiatrico e torno a Haddonfield per terminare quello che aveva lasciato in sospeso quindici anni prima. Musiche, movimenti di macchina, tempi, citazioni...tutto in questo film è perfetto.

Halloweem: The Beginning: Questo remake (o forse sarebbe meglio dire reboot) non è piaciuto molto alla critica; per me è invece riuscito molto bene. Rob Zombie, intelligentemente, si concentra maggiormente sulla figura di Michael Myers, prima da ragazzino, poi durante la sua fuga da adulto.
Inoltre "sporca" ulteriormente la pellicola rendendola più sanguinaria e truculenta dell'originale. Anche qui la musica è un asse portante del film, sia la OST che le canzoni inserite.

Morte a 33 giri: Un classico degli anni 80; forse non un capolavoro, ma un film che ha sempre il suo fascino, grazie anche al connubio horror-musica rock.
La storia è quella di Eddie Weinbauer, soprannominato "Ragman", appassionato di musica metal e bullizzato dai compagni di classe, proprio per questa sua passione. Quando anche il suo idolo Sammi Curr, Ragman sente il mondo crollarli addosso, fino a quando un suo amico dj gli regala l'unica copia dell'ultimo disco di Curr. Quando il ragazzo ascolterà il disco al contrario si troverà a parlare con lo spirito del cantante che gli darà consigli su come vendicarsi dei bulli. Tuttavia le cose presto prenderanno una brutta piega. Da ricordare la partecipazione di Gene Simmons (dei Kiss) nel ruolo dell'amico dj e un cameo di Ozzy Osbourne, nei panni (autoironici) di un predicatore anti musica metal.

Nightmare before Christmas: Altro film che non ha bisogno di tante presentazioni: ideato dal genio di Tim Burton è la storia di Jack Skeletron che cerca di portare la festa del Natale nella terra dove è sempre Halloween, creando confusione sia tra glia abitanti di tale terra, che nel mondo reale, dove per poco, non viene annullato il Natale. Umorismo macabro, animazione e fantastiche musiche, realizzate da Danny Elfman, caratterizzano questo film.

Scarlatti - Il thriller: Film poco conosciuto, o quantomeno dimenticato, racconta la storia del piccolo  Frankie Scarlatti che viene rinchiuso da alcuni compagni nello spogliatoio della scuola, la notte di Halloween. Qui gli appare il fantasma di una bambina, assassinata anni prima. Deciso a scoprire la verità, il bambino (interpretato dal giovanissimo Lukas Haas) si intrufola in una vecchia casa abitata da una misteriosa donna in bianco. Thriller con storia di fantasmi; probabilmente non spaventosissimo, ma un film da riscoprire

Il Corvo: La triste storia di Eric Draven e della sua ragazza uccisi la notte di Halloween da quattro criminali, e della vendetta messa in atto dallo stesso Eric, riportato in vita da un corvo, con le fattezze di un Pierrot- dark è ormai nella storia del cinema; sia per la sua origine fumettistica, sia per la morte di Brandon Lee durante una delle scene del film, sia per la storia in se, ne hanno fatto uno dei film dark per eccellenza.

La vendetta di Halloween: Film a episodi concatenati tra di loro, che si intrecciano proprio la notte di Halloween. Film non pienamente riuscito, ma comunque interessante e che merita una visione,

Halloween killer: Questo film indipendente, dalla regia quasi amatoriale, racconta la storia di Douglas, un bambino appassionato di Halloween e di videogiochi. Quest'anno il ragazzino si vestirà come il protagonista del suo videogame preferito, Satan's Little Helper, il piccolo aiutante del diavolo, e nel suo girovagare incontra una persona vestita proprio come il diavolo del gioco. Douglas però non sa che sotto quella maschera si nasconde un reale serial killer

All Hallow's Eve: Sarah passa la notte di Halloween a fare la babysitter. Controllando i dolci ricevuti dai due bambini, la ragazza trova anche una videocassetta e decide di vederla subito. Tuttavia le inquietanti immagini, in cui compare uno spaventoso clown, la fanno desistere e mandare a letto i bambini. Dopo un po' però decide di continuare a vedere la videocassetta in cui si assistono a diversi efferati omicidi, ma la notte ha in serbo per lei degli incubi ben più reali.

Hocus Pocus: Film per tutta la famiglia targato Disney, racconta la storia di tre sorelle streghe, che uccise sul finire del 1600, giurano vendetta; infatti trecento anni dopo tornano in vita e cercano di ritornare giovani. I giovani protagonisti riusciranno a sconfiggere nuovamente le tre megere.

