martedì 23 agosto 2016

Piranha (1978)

Sto scrivendo questo post durante un tranquillo turno al lavoro, in una calda notte estiva. Notti estive, che quando ero ragazzino volevano dire "Notte Horror". C'è da dire che per parecchio tempo avevo paura di questo genere cinematografico e me ne sono tenuto ben lontano, poi però le cose sono cambiate e quando Italia 1 ha cominciato, prima con Zio Tibia, e poi con "Notte Horror", a terrorizzare le nostre serate, non mi perdevo un film.
Questo è dunque il mio esordio da blogger, per l'evento che già da qualche anno vuole ricordare proprio quella rubrica televisiva e per farlo ho scelto un cult di fine anni 70 di un grande maestro del genere...




Dopo l'enorme successo de "Lo squalo" di Steven Spielberg, i film su animali assassini sono spuntati come i funghi; dai topi, agli alligatori, passando per orsi, api e persino conigli, ma quello che, forse è il migliore di tutti, è proprio "Piranha" di Joe Dante.
Il film, prodotto dal grande Roger Corman, è un thriller-horror/commedy a bassissimo costo e fin da subito si capisce che "Lo squalo" è sia fonte di ispirazione, ma anche opera da omaggiare e parodiare.
Nel prologo, vediamo dunque, una coppia che in cerca di un posto dove piantare la tenda per la notte, valica una recinzione con tanto di cartello di divieto dell'esercito e finisce con il fare il bagno in una piscina, presumibilmente abbandonata, mal ne coglierà ad entrambi, in quanto verranno attaccati da qualche creatura ospitata in quelle acque.



Qualche giorno dopo, sulle tracce dei due ragazzi, si mettono Maggie McKewon, investigatrice privata (interpretata dall'ex playmate Heather Menzies-Urich), che all'inizio vediamo giocare con un videogame che si chiama "Jaws" (vi dice nulla?), e lo scorbutico Paul Grogan (Bradford Dillman), che ha il vizio di alzare il gomito. Le loro indagini porteranno i due proprio alla piscina, che decideranno di svuotare per scoprire cosa c'è nel fondo. E in questo momento che appare lo scienziato Robert Hoak (intepretato da Kevin McCarty, noto soprattutto per il ruolo da protagonista in quell'immenso capolavoro che è "L'invasione degli ultracorpi". ma apparso in numerosi film e telefilm e che ha collaborato spesso con Dante) che rivelerà loro che la vasca era piena di piranha geneticamente modificati dall'esercito, per usarli nella guerra in Vietnam e che svuotando la piscina li hanno liberati nel vicino fiume. I due protagonisti tenteranno di avvertire la polizia, per trovare il modo di fermare i feroci pesci, prima che questi possano fare una strage e raggiungere il mare; ma le loro parole rimarranno inascoltate, anche a causa degli sporchi interessi di alcuni politici, mettendo in pericolo chiunque si avvicini al fiume.



"Piranha" è il primo vero successo di Joe Dante, e già in questa pellicola si notano diversi elementi che contraddistinguono quasi tutta la sua filmografia futura. come i mostricciatoli in stop motion, nel laboratorio del dottor Hoak, che paiono essere il prototipo di quei Gremlins che qualche anno più tardi faranno la fortuna del regista. oppure la sua critica verso l'autorità (in questo caso politica e militare), nascosta sotto forma di pungente ironia, o ancora quell'inventiva che permetteva al regista di fare ottimi film con budget ridotti.
Il film, pur avendo quasi quarant'anni, continua a tenere lo spettatore con incollato alla poltrona, grazie anche all'espediente di mostrare i pericolosi pesci un po' alla volta e alle belle musiche di Pino Donaggio.
Al regista non manca una certa dose di cattiveria mostrando i piranha che attaccano un gruppo di bambini al campeggio estivo.



