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mercoledì 4 agosto 2021

Geekoni Film Festival 2021: La mia vita da zucchina (2016)

Torna, dopo un anno di pausa, il Geekoni film festival; la versione blog del Festival di  Giffoni, dedicato al cinema per ragazzi.
Purtroppo non ho trovato il film che cercavo, che avevo visto un paio di volte diversi anni fa (direi almeno una trentina), in passaggi televisivi proprio in occasione di tale festival. A quanto pare riscire a recuperare un film danese per ragazzi del 1992 è quanto meno proibitivo. 
Ho dunque deciso di virare su un recente film d'animazione, un piccola perla che spicca tra i molti Disney e Dreamworks.


Icare è un bambino di nove anni, soprannominato Zucchina da sua madre, che passa le sue giornate chiuso in soffitta a disegnare, per lo più il padre scomparso e a fare piramidi con le lattine di birra vuote, lasciate in giro per casa proprio dalla genitrice, che altro non fa che ubriacarsi e guardare la tv.
Quando anche la madre muore, in seguito ad una caduta dalle scale, Zucchina viene accompagnato in una casa famiglia, dove farà la conoscenza di altri bambini con problemi famigliari alle spalle.
Dopo un inizio difficile, Icare riuscirà a inserirsi nel gruppo, superando la spavalderia dietro la quale si nasconde il piccolo Simon.
Quando poi arriverà Camille, bambina con la quale stringerà una forte amicizia, Zucchina riuscirà a maturare maggiormente, riuscendo ad affrontare e a superare il suo dolore.


"La mia vita da zucchina" è un film d'animazione, presentato al Festival di Cannes nel 2016 e poi proiettato in vari festival in tutto il mondo ed è stato candidato all'Oscar come miglior film d'animazione nel 2017.
Lungo appena 66 minuti e realizzato in stop motion, il film è una delicata favola sull'infanzia violata, sulla solitudine, sulla crescita personale e sull'amicizia. Tratto dal romanzo "Autobiographie d'une courgette", il regista, Claude Barras, ci mostra il mondo con lo sguardo dei bambini protagonisti, a volte tristi e spaventati, altre volte buffi e divertenti senza mai eccedere da una parte o dall'altra, grazie anche alla sapiente sceneggiatura di Céline Sciamma, che ha più volte raccontato con delicatezza l'infanzia e l'adolescenza ("Tomboy", "Diamante nero"...).


Nel film vengono raccontate storie drammatiche, eppure grazie anche alla scelta di usare personaggi di plastilina, il tutto ha un tocco leggero, ma non grossolano così le vicende dei piccoli protagonisti riescono ad arrivarci al cuore e a farci versare qualche lacrima, anche per un finale dolce-amaro, che però ci ridà fiducia verso quel mondo adulto che spesso è causa dei mali dei più piccoli.

Belle le musiche di Sophie Hunger, tra le quali spicca la cover de "Le vent nous portera".



giovedì 6 agosto 2020

D.A.R.Y.L. (1985)

Questo post avrebbe dovuto far parte del Geekoni Film Festival, la versione nerd e blogger del celebre Giffoni Film Festival, però per svariati motivi, quest'anno il progetto non è partito, e siccome mi sarebbe dispiaciuto buttare tutto all'aria, eccomi qui a parlarvi di D.A.R.Y.L.



Il dodicenne Daryl viene abbandonato su una strada di montagna da un uomo che poi precipita con la sua auto in un burrone. Dopo aver passato qualche tempo in un orfanotrofio, il ragazzino viene dato in affidamento ai coniugi Richardson, che da tempo aspettavano di poter adottare un bambino.
A parte l'amnesia di cui è affetto e che non gli permette di non ricordare nulla del suo passato, Daryl è un bambino sano dotato di un'intelligenza fuori dal comune, cosa che gli permette di spiccare nello studio, nei giochi e nello sport. E' inoltre in grado di imparare rapidamente nuove nozioni come risolvere complessi calcoli matematici e a suonare il pianoforte.