Qualcosa di sinistro sta per accadere: Will e Jim sono due ragazzini di quattordici anni, nati entrambi la notte di Halloween, uno un minuto prima della mezzanotte, l'altro un minuto dopo, sono amici fin dalla più tenera età. Un giorno nella loro cittadina arriva una strana fiera in cui sembra che i propri sogni possano avverarsi. In realtà il proprietario del luna park ha malvage intenzioni e saranno proprio i due bambini a sconfiggerlo, almeno temporaneamente. Tratto dal romanzo Il popolo dell'autunno di Ray Bradbury è uno dei primissimi fanta-horror targati Disney.

Beh questo è quanto...Buon Halloween a tutti!

mercoledì 28 ottobre 2015

Una nuova speranza

(Questo racconto è nato durante un corso di scrittura creativa, ma per venire incontro ai gusti dell'insegnate, che preferiva i finali positivi, mi ero visto costretto a aggiungere qualche riga per dare al racconto un happy end. Ora però posso postare il racconto come lo avevo immaginato, mantenendo però il titolo della storia che avevo presentato, anche per contrasto con il finale e lasciarle comunque aperta la lettura)


 Dopo l’ultimo conflitto mondiale, esploso nel 2080, la terra subì molti cambiamenti dal punto di vista politico-economico; fino a quando nel 2087, gli Stati Indipendenti Popolari presero il comando dell’intero pianeta, instaurando un regime dittatoriale. Due anni più tardi, per arginare i continui tentativi di ribellione, furono ripristinate la corte marziale e la pena di morte, e i primi a venire condannati furono i “cervelli” dei gruppi ribelli.
Il governo, tuttavia, temeva che in un prossimo futuro, nuove menti sarebbero potute riuscire dove quelle da loro soppresse, avevano dovuto capitolare. Fu perciò preparato un test da distribuire a tutti gli alunni di tutte le scuole; chiunque avesse avuto un Q.I. superiore a 120 avrebbe dovuto essere terminato.
Leonardo, nonostante avesse soltanto dieci anni, risultò avere un Q.I. di 150, il risultato fu spedito a casa assieme all’obbligo di accompagnare il bambino al più vicino Centro per l’Ultimazione, pena lo sterminio dell’intera famiglia. Giorgio, il padre di Leonardo, sentì mancarsi la terra sotto i piedi, come poteva portare suo figlio incontro a morte sicura, quel figlio che amava più di se stesso?
Ormai era vedovo da molti anni e altri parenti oltre a Leonardo non ne aveva, decise dunque che sarebbero fuggiti quella notte stessa.
L’unica loro speranza era raggiungere Shangri-la, una zona libera sfuggita al dominio del governo.
In realtà nessuno sapeva se questa località esistesse veramente e dove si potesse trovare, ma una voce non accertata diceva che era nei pressi della città di Midgard, che però era controllata dalle guardie governative.
Erano in cammino già da diverse ora, quando Leonardo cominciò a lamentarsi:
“Papà sono stanco…”
“Non possiamo fermarci adesso” rispose Giorgio caricandosi il bambino sulle spalle “dobbiamo arrivare in città prima che sia giorno. Lì spero di trovare qualcuno che ci dia le indicazioni che ci servono.”
Arrivarono in città alle prime luci dell’alba e si nascosero all’interno di una libreria abbandonata; Leonardo si addormento subito mentre suo padre rimase a vegliarlo, gli accarezzò delicatamente i capelli, e cominciò a piangere silenziosamente.
Era un bambino così bello e dolce e Giorgio sentiva il cuore gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che si soffermava a osservarlo, e ora che era in pericolo non sapeva se sarebbe riuscito a salvarlo.
La stanchezza si fece pesante sugli occhi dell’uomo, che dopo un po’ si addormentò accanto al figlio, ma non passò molto tempo che entrambi furono svegliati da un gran clamore, e spiando per uno spiraglio si accorsero che i ribelli si stavano scontrando con la polizia governativa.
Esattamente in quell’istante le cose cominciarono a precipitare e quando Giorgio si rese conto di ciò che stava succedendo era già troppo tardi.
Leonardo si era sporto troppo dal nascondiglio e una delle sentinelle lo acciuffò per le spalle:
“Dove pensi di andare ragazzino?” disse ridendo.
Giorgio saltò fuori colpendo il poliziotto alla gola con un pugno, prese suo figlio per la mano e scappò attraverso la piazza affollata, riuscì a scartare altre due sentinelle, poi vide un’auto accesa abbandonata dall’altro lato della strada; si tuffò in quella direzione, trascinando Leonardo dietro di se. All’improvviso sentì suo figlio urlare: “Papà…!”
L’ultima cosa che vide, voltandosi verso il bambino, fu un furgone che li stava travolgendo.



