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venerdì 11 dicembre 2020

Commemoration Day: Max Von Sydow - Il settimo sigillo (1957)

 Questo 2020 è stato un anno particolarmente difficile e tragico per tutti noi e anche anche il mondo dello spettacolo si è visto colpito dalla dipartita di moltissimi grandi artisti. Noi blogger, amanti del cinema, abbiamo deciso di celebrare un Commemoration Day, per ricordare questi grandi attori, recensendo alcuni film di cui questi sono stati protagonisti.

La mia scelta è caduta su Max Von Sydow, attore feticcio di Ingmar Bergman prima che poi si è reinventato ad artista di "secondo piano" negli Stati Uniti (soprattutto) e in giro per l'Europa.
Dico "secondo piano" perché, quasi mai è stato protagonista dei film in questa sua seconda fase artistica, ma spesso i suoi personaggi avevano un ruolo fondamentale e sono diventate icone immortali,

Il film che ho scelto per ricordare il grande Von Sydow è quello che lo ha lanciato come grande attore e allo stesso tempo lo ha fatto conoscere in tutto il mondo; sto naturalmente parlando di quell'immenso capolavoro che è "Il settimo sigillo"


In una Svezia trecentesca, afflitta dalla peste, il cavaliere Antonius Block (Max Von Sydow), di ritorno dalle crociate, si tormenta sul senso della vita, sulla fede e sulla paura per la morte e ad attenderlo sulla spiaggia, ci sarà proprio la Morte personificata, venuta per portarlo via. Block decide di sfidare il tristo mietitore a scacchi per rimandare la sua dipartita e questi acconsentirà alla richiesta del nobile cavaliere.

Block, pur sapendo che non potrà mai sconfiggere la Morte, utilizza questo tempo in più concessogli, per provare a dare risposta alle sue domande, sulla vita e sull'aldilà e sull'esistenza di Dio. Inoltre cercherà di compiere un ultimo gesto importante che gli permetterà di potersene andare sereno. 
Nel suo peregrinare verso casa, assieme al suo fedele scudiero, Block farà vari incontri, tra cui una famiglia di saltimbanchi e sarà proprio quest'incontro a dargli alcune delle risposte che cercava e ad accettare il suo, inevitabile destino.



"Il settimo sigillo" è un film complesso, allegorico, che parla di religione, di fede e di filosofia.
Bergman ha detto di essersi ispirato agli affreschi trecenteschi delle chiese medioevali per scrivere prima un dramma teatrale, intitolato "Pittura su legno", per poi trasformare quest'opera, dopo aver ascoltato i Carmina Burana di Carl Orff, nel film che oggi conosciamo.
Antonius Block è la rappresentazione del moderno credente, non più disposto a credere ciecamente ai dogmi imposti dalla Chiesa, ma che si pone mille interrogativi ed è dubbioso sull'esistenza di qualcosa dopo la morte. Il film, in questo senso, non dà risposte e solo alla fine, quando il cavaliere prende coscienza della sua fine e della sua mortalità, capisce che è proprio questa ricerca a dare un senso alla vita.

Lo scudiero Jons, rappresenta invece la razionalità e l'ateismo, l'uomo che non crede ne in Dio ne in Satana. Jons non crede nell'amore, che vede solo come un altro nome per la lussuria e un insieme di falsità e inganni. E' insomma un uomo disilluso, che anche guardando alle crociate non può fare a meno di riderne in quanto fatte in nome di un Dio, inventato dall'uomo e che in realtà non esiste.



C'è poi la famiglia di saltimbanchi composta da Jof, Maria e dal piccolo Mikael, che molti critici vedono come rappresentazione della Sacra Famiglia, ma che in realtà potrebbero essere i veri testimoni della fede. Tanto più che Jof racconta spesso di aver visto angeli e di aver assistito a eventi miracolosi e solo lui, alla fine, vedrà la Morte che gioca la partita a scacchi con Block e grazie proprio al generoso cavaliere, che terrà distratta la Morte stessa, riuscirà a fuggire e a salvare se stesso e la sua famiglia.
E sarà sempre lui che, nel finale, vedrà la morte ballare con i suoi amici e compagni di viaggio, in un sorta di danza macabra.

La scelta di rappresentare la storia durante il periodo in cui la peste infestava il nord Europa, può essere letto in realtà, come paura per un possibile conflitto atomico.
Il film è dunque un'opera complessa, come dicevo all'inizio, che pone molte domande e non da riposte, attingendo a vari aspetti della filosofia e della teologia occidentale, ma che con le sue metafore e allegorie, non può non affascinare e incuriosire anche il meno preparato degli spettatori.