Daryl inoltre si dimostra servizievole e autosufficiente, tanto che la signora Richardson si sente inadatta nei suoi confronti, perché sembra che lui non abbia bisogno di cure o aiuto in nulla. 
Tuttavia sia lei che il marito si affezionano molto al bambino, che ricambia genuinamente il sentimento e che nel frattempo ha legato una forte amicizia con Turtle detto Sisma, figlio dei vicini di casa dei Richardson.
Purtroppo la felicità acquisita da tutti è destinata a durare poco; infatti dopo pochi mesi, si fanno vivi un uomo e una donna che asseriscono di essere i veri genitori di Daryl.



In questo momento scopriamo che in realtà Daryl è un avanzatissimo prototipo di intelligenza artificiale, dal corpo umano, ma con un micro-computer al posto del cervello, finanziato dall'esercito al fine di creare un soldato super intelligente e privo di emozioni che ubbidisca ad ogni ordine.
Quando però si accorgono che il soggetto, oltre che ad incredibili capacità cognitive, ha acquisito anche le emozioni che caratterizzano ogni essere umano, gli ufficiali decidono di porre fine al progetto e, dunque, di distruggere Daryl.
I due scienziati a capo del progetto, i quali ormai considerano la loro creatura un essere umano vero e proprio, fanno solo finta di ucciderlo, per poi farlo fuggire e riportarlo a casa dei Richardson.
Quando però il generale dell'esercito si accorge dell'imbroglio darà inizio alla caccia del ragazzino per poterlo eliminare una volta per tutte.



Durante la fuga, il dottore che accompagna il bambino viene ucciso, ma Daryl riesce a entrare in un di aviazione e a rubare un sofisticato aereo militare.
A questo punto l'esercito decide di far esplodere il velivolo, ma solo un'attimo dopo che Daryl si è eiettando fuori dall'abitacolo.
Dopo un rocambolesco atterraggio, quando tutti lo credono morto, Daryl viene riportato in vita dall'ultima degli scienziati che lo avevano progettato, e può fare finalmente ritorno dalle persone che ama.



D.A.R.Y.L. è un film del 1985 che si inserisce in tutto quel filone di film per ragazzi tipico di quel periodo come "Explorers", "Navigator", "War Games", "E.T. - L'extraterrestre" e molti altri.
Certo se ci si aspetta un film come i "Goonies" ricco di tensione e momenti emozionanti, o di vedere una fantascienza adulta e piena di effetti speciali, si può rimanete delusi da quest'opera, che tuttavia grazie ad una storia interessante, che punta decisamente sui sentimenti e alla bravura degli interpreti riesce a conquistare lo spettatore.



Il regista, Simon Wincer ("Harley Davidson e Marlboro Man", "Free Willy - Un amico da salvare"...) dirige senza troppi guizzi, ma con abilità un film che riesce a porre domande morali che non ci si sarebbe aspettati da un film del genere e cioè dove si può tracciare una linea etica tra uomo e macchina . A rispondere al quesito, nel film, è la dottoressa Lamb che dice "Una macchina diventa umana quando la diversità non è più avvertibile", frase che si rifà direttamente all'esperimento di pensiero sull'intelligenza artificiale ideato dal matematico Alan Turing, padre della moderna teoria informatica.



Dilemmi simili ne sono stati posti spesso al cinema, vale la pena di ricordare, ad esempio "A.I. - Intelligenza artificiale" di Spielberg, che più di quindici anni dopo racconta una storia simile, seppure poi questa si sviluppi in maniera diversa.
Ottima la prova del giovane protagonista Barret Oliver, già protagonista de "La storia infinita" e che quell'anno vedremo anche in "Cocoon - L'energia dell'universo".


Un paio di curiosità prima di chiudere:

Il videogioco a cui Daryl e Sisma giocano è "Pole Position" riprodotto su piattaforma Atari, mentre il film che si vede mentre i dure ragazzini parlano al walkie-talkie è il celebre "Il pianeta proibito"


martedì 29 ottobre 2019

I bambini del cielo (1997)

Alì, tornando a casa dal calzolaio, si fa rubare le scarpe di sua sorella Zohre. La loro famiglia è povera, la madre è malata e il padre lavora molte ore per un misero stipendio, per cui, per non venir sgridati e per non dare ulteriori preoccupazioni alla famiglia, i due bambini decidono che si divideranno le scarpe di Alì.