martedì 20 ottobre 2015

Confessions (2010)

Confessions è indubbiamente un film complesso, che si sviluppa come una tragedia shakespeariana, in cui anche la morale risulta ambigua e imperfetta, e che richiede un certo sforzo, da parte dello spettatore, per essere accettata come plausibile. Nakashima ci cala subito in una situazione destabilizzante, quella di una classe chiassosa e indisciplinata, in cui ognuno si fa i fatti suoi ignorando completamente l'insegnante. C'è chi si scambia messaggini, chi si trucca e altri che si lanciano addosso palle da baseball, ed è in questa situazione assurda che la professoressa comincia a raccontare la sua storia, partendo da se stessa, per poi parlare dell'amato marito malato di AIDS e infine della sua bambina, morta solo qualche settimana prima, annegata in una piscina. Ora sono tutti attenti alle parole dell'insegnante, con una curiosità morbosa e poco rispettosa, così lei svela che quello che è successo a sua figlia non è stato un incidente, ma che è stata uccisa da due di loro, indicando i colpevoli chiamandoli "A" e "B", ma la cui descrizione non lascerà dubbi sulla loro identità. Infine dirà loro, di aver iniettato, il sangue infetto del marito, nei cartoni del latte, che i due ragazzini hanno appena bevuto. Sarà una lunga confessione quella dell'insegnante (la prima delle molte che i vari personaggi daranno per mostrare il proprio punto di vista), lenta e gelida, priva quasi di emozioni, eppure così carica di pathos, forse proprio per la freddezza con la quale viene enunciata.Purtroppo non ho avuto difficoltà a credere che dei ragazzini, appena entrati nell'adolescenza, possano uccidere un bambino di poco più piccolo di loro, purtroppo la cronaca di ogni giorno, ci insegna che tutti sono in grado di gesti violenti.In seguito vediamo che i due colpevoli hanno reazioni completamente diverse, uno deciderà di continuare a frequentare la scuola, diventato vittima dei bulli, che si ergeranno a "giustizieri", per punire le colpe del baby assassino; l'altro si rifugerà invece in camera sua, rifiutando qualsiasi contatto esterno, compreso quello della madre, arrivando addirittura a non volersi più lavare, stretto tra rimorso per quello che ha fatto e paura per il contagio, diventando quindi un hikikomori. Il film prosegue come un puzzle a scatole cinesi, in cui man mano che andiamo avanti scopriamo le diverse versioni dei protagonisti, così scopriamo che uno dei ragazzi era stato abbandonato dalla madre che preferì seguire la carriera piuttosto che occuparsi del figlio; l'altro invece cercava solo un amico che lo accettasse, e la cui madre all'opposto dell'altra si dimostra addirittura iperprotettiva fino a deresponsabilizzare il figlio, per il grave delitto.Ma in questo film non ci sono vinti ne vincitori, o meglio sono tutti sia l'uno che l'altro, e così non risulta difficile nemmeno capire una donna che si voglia vendicare su due ragazzini, al punto da far sprofondare le loro vite in un inferno. Il regista ci mostra non solo la drammaticità della vicenda narrata, ma punta il dito contro una società anestetizzata e divenuta insensibile alla compassione, una società sempre più egoista in cui la libertà personale è portata all'eccesso, indifferente delle conseguenze che potrebbero coinvolgere chi ci sta attorno, male da cui non sono immuni nemmeno i più giovani, anzi che probabilmente coinvolge loro in modo maggiore.Tutto ciò, ci viene mostrato con algida freddezza, con uno stile distaccato, cosa che si nota anche nella fotografia in cui prevalgono i toni freddi dei blu e del bianco, a parte nei momenti di maggiore tensione, in cui esplode il rosso del sangue, senza però rinunciare ad una feroce sincerità degli eventi. Confessions risulta così essere tanto poetico, quanto disturbante ed esasperato, una pellicola che non si dimentica tanto facilmente.



domenica 27 settembre 2015

Alice

(Ancora un mio vecchio racconto)