Gli effetti speciali, seppur datati, non compromettono la visione del film, anzi ne conferiscono un aspetto vintage, che continua ad affascinare i molti fan della pellicola e del regista.
Altro importante cameo, è quello di  Barbara Steele, una delle maggiori icone del cinema horror e musa di registi quali Mario Bava, Riccardo Freda e lo stesso Roger Corman.
Insomma, "Piranha" continua a essere, anche dopo tanto tempo, uno dei migliori esempi di come si possa girare un b-movie e fare un film intelligente e di successo.
Nel 1981 fu girato un sequel intitolato "Piranha paura", che vedeva al suo esordio con un lungometraggio un  tale di nome James Cameron.



lunedì 8 agosto 2016

Stand by me - Ricordo di un'estate (1986)

Ed ecco, come dicevo quando iniziavo a scrivere questo blog, "La stanza di Gordie" ha origine da qui, da questo meraviglioso racconto di Stephen King e in seguito dal film che ha ispirato.
Era l'8 agosto 1986 quando usciva per la prima volta negli Stati Uniti, in anteprima nazionale (la data ufficiale è quella del 22 agosto), uno dei più bei film sul passaggio dall'infanzia all'adolescenza, un film, che grazie ai quattro giovani interpreti e ad una storia intensa e profonda, è entrato nella storia del cinema. Un film che non mi stancherò mai di vedere e di consigliare, così come il racconto, contenuto nella raccolta "Stagioni diverse", che racchiude anche i racconti dai quali sono tratti "Le ali della libertà" e "L'allievo"



Stand by me è uno di quei film che è difficile tenere separati dall’opera al quale sono ispirati, grazie soprattutto all'ottimo lavoro di Rob Reiner, che si limita a piccoli cambiamenti ( ad esempio sposta la vicenda dal Maine all’Oregon, e dal 1960 al 1959) che non pregiudicano il significato del racconto di Stephen King e anzi, ne sono quasi un valore aggiunto. La storia è quella di quattro amici dodicenni, che sul finire dell’estate decidono di avventurarsi alla ricerca del corpo di un loro coetaneo, morto travolto da un treno (episodio che si fa risalire all’infanzia di King, ma che non è mai stato provato).
Il film è considerato, giustamente, uno dei migliori coming of age movie, ma è molto di più, è un inno all’amicizia, un grido di dolore di un infanzia abbandonata a se stessa, un viaggio irto di ostacoli, ma anche di belle scoperte.



Conosciamo quindi Vern Tessio (Jerry O’Connell), ragazzino timido e impacciato ed è quello che più spesso è vittima degli scherzi dei compagni; Teddy Duchamp (Corey Feldman), è la personalità eccentrica del gruppo, istintivo al limite della temerarietà; Chris Chambers (River Phoenix) è il leader della banda, carismatico e coraggioso è mal visto a Castle Rock per via dalla pessima reputazione della sua famiglia, in realtà è un bravo ragazzo. Migliore amico di Gordie, lo sprona a coltivare la sua abilità nello scrivere e diventa per lui una sorta di fratello maggiore; Gordon “Gordie” Lachance (Wil Weathon ,)protagonista della storia e voce narrante, è un ragazzino sensibile, dalla spiccata intelligenza e con un gran talento nell’inventarsi storie, cosa che lo porterà da adulto, a diventare scrittore. La morte del fratello Danny, oltre a turbarlo personalmente, sarà causa di una frattura tra lui e i suoi genitori a cui preferivano il figlio maggiore.



Quattro amici, che all’inizio del film sono poco più che bambini, che passano il tempo a giocare e scherzare, e a parlare “di tutto quello che sembra importante fino a quando scopri le ragazze” , mentre alla fine sono pronti per affrontare quel difficile periodo chiamato adolescenza. In particolare è bella l’amicizia tra Gordie e Chris, così differenti (uno timido e riflessivo, l’altro spontaneo e profondo), eppure così simili nella loro sensibilità di ragazzini e nella loro solitudine. Amicizia che porterà a occuparsi reciprocamente l’uno dell’altro, in quanto ad entrambi mancano delle figure di riferimento.
Ad uscirne distrutti dal film (come nel racconto), sono infatti gli adulti: alcolizzati, violenti o peggio ancora indifferenti nei confronti dei figli, adulti che insultano ragazzini o che li usano per i loro scopi. Si crea così una spaccatura netta tra il mondo dei bambini e quello degli adulti, senza alcuna possibilità di dialogo.