I bambini del cielo” è uno di quei rari film iraniani che è riuscito a vedere la luce anche al di fuori del proprio paese, vincendo anche l premio come miglior film al Festival Internazionale di Montreal. Il regista, Majid Majidi, si rifà chiaramente al cinema neorealista italiano, girando un film ad altezza di bambino, permettendoci così di vedere la realtà attraverso gli occhi dei due piccoli protagonisti. La macchina da presa segue così le scarpe, che diventano così le terze protagoniste della storia, attraverso le vie di una Teheran povera ed ancora arretrata, con la tecnica del pedinamento, particolarmente care a De Sica e Zavattini.





Il film è dunque una sorta di denuncia contro la società iraniana contemporanea, in cui le differenze sociali sono enormi (basti vedere le sequenze in cui Alì e suo padre vanno in cerca di lavoro nei quartieri ricchi della città). Alì e Zohre, sono così costretti a fare la staffetta con le sole scarpe del bambino, ma mantenere il segreto è difficile, perché Zohre con quelle scarpe troppo grandi, che rischia anche di perdere, si sente a disagio, lei vorrebbe le sue scarpe da femminuccia. Poi quando è il turno di Alì di indossarle, il ragazzino arriva sempre in ritardo a scuola, rischiando più volte di venire punito.




Majid Majidi tuttavia, usa una mano piuttosto leggera nel raccontarci la storia dei due bambini, donando al film un tocco fin troppo edulcorato, in cui non risulta esser ci nessun personaggio totalmente negativo e in cui non si raggiunge un vero e proprio climax nemmeno nel finale, che nonostante potrebbe risultare beffardo, viene anticipato da una breve sequenza, che assicura l’happy end, abbassando così il potenziale critico del film. Malgrado ciò, la forza maggiore della pellicola, è la poetica di cui traspare, dalla prima all’ultima scena, grazie soprattutto ai due piccoli protagonisti non professionisti, capaci di un espressività e di un intensità emotiva, che non possono non commuovere.



In questo senso, acquistano maggior forza, sia la sequenza della gara di corsa, in cui Alì, quando si vede disonestamente ostacolato, andrà oltre le proprie forze, vincendo la gara, ma perdendo l’occasione di vincere un paio di scarpe nuove, sia nel finale vero e proprio, quando vediamo il bambino sconsolato, dare riposo ai piedi distrutti dalla faticosa corsa, mettendoli nella fontana del cortile, consolato solo dai pesci rossi, che sembrano volersi prendere cura dei piedi del ragazzino. In sostanza un film che sarebbe potuto essere più incisivo, ma dalla bellissima poetica, e che dovrebbe essere mostrato nelle nostre scuole, ma non soltanto, per farci rendere conto, quali sono i veri valori della vita, altro che l’ultimo modello di I-pod…

giovedì 26 settembre 2019

La creatura nel buio - Fine

Eccomi dopo sei mesi dall'ultima pubblicazione a chiudere il mio racconto a puntate che spero che vi sia piaciuto anche solo in parte.
Prima di proseguire con la lettura vi segnalo gli altri capitoli in caso vi mancassero:


PARTE 1, 2, 3, 4, 5, 6



Il lancinante dolore alla spalla lo riportò alla realtà e si accorse che era rimasto svenuto solo qualche secondo. La creatura lo stava ancora tenendo sollevato sopra la scrivania a pochi centimetri dalle sue fetide fauci.
Shirley raggomitolata con suo figlio tra le braccia, stava osservando quella scena impietrita dal terrore, ormai rassegnata a non sopravvivere.
Dalla ferita, il sangue scendeva copioso riversandoglisi sul petto e la fitta costante gli impediva di pensare chiaramente, eppure Edwin sapeva che doveva trovare una soluzione per uccidere il mostro e salvare Shirley e Rupert.
Improvvisamente sgranò gli occhi, ma questa volta non fu per il dolore; qualcosa gli passò per la mente, un'immagine rapida come un battito di ciglia, un ricordo sopito, l'eco di un sogno dimenticato.
La palla, doveva recuperare la palla di Joe Di Maggio. Quando Mr Dunham gliel'aveva regalata molti anni prima, prendendola in mano Ed aveva provato un formicolio al braccio e un brivido lungo la schiena e quasi era svenuto. Al tempo aveva attribuito la cosa all'emozione, ma forse quella palla aveva qualcosa di speciale, qualcosa di magico e ora si trovava sopra il caminetto del salotto.
Ed cercò lo sguardo di sua moglie dall'altro lato della stanza e senza emettere un suono le parlò; le disse quanto la amava e quanto amava il loro bambino, le disse che per lei avrebbe combattuto contro cento mostri, che avrebbe affrontato la morte stessa se fosse stato necessario, ma che in quel preciso momento aveva bisogno del suo aiuto, che doveva farsi forza e che toccava a lei a salvare la sua famiglia.
Sotto il velo di lacrime, gli occhi di Shirley si illuminarono e fece un segno d'assenso a Edwin.
Approfittando del fatto che il mostro fosse concentrato solo su suo marito, la donna afferrò la lampada a stelo accanto al lettino del bambino e usandola come un asta colpì la creatura in pieno volto.
L'essere sibilò, più per la sorpresa che per il dolore, ma tanto bastò per fargli perdere la presa su Ed, che ruzzolò pesante prima sulla scrivania e poi sul pavimento.
Quando si rialzò, Edwin vide che la creatura aveva afferrato Shirley per la gola, si guardò dunque velocemente attorno, poi raccolse un tagliacarte e avventandosi contro il mostro, glielo conficcò in un occhio, permettendo alla donna di liberarsi.
Questa volta l'urlo fu di autentico dolore misto a rabbia, ma Edwin fece in tempo a prendere suo figlio per la vita e a trascinarlo fuori dalla camera, mentre Shirley li seguiva a ruota.
"Andate, porta via Rupert di qua" le ordinò
"Ma.." cercò di obiettare lei
"Vai via!" urlò "Ora non c'è tempo..." poi con un ton un tono più rassicurante possibile aggiunse "ce la farò".
Entrambi sapevano che quella promessa era falsa; non potevano essere sicuri che lui ne sarebbe uscito vivo, ma per permettere a Rupert di salvarsi, l''unica soluzione era scappare in quel preciso istante.
Shirley prese il bambino in braccio e scese per strada voltandosi una sola volta in cerca di suo marito, sperando che lui avesse deciso di seguirla, ma Ed era già corso in salotto per recuperare la palla da baseball,un attimo prima che la creatura uscisse dalla cameretta in cerca della sua preda.
Edwin arrivò in un lampo al caminetto del salotto e afferrò la palla magica proprio quando l'essere lo raggiunse bloccandogli l'unica via d'uscita.
Ora erano solo lui e il mostro e aveva solo un tiro a disposizione per vincere la partita, altrimenti sarebbe stata la fine per tutti.
La creatura lo guardò con l'unico occhio buono che gli era rimasto, quindi gli si fece incontro con un urlo inumano.
Ed strinse la palla tra le dita e mentre caricava il tiro, portando il braccio fin dietro alla spalla dolorante, una sorta di scossa gli percorse l'intero arto e lui seppe che quello era il momento giusto.
Lasciò partire il tiro e fece strike.
La palla si conficcò nell'orbita oculare del mostro, spappolandogli il cervello e facendolo crollare a terra  morto sull'istante.
Edwin si avvicinò cautamente al corpo dell'essere, ma questi non si mosse più. Tuttavia, non ancora convinto, portò il cadavere in garage per farlo a pezzi con il decespugliatore.
Una volta finito, Ed raggiunse Shirley e Rupert che vedendolo arrivare gli corsero incontro per abbracciarlo, abbandona l'aiuto portato dai vicini preoccupati.
Poi si udirono soltanto le sirene dei soccorsi che si stavano avvicinando.

martedì 3 settembre 2019

Tarzan di gomma (1981)

Le ferie, la famiglia e altri impegni, mi hanno tenuto distante dal blog. In attesa di tempi più tranquilli, posto una vecchia recensione, almeno per farvi sapere che sono ancora vivo e vegeto.