Nicola fissava il piccolo corpo sul pavimento. Improvvisamente, un misto tra paura e senso di colpa , si insinuò nel bambino, che a poco a poco, si rese conto di quello che aveva fatto.
Aveva sempre odiato Alice, fin dal primo giorno. Da quando era arrivata, sembrava che sua madre avesse meno tempo per lui. Infatti passava molto tempo a cullare, pettinare e prendersi cura della nuova venuta e lui si sentiva trascurato.
Già una volta, era stato sorpreso mentre, con un coltello, stava per aprire il ventre alla piccola Alice. Sgridato duramente, era stato mandato a letto senza cena.
Fu quella sera, con le guance rigate dalle lacrime che bagnavano il cuscino, mentre lo stomaco gli si contorceva per gli spasmi della fame, che prese la decisione di eliminarla una volta per tutte.
Quel fine settimana gli si presentò l’occasione che tanto aspettava. Sua madre uscì per andare a fare la spesa, lasciandolo a casa da solo con Alice; così, appena fu sicuro che lei si fosse allontanata, prese la piccola dal lettino e, dopo averla fissata con odio per qualche istante, la scaraventò con forza per terra.
Sentì immediatamente il rumore della testa che si fracassava, ma ancora accecato dal rancore iniziò a prenderla a calci violentemente; un braccio si spezzò, uscendo dalla sede della spalla e un piede gli si rigirò di centoottanta gradi.
Ora lei lo guardava, con un solo occhio aperto, e sembrava chiedergli il perché di tanto odio.
In quel momento, Nicola, sentì la macchina della madre che rientrava nel vialetto; preso dal panico, raccolse quello che rimaneva di Alice, e dopo averlo infilato in un sacco di plastica, andò di corsa a nasconderlo in cantina, dietro la vecchia stufa a legna.
Tornò in camera sua e si mise a giocare alla playstation.
“Nicola, dov’è Alice?” chiese sua madre entrando in camera
Lui continuò a giocare ignorandola.
“Allora, ti ho chiesto dov’è Alice?”
Il bambino si voltò a guardare la donna e le urlò in faccia: “Non so dov’è la tua stupida bambola!”



martedì 15 settembre 2015

Benny's Video

"Benny's video" è quasi il prototipo di quello che poi, cinque anni più tardi, diverrà "Funny Games".
Benny è un adolescente che passa le sue giornate ascoltando musica ad alto volume e guardando filmati trash e violenti. Tra questi, quello che preferisce è quello da lui stesso girato in cui si vede l'abbattimento di un maiale per mezzo di una pistola a proiettile captivo. Un giorno Benny porta a casa una ragazza appena conosciuta e poco dopo la uccide, usando proprio quell'arma. Solo dopo un paio di giorni confessa quello che ha fatto ai genitori, che anziché punirlo, cercano di salvarlo occultando il cadavere.
Haneke, come farà poi in "Funny Games", mette in scena la violenza come atto d'accusa contro una società divenuta troppo indifferente e insensibile, proprio di fronte alle numerose immagini violente che ci vengono continuamente mostrate. Benny (interpretato dallo stesso Arno Frisch che in "Funny Games" sarà uno dei due psicopatici) è figlio di questa società e le immagini che vede nei video che noleggia o attraverso la tv, sembrano averlo desensibilizzato se non addirittura asueffato alla violenza e in particolare alla morte, come un bambino che non capisce la differenza tra realtà e finzione. Il ragazzo è talmente abituato a vedere il mondo filtrato attraverso l'obiettivo di una telecamera, che per osservare fuori dalle sua stanza, tiene una videocamera puntata all'esterno e le tende chiuse. 
Per arrivare a colpire maggiormente lo spettatore, Haneke usa la tecnica di mostrarci tutto con freddezza e neutralità, così che viene inevitabile il senso di empatia verso quello che sta accadendo. Inoltre, il regista austriaco, ci imprigiona in una trappola vouyeristica, da cui è impossibile distogliere lo sguardo, pur non arrivando mai a mostrarci la violenza direttamente, ma piuttosto suggerendola, facendola immaginare, come nel lungo piano sequenza (memorabile quello di otto minuti in "Funny Games") in cui Benny uccide la ragazza, visto solo parzialmente attraverso la videocamera del ragazzo. Ad amplificare il senso di disagio è anche il comportamento del ragazzo, che sembra non essersi reso conto veramente di quello che ha fatto, o meglio, che lo vive con totale indifferenza, la stessa indifferenza con cui guarda i le immagini di guerra nei telegiornali. 
Quando il padre (l'Urlich Muhe sempre in "Funny Games") gli chiede perché lo ha fatto, lui risponde: "Fatto cosa?" e poi cadendo dalle nuvole non sa dare spiegazione alle sue gesta. Ancora più incomprensibile però è l'atteggiamento proprio dei genitori di Benny, che ci pensano su solo qualche istante sul da farsi, e poi decidono di risparmiare al figlio un futuro doloroso e difficile (rinchiuso in riformatorio o in un ospedale psichiatrico), fingendo che non sia accaduto nulla. Una forma di freddezza e distacco, forse ancor peggiore di quella del figlio, perché messa in atto da persone adulte, che dovrebbero avere una coscenza morale ben definita, ma che viene messa a tacere dal peso di una società che dà maggior importanza alle apparenze, che ai sentimenti. 
Nel finale, Benny si dimostra ancora una volta insensibile e arrogante, con un gesto che coglie ancora una volta impreparati i suoi genitori, ma a cui questa volta non c'è rimedio.
"Benny's video" è dunque un film duro e cattivo, certo non adatto a tutti, ma che piacerà sicuramente a chi apprezza il cinema cinico e pessimistico di Haneke