Ma quell’avventura, vissuta in quel modo (“Stiamo proprio bene” dice Vern ad un certo punto, alludendo a qualcosa di più profondo del  semplice viaggio) li renderà consapevoli di quello che vogliono, ma soprattutto di quello che non vogliono essere. Non vogliono essere come i loro genitori che non si prendono cura di loro, non vogliono essere come i ragazzi più grandi che li vessano e umiliano e infatti, almeno Chris e Gordie riusciranno a riscattarsi  e a superare le loro difficoltà. Così nel finale vediamo Gordon, padre amorevole, mentre sta finendo di scrivere di quest’avventura, prima di uscire a giocare con i figli. L’ultima frase rivela tutta la nostalgia del protagonista per quello che è forse il periodo più bello della vita di ognuno di noi: “Non ho mai più avuto amici come quelli che avevo a dodici anni. Gesù, ma chi li ha?”. Eh si, perché l’amicizia nell’infanzia è qualcosa di profondo, sincero e indimenticabile.

martedì 2 agosto 2016

Du er ikke alene (1978)



Du er ikke alene (traducibile con "Non sei solo"), è uno di quei film che per il tema trattato e soprattutto per come viene trattato, difficilmente trovano spazio nel cinema nostrano, ma fortunatamente oggi, grazie ad alcuni appassionati e alle nuove tecnologie è possibile recuperarlo anche in una versione fruibile da noi italiani.
Il film racconta la vita di un gruppo di studenti in una scuola diretta con severi principi cristiani, dei loro primi turbamenti amorosi e delle prime esperienze sessuali di alcuni di loro. In particolare l'obiettivo si concentra sul quindicenne Bo, che si sente attratto da Kim, il figlio dodicenne del preside della scuola, che a sua volta ricambia i sentimenti di Bo e lentamente il loro rapporto si fa sempre più profondo. 



Questo rapporto diviene così simbolo di rivolta contro il bigottismo e la repressione degli adulti, è il modo in cui Kim si ribella contro il padre, ed è il modo con cui Bo riesce a liberarsi delle  repressioni che lo hanno tenuto imbrigliato fino a quel momento e ancora di più, il loro rapporto diventa simbolo della ribellione contro le istituzioni scolastiche, quando queste decidono di espellere uno studente, reo di aver tappezzato le pareti di un bagno, con fotografie pornografiche. Così il loro bacio, nel finale del filmino, alla fine del film, girato dai ragazzi come compito e che viene utilizzato da essi come mezzo dimostrativo della loro rivolta, risulta essere il colpo di scena per far trionfare (e così è) le loro ragioni.
Il tutto viene diretto con una libertà che oggi sarebbe difficilmente ripetibile anche in Paesi dai costumi sessuali meno restrittivi e liberi dal bigottismo della morale cattolica, come lo è la Danimarca. Raccontare l'amore tra adolescenti è già difficile, ma raccontarne la sessualità è praticamente un tabù, specialmente se si tratta di un rapporto omosessuale. I due registi lo fanno però, con una certa delicatezza, e con una poetica naturalezza, che non rifugge l'immagine di qualche nudo, non visto con ossessione o con bramosia, ma come qualcosa di normale e naturale, così come lo è l'affetto che nasce tra i due protagonisti e che trionfa nel finale. 
Una tematica simile, anche se con più pudore e meno sensazionalismo, si era visto in "Le amicizie particolari", ma qui la vicenda prende valore anche come difesa della libertà di essere se stessi, compreso nella scelta della propria sessualità. 