Ivan è un bambino di otto anni, buono e tranquillo, ma che soffre con tormento il confronto con la vita di tutti i giorni. A scuola i compagni lo prendono in giro, per la sua debolezza fisica, e lo vessano con scherzi, spesso pesanti; lui però non si sente in grado di reagire e così si isola sempre di più, rimanendo triste e solo.
Gli insegnanti, anziché aiutarlo a uscire dal suo guscio, lo ignorano o ancora peggio, assecondano  il comportamento del resto della scolaresca. A casa le cose vanno, possibilmente anche peggio, con una madre troppo indaffarata nelle vicende domestiche, e un padre che non solo non lo stima, ma che anzi, il più delle volte lo umilia, chiamandolo “stupido” o paragonandolo ad un Tarzan di gomma



L’uomo vorrebbe che suo figlio fosse forte e coraggioso, e gli indica come modello il vero Tarzan, arrivando a regalargli dei fumetti e una sveglia del suo eroe, sveglia che il bambino farà precipitare dalla finestra dell’appartamento, dimostrando in realtà di avere un carattere che si sta formando, e che sa ciò che vuole e ciò che non gli piace. Ben presto però, Ivan capisce che l’aggressività del padre è solo apparenza, perché questi, quando ha a che fare con persone più “forti” di lui, china la testa e dimostra di essere un debole, anche più debole del figlio. Ciò non fa che contribuire all’isolamento del bambino, che tuttavia dimostra tutta la sua sensibilità nei confronti degli animali, come nella scena in cui salva una mosca che stava annegando nella sua tazza del latte.



L’unico che sembra capire Ivan, è Ole, un operaio del porto con cui il ragazzo ha stretto amicizia, una volta che aveva tentato di nascondersi  tra i containers del molo. L’uomo gli insegna a nuotare, ad andare in bicicletta e addirittura a pilotare la sua gru, ma soprattutto gli insegna ad avere fiducia in se stesso e gli ricorda che tutti hanno delle qualità e delle capacità, tutto sta nel saperle tirare fuori. Ivan ora comincia a prendere coraggio e in una sequenza particolarmente significativa, seppur solo in sogno, il bambino riesce a prendersi la sua rivincita nei confronti di tutti gli adulti. 



Alla fine del film, troviamo Ivan che festeggia il compleanno, finalmente felice e sereno, assieme ad Ole e ai suoi genitori, che hanno imparato ad accettarlo ed amarlo così com’è. Film educativo, tipicamente nordico, e anche se un po’ didascalico, trasmette comunque valori positivi, e nella sua semplicità, può piacere non soltanto ad un pubblico giovane. Il regista mantiene uno stile sobrio e delicato, rimanendo attento alle sfumature psicologiche dei personaggi. Bravi gli attori e in particolare Alex Svanbjerg, che interpreta il piccolo protagonista.

lunedì 12 agosto 2019

Geekoni film festival: L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza

Per il secondo anno consecutivo, la Geek League, omaggia il più famoso festival cinematografico per ragazzi, il Giffoni film festival, di cui Truffaut ebbe a dire: "Tra tutti i festival del cinema, quello di Giffoni è il più necessario".
Per il film di quest'anno sono volato in Brasile a recuperare una pellicola che usa la leggerezza per parlare di temi seri e delicati: "L'anno in cui i miei genitori andarono in vacanza" di Cao Hamburger del 2006.