L'importanza del film è dimostrata anche dall'influenza culturale che ha avuto nel corso dei decenni, tra cui:

  • Woody Allen, che è uno dei più grandi amanti di Bergman e in particolare di questo film, ne cita il finale nel suo "Amore e Guerra", quando il protagonista, sempre alla fine, balla con la morte;
  • La Morte Bergmaniana compare anche nelle sequenze finali de "Last Action Hero" di John McTiernan;
  • Il n.66 di Dylan Dog "Partita con la morte" sceneggiato da Claudio Chiaverotti e una lunga citazione a "Il settimo sigillo"
  • "The seventh seal" è il brano che apre l'album "Balance" dei Van Halen
Bene, la partita per ora finisce qui...Scacco Matto! 

domenica 28 ottobre 2018

Pelle alla conquista del mondo (1987)

Alcuni impegni mi tengono lontano dal blog, per cui, ecco rispolverata un'altra vecchia recensione:

Lasse è un uomo anziano ed è costretto a emigrare dalla natia Svezia, fino in Danimarca a cercare lavoro e fortuna.
Assieme a lui c'è il figlio undicenne Pelle, avuto in tarda età. Il viaggio è lungo e all'arrivo le cose si dimostrano subito difficili. Fin dall'inizio è molto chiaro il carattere di Lasse, uomo buono e generoso, che ama teneramente il figlio, ma debole di carattere, che parla tanto, ma agisce poco
"Non bisogna accettare la prima offerta" ripete al figlio, riferendosi al lavoro, ma alla fine si vede costretto ad accettare la prima (e unica) offerta che riceve.



Pelle invece all'apparenza timido e dall'aria sempre impaurita, con il passare del tempo si rivela essere di carattere indomito.
All'inizio però sono costretti a subire molte umiliazioni, soprattutto da parte dell'aiuto fattore.
Tuttavia, la speranza di una vita migliore, da la forza ad entrambi di sopportare fatica e mortificazioni.
Veniamo così a conoscenza del microcosmo della fattoria dove padre e figlio lavorano, tutto visto attraverso gli occhi curiosi del piccolo Pelle.



C'è Erik, un altro lavoratore svedese (mal visto dal fattore che lo crede solo un sovversivo), che fa amicizia con Pelle e che gli fa nascere la voglia di andarsene in America (o in Cina), c'è la giovane fantesca che innamoratasi (ricambiata) dal figlio di un benestante locale, annega il figlio nato da quel rapporto per non compromettere il ragazzo, c'è il padrone incallito donnaiolo, che arriva addirittura ad insidiare la giovane nipote che era venuta a passare un periodo di vacanza dagli zii, e dunque una notte subisce la vendetta della moglie, che più non sopportava le sue continue scappatelle.



Con il passare delle stagioni, Pelle oltre a lavorare, inizia a frequentare la scuola, dove subisce altre prese in giro e umiliazioni, da parte dei compagni, mentre Lasse è alla ricerca di una moglie per dare una vita migliore al flui e al figlio (e magari per avere una tazza di caffè a letto).
Quando finalmente sembra averla trovata, un imprevisto fa precipitare le cose, e l'uomo comincia a bere.
A quel punto Pelle decide che è venuto il momento di abbandonare quella sconfortante vita, anche se gli era stata promessa una promozione sul lavoro, e di partire per il Nuovo Mondo. Tuttavia Lasse si sente troppo vecchio e stanco per affrontare un nuovo viaggio, così padre e figlio si devono separare. Pelle, ormai maturo e cresciuto, prende il coraggio a due mani, saluta il padre e parte alla scoperta della sua nuova vita.
 


August dirige una piccola epopea che ci racconta la povertà di inizio secolo (1900) vista attraverso gli occhi di un ragazzino. La storia si base sul primo di quattro volumi dell'omonimo romanzo scritto da M.A. Nexo ed ha avuto già una trasposizione cinematografica, l'anno prima.
Certo nel film non tutto funziona sempre a meglio, a volte sembra eccessivamente prolisso, e secondo alcuni critici è troppo accademico. Invece a me è piaciuto quel taglio da romanzo di formazione, mi sono piaciuti gli sguardi naturalistici del regista (molto bella la fotografia) e il disegno dei personaggi.