venerdì 22 luglio 2016

Tre piccole storie - 2

Tornano i microracconti


NUMERO 37

Li vide un giorno, mentre aiutava un signora di mezz'età a provarsi un paio di stivali. Erano due piedi splendidi, piccoli ben curati, un 37 di sicuro. Non vide altro di quella donna, ma già si era innamorato. Sperò che presto quei due deliziosi piedini, presto sarebbero tornati in negozio, ma ciò non avvenne mai, così cominciò a cercarli lui; li cercò per molti giorni e molte settimane, in giro per la città e per la regione, ma non ci fu niente da fare. Alla fine, dopo due anni, affranto, dovette arrendersi.
 Vent'anni dopo, stava aiutando una graziosa bambina a calzare un paio di sandali rosa; la piccola si rivolse alla madre: "Prendi anche tu le scarpe, mamma?". Lui che vedeva solo i piedi della donna, alzò lo sguardo sorridendo: "Numero 37, vero?"




ORA SO!

Quando sono arrivato qui ero un giovane neolaureato, pieno di energia ed entusiasmo. Oh, certo, i primi tempi furono difficili, ma io ero un tipo tenace e non mi facevo commuovere facilmente. Poi però arrivò Luca; aveva solo undici anni, con due occhi tristi, come mai ne avevo visti. Ma a turbarmi maggiormente era il suo sguardo; uno sguardo così vecchio che avrebbe potuto appartenere ad un centenario, uno sguardo colmo di sapere eppure altrettanto pieno di paura. Tentai chissà quante volte di entrare in quella piccola testa, per capire perché un bambino così piccolo fosse ricoverato lì, ma per molti mesi lui non proferì parola, non una, con nessuno. Fino alla settimana scorsa, quando, durante il turno di notte, mi si avvicinò e mi bisbigliò qualcosa all'orecchio. Oggi sono il suo vicino di letto, alla stanza numero 9, terzo piano psichiatria.





PERDITA DELL'INNOCENZA

Era stata una vacanza splendida; solo lui e sua madre. Assieme si erano divertiti molto, giochi, risate, lunghe passeggiate sulla battigia al tramonto, chiacchierando di questo e di quello. Questa era l'ultima notte che passavano in albergo, domani sarebbero tornati a casa, ma lui era felice perché poteva stare sempre accanto a sua mamma. Sorrise mentre lei lo aiutava a infilarsi il pigiama, dopo aver fatto il bagno assieme e una strana sensazione gli prese lo stomaco e i testicoli nel vedere il corpo nudo di lei, che si preparava per uscire a bere qualcosa. Più tardi quella notte, fu svegliato da strani rumori e spiando nella camera di sua madre, la vide assieme ad uomo, nell'esercizio del più alto piacere umano, a lui ancora oscuro. Qualcosa si lacerò dentro di lui. Silenziosamente uscì sul terrazzo, si sollevò oltre il parapetto e spiccò il volo.


mercoledì 13 luglio 2016

Son of Rambow (2007)