giovedì 27 agosto 2015

Oh, Mexico, I guess I'll have to go...

Siamo arrivati di notte, ma già così si vedeva che la città era diversa da tutte quelle che avevamo visitato negli anni passati. Messico City è una delle città più grandi e caotiche al mondo, ma anche una di quelle in cui si nota maggiormente la differenza tra chi sta bene, e chi sta meno bene, tra la periferia e il centro. Tuttavia, l'eccitazione di trovarci in un Paese esotico, e la piacevole soundtrack fornitaci dal tassista, composta esclusivamente da brani anglofoni (Red Hot Chili Peppers -ok qui ci stava pure bene- e U2 tra gli altri) non ci avevano permesso di apprendere a pieno la realtà in cui ci trovavamo.
Il giorno dopo, alla luce del sole, una volta recuperata la nostra auto, forme e colori hanno preso sostanza e abbiamo iniziato a vivere la nostra vacanza,
Il traffico della città è qualcosa di indescrivibile; io fortunatamente non ho dovuto guidare, perché tra improbabili incroci, e auto che sfrecciavano indifferentemente a destra e sinistra, suonando il clacson dopo un microsecondo che era scattato il verde, probabilmente avrei fatto qualche danno.
La nostra prima tappa è stata Teotihuacan, dove si trova uno dei maggiori siti archeologici del Centro-America, ma arrivarci non è stato così semplice, dato che dando retta a due navigatori diversi abbiamo sbagliato strada, trovandoci così in un paesino caratteristico, ma in cui i turisti ci passano appunto per sbaglio. Inoltre abbiamo fatto conoscenza delle topas, i corrispettivi messicani dei nostri rallentatori del traffico, con la differenza che lì li trovi ad ogni pisciata di cane (scusate il francesismo), spesso sono dello stesso colore dell'asfalto e altrettanto spesso non sono segnalati. Questa sorte di attentati all'incolumità delle persone e delle auto, ci hanno accompagnato per tutta la vacanza.
Siamo comunque giunti a destinazione, e lo spettacolo è stato magnifico. L'arrampicata sulle Piramidi del Sole e della Luna non è stata per me semplice, a causa della mia indolenza durante l'anno, ma alla fine sono sempre giunto in cima pienamente soddisfatto. La visita ci ha portato via l'intera mattinata e poi il pomeriggio siamo rientrati in città con visita al Museo Antropologico.

La Piramide della Luna vista da La Piramide del Sole

Il giorno dopo siamo partiti in direzione di Oaxaca, con un breve tappa a Puebla e il mio viso e le mie braccia stavano già assumendo un colore rosso vivo per via della solata del giorno precedente.
Avendo scelto di fare un percorso abbastanza diverso da quelli classici, in questa prima parte del viaggio, cioè per tutta la prima settimana circa, abbiamo avuto modo di avventurarci anche in zone rurali, in cui oltre alle già citate topas e alle moltissime curve, a rallentarci ci pensavano uomini, donne e soprattutto bambini che si piazzavano in mezzo alla strada tra le due carreggiate per provare a venderci qualche prodotto tipico o comunque a racimolare pochi pesos.
I due giorni seguenti sono proseguiti con le visite ai siti di Monte Alban e Yagul inframmezzati da quella a Mitla. Qui ci siamo fermati ad una piccola ditta che produce metzcal e ne abbiamo assaggiato qualche bicchierino prima di decidere di comprare tre bottiglie da portare a casa. Non contenti, sulla strada del ritorno abbiamo trovato una delle filiali della Corona e anche qui abbiamo preso una bottiglia a testa che però abbiamo consumato subito...
La festa alcolica però non è durata a lungo dato che, un paio di giorni dopo, forse a causa di qualcosa che avevamo mangiato, siamo stati tutti e tre colpiti da un virus intestinale che ci ha tenuto compagnia per quasi tutto il resto della vacanza, costringendoci a bere soltanto acqua.
Le temperature a San Cristobal ci hanno in parte sorpreso, se non altro per la differenza tra il giorno e la sera (o la mattina presto) in cui devi coprirti con una felpa o una giacchettina. Nei giorni a seguire avremo avuto modo di rimpiangere quella frescura dato l'innalzarsi della temperatura e dell'umidità.
Prima però ci sono state la navigazione del Canyon Sumidero con sguardo sulla fauna locale (alligatori, scimmie e vari tipi di uccelli), il Mirador (vista del Canyon stesso dall'alto) e la città di Chamula con la sua particolare chiesa senza panche e il pavimento ricoperto di aghi di pino, dove siamo stati "assaliti" da numerosi bambini in cerca di qualche soldo.