Il film mi pare strizzare l'occhio, in parte a romanzi quali Oliver Twist, ma da un certo punto di vista, anche alla letteratura verista di Verga.
Nonostante non abbia la fluidità di altri film nordici del periodo, "Pelle alla conquista del mondo" è un film che non può lasciare indifferenti, e che riesce anche ad affascinare, grazie soprattutto al suo coraggioso protagonista.
Bravissimi i due interpreti principali: Max Von Sydow nel ruolo del padre e Pelle Hvenegaard, in quello di Pelle, così chiamato dalla madre, proprio perché appassionata del romanzo.

mercoledì 2 maggio 2018

La mia vita a quattro zampe (1985)

Ripesco, ancora una volta, una vecchia recensione in attesa di qualcosa di nuovo appena avrò un po' più di tempo...



Svezia, fine anni 50. Ingem
ar vive con la madre e il fratello maggiore in un piccolo centro, mentre il padre è lontano per motivi di lavoro. Giochi, risate e qualche sgridata caratterizzano le giornate del bambino, fino a quando la madre si ammala di tubercolosi. Il bambino deve dunque trasferirsi a casa di uno zio, a nord, abbandonando anche Sikkar, il suo amato cagnolino.


Qui incontrerà molti strani personaggi: un vecchio malato che si fa leggere dal ragazzo cataloghi di biancheria intima per signora; un altro strampalato signore che passa tutto il tempo ad rattoppare il suo tetto, Berit, la bella del paese, che posando nuda per un eccentrico artista, si fa accompagnare dallo stesso Ingemar per evitare eventuali pettegolezzi e che, una volta, il ragazzino spierà dal lucernario dello studio, finendo però per sfondarlo e piombando quasi addosso alla donna. C'è poi Saga, una ragazzina con atteggiamenti da maschio, bravissima nel calcio e nella boxe. In mezzo a tutti questi personaggi, Ingemar se la caverà grazie alla sua filosofia: "...poteva andare peggio". Uno dei suoi esempi preferiti riguardo a questa filosofia è quello della cagnetta Laika, spedita nello spazio dai russi, e morta dopo poche settimane per mancanza di cibo e acqua. Questa sorte, sembra a Ingemar, molto peggiore dei suoi problemi.


Tornato a casa per l'invero, la felicità durerà poco, infatti poco dopo la madre avrà una ricaduta e morira. Il bambino si trasferisce così definitivamente a casa degli zii, con l'unica speranza di riabbracciare presto il suo adorato Sikkar. Tuttavia durante una lite, l'amica Saga, gli rivela che il cagnolino è morto da tempo, così Ingemar andrà a chiudersi nella "casa dei giochi" costruita dallo zio, dove passerà tutta la notte, piangendo e dando sfogo a tutto il dolore per la perdita della madre, che aveva fin'ora tenuto represso, ripetendosi che avrebbe dovuto parlarle di più. Ne uscirà il mattino dopo rafforzato e pronto ad affrontare l'età adulta.


Hallstrom, fa tesoro della lezione imparata da Truffaut (I 400 colpi) e racconta con delicatezza una fase cruciale della vita di ogni persona, infatti qui Ingemar ricorda il suo passaggio dall'adolescenza all'età adulta, dalla suo prospettiva "a quattro zampe" alla coscienza dei fatti della vita. Come quasi tutti i più bei film sull'adolescenza, dal già citato "I 400 colpi" ad "Arrivederci ragazzi" di Louis Malle, ma anche a "Stand by me" di Rob Reiner, anche il film del regista svedese punta sui due elementi fondamentali "ricordo" e "passaggio". Ed è forse qui che si differenziano i film sui ragazzi, dai film per ragazzi. Il film di Hallstrom è infatti un film per adulti, è il ricordo di un ragazzino di dodici anni che scopre all'improvviso di avere un passato e con esso fa conti, lasciandoselo, infine, alle spalle.


Lo sguardo con cui affronta questo cambiamento è all'inizio uno sguardo straniato, esterno quasi fosse quello del suo cane. E in questa visione a "quattro zampe" il mondo pare strano e folle, come i personaggi che lo popolano, ma una volta che riuscirà ad affrontare il suo passato, darà un significato anche alla morte di sua madre, e allora inizierà a "fare i confronti", enumerando così le più strane ingiustizie di cui è a conoscenza e al cui confronto, la morte della madre appare ridimensionata. Ed ecco che "trovando la giusta distanza dalle cose", trova anche il suo spazio nel mondo degli adulti.