"Il figlio di Rambo" (Son of Rambow) è una simpatica e intelligente commedia-dramma, che come spesso accade, in Italia è passata velocemente e praticamente inosservata (ora viene trasmessa di tanto in tanto su canali satellitari).
Will  vive in una famiglia che fa parte di una severa comunità religiosa, in casa non hanno la tv, non è mai stato al cinema e a scuola è costretto a uscire dalla classe quando vengono usati maeriali audiovisivi; è un ragazzino solitario e timido, ma dotato di grande immaginazione. Lee Carter invece è un bambino scalmanato, sempre in mezzo ai guai, che vive solo con il fratello maggiore (i genitori sono sempre in giro per il mondo) nei pressi di una casa di riposo per gli anziani. Anche lui è solo e bisognoso d'affetto e ha il grande sogno di dirigere un remake amatoriale di Rambo. Un giorno i due bambini si incontrano e Lee Carter chiede a Will di aiutarlo nel suo progetto, e questi, dopo aver visto casualmente Rambo in videocassetta, accetta entusiasta, la proposta del nuovo amico.Per Will inizia così un periodo felice, fatto di avventure e momenti emozionanti assieme a Lee Carter, ma anche di bugie che è costretto a raccontare in famiglia per poter giocare come un normale bambino.Nel frattempo a scuola arriva un gruppo di studenti francesi, tra cui spicca lo stravagante Didier, che riscuote subito un enorme successo tra i ragazzi locali. Un giorno, quando Lee Carter è in punizione, annoiato e venuto a conoscenza del progetto dei due ragazzini, Didier convince Will a fare di lui il protagonista della storia; felice delle attenzioni che sta ricevendo, il bambino finisce con il tradire la fiducia e l'amicizia di Lee Carter.
Nel finale, Will si darà da fare per riconquistare l'amico. 



Il soggetto in se è semplice, la storia di due bambini che fanno amicizia, litigano e tornano a essere amici non è certo una novità al cinema, ma in questo film è raccontata in maniera originale, e intelligente.Il tema principale è quello dell'amicizia, che qui vede protagonisti due bambini dai caratteri differenti, ma che proprio per questo sapranno coniugarsi al meglio. Divertente l'idea attorno a cui ruota il film, cioè quella di realizzare una sorta di remake amatoriale di Rambo, idea che è quasi un MacGuffin, perché è vero che il film si basa proprio sulla costruzione di questo remake, ma in realtà, la cosa veramente importante è lo sviluppo dell'amicizia tra i due protagonisti. 
Un'altra importante tematica toccata dal film, è quella dell'ambiente familiare; infatti entrambi i ragazzini vivono situazioni di famiglie problematiche, l'uno con una madre che frequenta una comunità religiosa e costringe i figli a vivere secondo i dettami (per lo più bigotti e restrittivi)  di tale comunità; l'altro con una famiglia assente e affidato ad un fratello distratto e che lo costringe a mille lavoretti domestici. In entrambi i casi, grazie alla loro amicizia, anche le rispettive famiglie capiranno i bisogni e le esigenze dei due bambini, tornando a essere uniti. Nel film si alternano dunque momenti divertenti, come quando Will si presenta a casa dell'amico vestito da Rambo o la sequenza del cane volante, e momenti più drammatici, come il commovente finale, ne esce così una pellicola simpatica, ma anche intelligente, ed è un peccato che da noi sia così snobbata.Bravi tutti i protagonisti, che risultano essere convincenti nei loro ruoli. Si dice che Stallone inizialmente perplesso dall'operazione, pensando si trattasse di una specie di parodia, dopo aver visto il film ha deciso di sostenerlo trovandolo commovente e intelligente.