Pellicano al Canyon Sumidero

La tappa seguente è stata forse la più bella di tutta la vacanza, con una visita guidata al sito di Toninà, a mio avviso più armonioso rispetto al più appariscente  sito di Teotihuacan e alle splendide aree naturalistiche di Agua Azul e Mazul-ha.
Nonostante la loro bellezza, questi luoghi sono rimasti fuori dai circuiti del turismo di massa, e in particolare da quello europeo e italiano, per cui siamo sempre riusciti a fare delle visite tranquille, godendoci le meraviglie costruite dall'uomo e lo spettacolo della natura.

Agua Azul

Da li in poi però le cose sarebbero notevolmente cambiate, avvicinandoci infatti allo stato dello Yucatan il flusso di turisti è notevolmente aumentato, già a partire dalla bellissima Palenque.
Ed è stato nel piccolo albergo di Xpujil che abbiamo incrociato una chiassosa famiglia snob, probabilmente di Milano, che poi abbiamo avuto modo di ritrovare almeno altre due volte durante il nostro percorso, senza che accennassero mai ad un saluto.
Un'altra tappa che mi è molto piaciuta è stata quella successiva di Calakmul, città archeologica immersa nella giungla, dove oltre alle splendide piramidi e costruzioni di vario genere, abbiamo potuto vedere vari animali nel loro ambiente naturale come scimmie, tapiri, coati e quant'altro...
La volta successiva è stato il viaggio per Chetumal, con visite a Chicannà e Kohunlich e quindi Uxmal, con le sue imponenti costruzioni.
Una volta salutata Merida, ci siamo messi in moto verso Valladolid con tappa obbligata alla celebre Chichen-Itza, uno dei centri archeologici più grandi e ben conservati dello Yucata e dell'intero Messico, nonché uno dei più visitati, in quanto vicino alle spiagge e ai villaggi turistici.
Ma di quella giornata ricorderò per sempre la visita e il bagno ai cenote...Se non lo sapete, i cenote sono delle specie di grotte con presenze di acqua dolce (talvolta mista a salata), dove è possibile farsi una nuotata.

Cenote nei pressi di Chichen Itza

Il giorno dopo, in direzione Playa del Carmen, abbiamo visitato Tulum, un centro archeologico (l'ultimo del nostro viaggio) a ridosso dell'oceano.
Gli ultimi due giorni sono stati dedicati al relax, alle spiagge, al cocco e allo shopping..
Ma oltre a quello fin qui descritto, di questo viaggio voglio ricordare ogni singolo momento: dai miei fantastici compagni di viaggio, alla gentilezza e cortesia dimostrataci della gente del posto; dai lunghi e interminabili spostamenti in auto, alle difficoltà a prelevare i pesos (almeno una volta ognuno di noi ha dovuto affidarsi agli altri per i prelievi di denaro); le risate, il buon cibo, i bagni rilassanti in piscina, il benzinaio che ci ha fregato duecento pesos...Un viaggio stupendo, che mi ha permesso di vedere, oltre a bellissimi posti, anche una realtà diversa da quella che avevo visto nei viaggi precedenti, e che vedo ogni giorno...

I tre amigos

Adios Mexico!!!


mercoledì 5 agosto 2015

Bianco

(Ripropongo qui un mio vecchio racconto)