1970, Mauro è un ragazzino di dodici anni, che come tutti i brasiliani, attende con impazienza l'inizio dei mondiali di calcio (quelli che noi italiani ricorderemo, ancor più che per la cocente sconfitta in finale contro Pelè e compagni, per la semifinale contro la Germania vinta 4 a 3 e che è passata alla storia calcistica come la partita del secolo).
Tuttavia quello è anche un periodo di rivolte politiche e molti oppositori del governo sono costretti all'esilio, tra questi ci sono anche i genitori di Mauro che decidono di raccontare al figlio che devono partire per una vacanza e lo lasceranno a casa del nonno, con la promessa di tornare a prenderlo entro la fine dei mondiali di calcio.



L'anziano, che vive nel quartiere ebraico di San Paolo. è però morto poco prima dell'arrivo del bambino, che si ritrova così solo in un ambiente a lui estraneo.
In quest'occasione, Mauro conosce Shlomo, un vicino di casa del nonno, dal carattere scorbutico, che sarà costretto dalla sua comunità a occuparsi del ragazzino.
Inizialmente il rapporto tra i due sarà difficile, ma con il passare del tempo i due riusciranno a trovare un equilibrio e ad affezionarsi l'uno all'altro.



Nel frattempo Mauro, mentre aspetta il ritorno dei suoi genitori, entrerà in contatto con il variegato quartiere di Bom Retiro in cui, oltre agli ebrei, convivono anche italiani, greci e arabi; farà amicizia con la coetanea Hanna, con la bella barista Irene e con Italo studente di sinistra, amico di suo padre e sua madre.
Durante quell'estate, il Paese è diviso tra l'entusiasmo per i successi della nazionale e le preoccupazioni per il pesante clima politico, cosa che si riflette anche nella vita di Mauro che alla fine capirà che ci sono cose più importanti di una partita di calcio.



Cao Hamburger, ha decido di raccontarci una pagina oscura del storia del Brasile, ma vista con gli occhi innocenti di un bambino, che in realtà non capisce cosa stia succedendo, che vorrebbe solo riunirsi ai suoi genitori, e che sogna di essere "negro e volare tra i pali".
Da questo punto di vista il film si distacca molto da pellicole dure e crude, come "City of God" e si accosta di più al film argentino "Kamchatka", in cui la rivoluzione è tenuta sullo sfondo, per raccontare le difficoltà di un ragazzino costretto ad un nuova situazione che è ancora troppo piccolo per poter comprendere a pieno.




Il film è infatti una storia di formazione, un racconto di passaggio dall'infanzia all'adolescenza, in cui il protagonista imparerà, grazie alla convivenza con culture diverse da quelle con cui è vissuto fino a quel momento, a crescere e maturare e che ci sono cose ben più importanti di una finale di coppa del mondo.


mercoledì 15 maggio 2019

Kamchatka (2002)

In attesa di nuovi post originali, che arriveranno nelle prossime settimane, ripesco ancora una volta una vecchia recensione onde evitare di far passare troppo tempo senza aggiornare il blog. 


Argentina 1976, il governo viene rovesciato da un colpo di stato, e molti contestatori militanti vengono perseguitati dal nuovo regime militare. Harry (un bravissimo Matías Del Pozo) e la sua famiglia sono costretti a lasciare la capitale e a nascondersi in campagna, per sfuggire alla cattura, ma il bambino ha solo dieci anni e inizialmente non capisce il perché di questa nuova vita e di tutti questi segreti. I genitori infatti preferiscono tenere nascosto  lui e a suo fratello minore, i veri motivi che gli hanno spinti a vivere in clandestinità e che alla fine li costringeranno ad un doloroso, quanto inevitabile gesto.



La tragedia dei “desaparecidos”, in questo film è lasciata sullo sfondo (cosa che a molti critici non è andata giù, accusando il film di eccesso di buonismo), per mostrare la problematica della fuga e della latitanza, vista dal punto di vista di un bambino. Qualsiasi genitore cercherebbe di tenere lontano dagli occhi dei figli, gli orrori che la vita, certe volte ci mette davanti; e così in questo caso i genitori di Harry (in realtà nuova identità che il ragazzino ha scelto ispirandosi al grande illusionista Houdini) prelevano i due figli da scuola e li portano a vivere lontano da casa e dagli amici, imponendogli di non avere più contatti con le persone che conoscevano prima, senza però dare loro convincenti spiegazioni.