domenica 3 luglio 2016

La sorellina

Oscar, cinque anni, un metro e dieci per venti chili. Un bambino normale; sorridente e dolce, con la tenerezza che caratterizza tutti i bambini. Così fu, almeno, fino a quel giorno, quando i suoi genitori tornarono a casa dall'ospedale e gli dissero che sarebbe diventato un fratello maggiore. Lui li guardò con occhi stupiti, perplesso.
<<Presto avrai una sorellina, non sei contento?>>
<<No.>> rispose deciso lui, andando a chiudersi in cameretta.
Mamma e papà non ci fecero caso, ritenevano che fosse una normale fase, solo un po’ di gelosia, che prima o poi sarebbe sparita.
Oscar era piccolo, ma sapeva che quell'evento avrebbe cambiato drasticamente la sua vita; avrebbe dovuto condividere l’affetto dei suoi genitori con la nuova arrivata, non sarebbe più stato il loro unico pensiero e lui li voleva tutto per se. Non era mai stato geloso o egoista, ma fino a quel momento non aveva mai avuto motivo di esserlo.
Nei mesi successi, Oscar divenne sempre più capriccioso e irritabile, man mano che si avvicinava il momento della nascita della bambina. Quei “no”, che prima accettava senza fare troppe discussioni, ora erano diventati motivi di continue polemiche; bastava un nonnulla per farlo andare in escandescenze e farlo scoppiare in un pianto isterico.
I suoi genitori fecero di tutto per far si che non si sentisse trascurato, lo coccolavano, giocavano con lui come avevano sempre fatto, senza però viziarlo, come sarebbe venuto naturale fare; così a volte la situazione sembrava tornare alla normalità, Oscar ritornava a essere il bambino di una volta, buono e dolce, ma dopo qualche giorno, di nuovo, tutto precipitava.
Fu il giorno in cui nacque la bambina che, inaspettatamente, Oscar cambiò atteggiamento.
Arrivò in ospedale tutto ben vestito, con le scarpe da tennis che scricchiolavano sul linoleum lucido, e sottobraccio il suo album da disegno. Davanti alla porta della camera si bloccò: sua mamma era lì, seduta sul letto, che allattava la bambina.
<<Ciao…>> mormorò
<<Ciao piccolo mio>> rispose lei <<vieni a conoscere la tua sorellina?>>
Oscar si avvicinò lentamente; osservò prima la mamma e poi la bambina e dopo un attimo di esitazione la baciò sulla fronte.
<<E’ bella…>> disse sorridendo.
Un sorriso forzato, forse non del tutto sentito, ma almeno ci stava provando. Così pensarono i suoi genitori, mentre Oscar si sedeva sul letto libero di fronte e cominciava a disegnare nel suo album.
Da quel giorno, il bambino, diventò sorprendentemente docile, non diede più segni di intemperanza e ubbidiva senza far storie alle richieste dei genitori. Tuttavia era sempre serio, e pensieroso e sembrava voler evitare ogni contatto con la bambina, da cui si manteneva costantemente lontano, salvo in pochissime occasioni, in cui sua madre lo sorprese a osservare la sorella mentre dormiva nella culla. In quelle occasioni, lei si spaventava sempre, perché vedeva negli occhi di suo figlio una luce cattiva, di odio, ma non credeva che un bambino così piccolo fosse in grado di provare quei sentimenti e finiva col rispondersi che era solo la sua immaginazione.

Quella sera, Oscar andò a letto subito dopo i cartoni animati senza fare obbiezioni, come aveva imparato a fare da un po’ di tempo a quella parte. Prima però, controllò che sotto al materasso ci fosse ancora quella cosa che aveva nascosto quel pomeriggio; quando fu certo che era ancora lì, spense la luce e si infilò sotto le coperte.
Più tardi, quando fu certo che sua mamma e suo papà si fossero addormentati, prese l’oggetto da sotto il letto e silenziosamente, andò a trovare sua sorella. La porta della camera era aperta, per far si che i suoi genitori avrebbero sentito se la bambina si fosse svegliata piangendo, lui entrò senza accendere la luce; per quel che doveva fare era sufficiente quella che filtrava dal corridoio. Si sollevò in punta dei piedi e guardò dentro la culla: la bambina stava pacificamente dormendo e per un secondo la trovò realmente bella, ma poi gli tornarono in mente tutte le volte che era stato sgridato, tutti i giochi a cui aveva dovuto rinunciare, tutti quegli abbracci che non aveva più ricevuto da quando lei era entrata nella sua vita e in un attimo sentì l’odio crescergli dentro.
Entrò nella culla per essere più comodo, poi sollevò in alto il martello che teneva in mano, ma un istante prima che riuscisse a calarlo sulla testa di sua sorella, qualcosa lo bloccò. La bambina aveva gli occhi spalancati e lo stava osservando.