Quando aprii gli occhi, quella mattina, la prima cosa che vidi fu il soffitto bianco, ritinteggiato appena l’estate precedente. Rimasi a fissarlo per una buona mezz’ora prima di decidermi ad alzarmi, con una strana sensazione che mi permeava la mente.
Ciabattai lentamente fino alla finestra e aprendo le imposte, fui colpito dalla bianca luce solare, tanto da dover chiudere per un istante le palpebre. Quando, finalmente, riuscii  a riaprire gli occhi, lo spettacolo a cui mi trovai di fronte mi tolse il fiato: il giardino, il quartiere e tutta la città erano ricoperti da un soffice manto bianco. La sera prima avevo visto cadere i primi fiocchi, ma credevo che, come da molti anni a questa parte, la neve si sarebbe presto trasformata in pioggia, lasciando tutt’al più, qualche macchia bianca nelle zone in cui il sole non riusciva ad arrivare.
Mentre richiudevo la finestra vidi Martino, il lattaio, nella sua tenuta completamente bianca, attraversare il cortile dei miei vicini, lasciare accanto alla porta un paio di bottiglie di latte e raccogliere quelle vuote. Poi, camminando sulle sue stesse orme lasciate sulla neve, tornò al suo furgone. Bianco.
Ancora una volta sentii una sensazione pungente alla base della nuca, ma preferii non badarci e andai a farmi una doccia calda. Quando ne uscii, avevo riempito completamente il bagno di vapore, che si era attaccato allo specchio rendendolo  del tutto opaco; ci passai sopra uno straccio, rivelando la mia immagine riflessa, e iniziai a radermi, ma con una pressione eccessiva, vicino allo zigomo,  mi procurai un piccolo taglio, che inizio subito a sanguinare.
Prima che riuscissi a tamponare la piccola ferita, alcune gocce caddero sulla bianca ceramica del lavandino. Solo due piccole macchie rosse in un enorme spazio bianco. Rimasi come ipnotizzato, nel vedere quei due puntini rossi, che sembravano sverginare la purezza del lavabo. 
Ad un tratto la vista mi si annebbiò e sentii le gambe venir meno; cercai di resistere, di non svenire, ma fu tutto inutile, un attimo dopo ero a terra privo di sensi, con la testa che aveva miracolosamente mancato il bidè.
Avevo sempre creduto che perdere conoscenza, fosse come precipitare in un pozzo, scuro e profondo, invece mi ritrovai a galleggiare in ambiente totalmente bianco e che sembrava espandersi all’infinito, in ogni direzione.
Quando ripresi conoscenza, mi accorsi che erano passati solo pochi minuti; rinfrescai il viso sotto l’acqua gelida e scesi a prepararmi una colazione rigenerante.
Fortunatamente, quando versai il caffè, ero già seduto, poiché il liquido nero che danzava all’interno della piccola tazza di porcellana bianca, mi provocò una nuova vertigine e se non mi fossi affrettato a togliere lo sguardo, probabilmente sarei svenuto una seconda volta nel giro di un quarto d’ora.
Lasciai tutto come si trovava e andai al mio studio, dove mi aspettavano almeno una mezza dozzina di tele vuote. Ne raccolsi una fissandola al cavalletto e poi… poi mi sedetti sul pavimento osservando quel rettangolo bianco per diverse ore, senza però riuscire a imprimervi nulla, ma il mio non era il classico blocco dello scrittore riportato per un pittore; di idee ne avevo moltissime, ma ogni volta che pensavo ai colori da inserire nella mia opera, questi si mischiavano assieme fino a diventare un tutt’uno. Un solo colore. Bianco.
Rimasi così per tutta la giornata, senza scendere nemmeno per il pranzo e la cena; infine, con la speranza di aiutare la concentrazione, presi il telecomando dello stereo e premetti il pulsante che metteva in moto il giradischi. Lentamente il braccio si levò dalla sua collocazione e andò a poggiarsi leggermente sul disco che girava sul piatto.
Immediatamente le note di Back in USSR, si diffusero per la piccola stanza. White Album pensai, e quindi fui sorpreso da un’isterica risata; risi talmente forte che presto mi ritrovai a terra, piegato su me stesso, con le braccia a proteggere lo stomaco afflitto da fortissimi crampi e il volto bagnato dalle lacrime.
Quando, finalmente, riuscii a superare l’eccesso di risa mi rialzai, spensi lo stereo e me ne andai dallo studio. Mi sentivo totalmente esausto e privo di forze,  andando direttamente in camera da letto e, sebbene la sveglia segnasse appena le nove, mi infilai sotto le coperte.
Prima di sprofondare in un pesante sonno senza sogni, un ultimo pensiero fece capolino nella mia mente; oggi è stato bianco, e domani?






martedì 4 agosto 2015

Aiuto, mi vogliono aiutare!

Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di una mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio... Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri.” 

Capita a tutti di avere bisogno di aiuto e non mi riferisco a un supporto morale, o di un orecchio che ci sappia ascoltare; dico proprio dal punto di vista pratico: che sia per un lavoro, per un passaggio o per altri bisogni concreti. E il problema qual è?
Il problema è che quando chiediamo una mano dobbiamo poi "accontentarci" dell'aiuto che ci viene "concesso". Non possiamo pretendere che gli altri, anche l'amico più caro, vadano oltre le loro possibilità per soccorrerci; infondo siamo noi che abbiamo chiesto il loro intervento, dunque è bene evitare piagnistei e ricatti morali.
Viceversa se l'aiuto ci viene offerto è bene che chi lo fa sappia che è lui che deve adeguarsi alle nostre esigenze. Certamente non chiediamo sacrifici impossibili, ma chi ci aiuta di sua spontanea volontà non può venire a dirci in che modo dobbiamo ricevere il suo aiuto: se io sto risistemando casa e tu ti offri di aiutarmi, poi devi stare ai miei orari e al mio programma di lavoro (oddio un consiglio si ascolta sempre, ma deve rimanere tale e non un imposizione), perché io non posso aspettare te, ho altre cose da fare oltre a sistemare casa, ho il mio lavoro, ho le spese e quant'altro, perciò: "ti aiuto, ma dobbiamo fare così", non va bene, mi arrangio e amici come prima.
Queste sembrano ovvietà, ma non è così, lo so per esperienze diretta


martedì 28 luglio 2015

La ragazza della porta accanto (2007)

"Io avevo tanti sogni...ora non ne ho più"

David ha dodici anni e passa le lunghe giornate estive assieme ai suoi amici, o in riva al fiume. Un giorno incontra Meg, una bella ragazza di sedici anni, che assieme alla sorella si è trasferita a casa dei suoi vicini. Le due ragazzine hanno perso i genitori in un incidente stradale e sono state affidate alle cure di Ruth Chandler, loro lontana parente e madre dei migliori amici di David. Ben presto però, la donna rivelerà tutto il suo sadismo, nei confronti delle due sorelle, prima sottoponendole ad umiliazioni e qualche percossa, per poi farle sprofondare in un inferno fatto di torture e  violenze fisiche e psicologiche, a cui parteciperanno anche i giovani figli della donna, nonché alcuni altri ragazzini del vicinato. David diviene così testimone muto di quei terribili segreti, a metà tormentato dai sensi di colpaverso Meg, ma bloccato dal timore reverenziale per Ruth.Tratto dal romanzo di Jack Ketchum, che a sua volta si basa su avvenimenti realmente accaduti, il film è uno spaccato atroce di quell’America chiusa e rurale, di cui ogni tanto sentiamo parlare per sanguinosi fatti di cronaca. “La ragazza della porta accanto”, che a differenza del romanzo non ha ancora trovato una distribuzione italiana, è un horror “vero” perché  i mostri di cui parla sono reali; non ci sono vampiri o zombies, ma esseri umani sadici e puramente cattivi. E sebbene la violenza vera e propria, non venga mai mostrata direttamente, ma per lo più suggerita, nemmeno film come “Saw” o  “Hostel”, che facevano del voyerismo la propria carta forte, riuscivano a essere altrettanto duri e crudeli. Forse perché, seppure manovrati dalla mefistofelica Ruth, a perpetrare la maggior parte delle violenze sono dei ragazzi o ragazzini, da cui non ci si aspetta tanta crudeltà.  Il film parte un po’ lento, ma quando ingrana diventa una macchina devastante, che colpisce con forza e non può lasciare indifferenti. Alcune sequenze ineffetti, sono veramente impressionanti, pur non arrivando a mostrare nulla direttamente, e probabilmente non sono adatte a cuori deboli. Credo che il regista volesse sottolineare l’ambiguità degli stati d’animo dei protagonisti, facendo si che anche lo spettatore si senta spiazzato e confuso inquanto, una cosa è ciò che è giusto fare, un’altra e quello che la paura ti concede di fare, e direi che è perfettamente riuscito nel suo intento, perché il film è assolutamente coinvolgente. Seppure con qualche ingenuità, Wilson dimostra grandi doti, muovendosi bene conla macchina da presa, soffermandosi spesso su dettagli, che però danno una visione d’insieme ancora più realistica. Come già detto, il fatto di tenere la violenza vera, nascosta allo spettatore, ma solo suggerita è un valore aggiunto, poiché non c’è mezzo forte quanto l’immaginazione, dunque è come se si stesse assistendo direttamente alle torture che la protagonista subisce. Molto bravi gli attori, in particolare Daniel Manche (David) e Blythe Auffarth (Meg) che riescono a rendere evidente il tormento che i due ragazzini vivono, con l’animo in conflitto con se stesso, combattuti tra ciò che è giusto fare e ciò che in realtà possono fare. Un film, che gli amanti del genere, non potranno non apprezzare, ma che sconsiglio  a chi è troppo sensibile.