Oscar cominciò a tremare e solo un gorgoglio gli uscì di gola: quelli non erano gli occhi di una bambina, erano gli occhi di un animale feroce, di quegli animali che vedeva sempre ai documentari la domenica mattina. Poi la bambina gli sorrise, gli sorrise con gialli e affilati denti e allora lui ritrovò il fiato per urlare, ma fu un attimo troppo tardi. In un instante lei gli fu addosso e affondò i lunghi canini nel suo collo, squarciandogli la piccola e tenera gola e mentre il mondo cominciava a diventare grigio e indistinto, calde lacrime gli bagnarono il volto, ma non era per paura che stava piangendo, la sua era felicità, perché assieme alla vita, sentiva anche scivolare via tutto quell'odio che tanto lo aveva fatto soffrire.


domenica 19 giugno 2016

Nessuno lo sa (2004)



Bellissimo film, che riesce a essere poetico e duro allo stesso tempo. Koreda ci racconta questa storia, basata su un fatto realmente accaduto, con un talio quasi documentaristico, come a dire "questo è quello che è successo, giudicate voi". All'inizio la madre viene mostrata affettuosa, che cerca di fare il possibile per mantenere i quattro figli e per loro è normale viaggiare nascosti all'interno di una valigia o rimanere sempre dentro all'appartamento senza la possibilità di uscire. Solo il più grande, che ha appena dodici anni,può muoversi tranquillamente ed è costretto a prendersi cura dei fratelli più piccoli. Anche quando la madre parte una prima volta (dice per lavoro, ma si capisce che la verità è un'altra), ci viene mostrato tutto come se fosse normale. I bambini più piccoli chiusi in casa giocano e ridono, si divertono in questa situazione assurda, mentre il più grande deve occuparsi di loro andando a fare la spesa e nelle faccende domestiche, ma in lui si vede tutto il disagio di un bambino costretto a fare cose più grandi di lui. Lui vorrebbe giocare con i suoi coetanei, li osserva li invidia, vorrebbe andare a scuola, così come la sorella di poco più giovane, ma la madre non li ha iscritti, anzi loro per la legge proprio non esistono, dunque è costretto a studiare a casa da solo (significativa la scena in cui non riesce a risolvere una semplice operazione da terza elementare).



 Nonostante tutto ciò, quando la madre parte un'altra volta per seguire una sua nuova fiamma (i bambini sono tutti figli di padri diversi), Akira, oltre a occuparsi come ha sempre fatto dei fratelli, lottando contro l'indifferenza dei vicini, e dei padri dei suoi fratelli, cercando di mantenere un regime di vita adeguato alla sua famiglia e non facendo mai mancare il sorriso e il buon umore, anche nei momenti più difficili. Il ragazzo riesce anche a fare amicizia, ma la situazione non dura molto. Dopo un po' il denaro che gli aveva lasciato la madre finisce, così i quattro bambini si devono arrangiare come possono, non tentano nemmeno più di nascondersi, mangiano avanzi, sono costretti a lavarsi alla fontana, perché la corrente e l'acqua in casa sono state bloccate. Ma mentre i più piccoli continuano a vivere tutto come un gioco, Akira, vive un forte disagio, non sa dove sbattere la testa, non può (non vuole) chiedere aiuto alla polizia perché altrimenti verrebbero tutti divisi, ma allo stesso tempo gli adulti a cui si rivolge si dimostrano indifferenti e sordi alla sua richiesta di aiuto. Molto belle le inquadrature dei particolari che usa il regista, come ad esempio le scarpe, troppo piccole per dei piedi che sono cresciuti, o lo smalto sulle unghie della sorella più grande, che un po alla volta si sta consumando, come la fiducia sul possibile ritorno della madre. O ancora la macchia, sempre dello smalto, sul pavimento, che ricorda l'egoismo della madre, che aveva rimproverato la figlia fin troppo aspramente. Solo alla fine, Akira, dopo un ultimo gesto da adulto, per tentare di mantenere unita la famiglia, riesce a essere quello che è; un ragazzino a cui è stato affidato fardello troppo pesante, e allora riesce a piangere. Un film da vedere e rivedere.