E se per il Nano (soprannome con il quale la famiglia chiama il figlio più piccolo) basta un giocattolo per tornare a sorridere, per Harry la questione è diversa, lui sente la mancanza del suo migliore amico e l’assenza di spiegazioni da parte dei genitori, non fa che contribuire alla confusione che ha il bambino, perché comunque questi capisce che c’è qualcosa che non va, senza tuttavia poter realmente comprendere la drammaticità degli eventi e che percepisce dal comportamento degli adulti, da sussurri che sente nella notte, e da parole rubate ai discorsi dei grandi. Harry, intanto, si appassiona alla vita di Houdini, da cui cerca di apprendere l’arte della fuga, vista sia come arte illusoria dell’evasione, che come metafora della situazione che sta vivendo.



Ma ancora più importante  è l’allegoria legata al gioco del T.E.G. (sorta di Risiko), con cui Harry e suo padre passano molte ore liete, forse le ultime che passeranno assieme. Kamchatka (regione all’estremo oriente della Russia) è infatti uno dei territori che compongono il tabellone del gioco, noto per essere uno dei più difficili da conquistare e dunque sorto a simbolo di resistenza, la stessa resistenza che i genitori di Harry (interpretati da Ricardo Darín e Cecilia Roth) sperano che i loro figli riescano a trovare, per superare quel momento storico particolarmente difficile e per proseguire le loro vite da soli. 
Bellissime la fotografia e la colonna sonora; bravissimi tutti gli attori, sia i grandi che i piccini.

giovedì 4 aprile 2019

Certi bambini (2004)

Quest'anno è uscito il film "La paranza dei bambini", film tratto dall'omonimo romanzo di Roberto Saviano, ma la difficile vita dei bambini e ragazzi dei quartieri poveri di Napoli, che trovano nella criminalità l'unica via d'uscita dalla miseria in cui sono costretti a vivere, è stata raccontata nel 1991 nel film "Vito e gli altri" e poi nel 2004 con questo bel "Certi bambini" dei fratelli Frazzi




Il film, basato sull’omonimo romanzo di Diego De Silva, racconta la vita disagiata, di un gruppo di ragazzini nei quartieri più poveri di Napoli, e in particolare quella dell’undicenne Rosario, le cui giornate sono in perenne bilico tra le amorevoli cure per la nonna malata, il volontariato all’oratorio e le rapine, i furti, e pericolose “roulette russe” sulla tangenziale, compiute con gli amici.
Andrea e Antonio Frazzi ci mostrano uno spaccato di realtà, che se anche noto, viene spesso dimenticato, o nascosto sotto al tappeto, realtà che vede coinvolti tanti bambini, che hanno come unica maestra di vita la strada, e come solo futuro, quello della delinquenza.



La storia ci viene narrata in diversi flashback, mentre Rosario in metropolitana, si avvia verso il suo inevitabile destino. Vediamo così i ragazzini che si prostituiscono con un vecchio pedofilo, che li sfrutta anche per rapine e furti; bambini che giocano alla roulette russa, attraversando di corsa la trafficata tangenziale, undicenni che passano le loro giornate in sala giochi o al bar, a fumare sigarette e scherzare. Contemporaneamente assistiamo alla parte buona della vita di Rosario, quella in cui si prende cura della nonna, o quella delle giornate passate come volontario all’oratorio, dove il ragazzo incontra Caterina, una ragazza più grande di cui si innamora, e Santino uno dei volontari, che cerca di portare Rosario verso la buona strada, figura che si contrappone a quella di Damiano, che invece vuole fare di lui un killer per la mafia.



Il buon cuore di Rosario ci viene mostrato anche nella sequenza in cui, in cerca di una facile avventura sessuale, con i suoi amici si rivolgono ad una signora che fa prostituire le figlia, ma resosi conto che questa, è una bambina ancora più giovane di loro, preferisce desistere. Tuttavia la morte di Caterina, e la conseguente voglia di vendetta, porteranno Rosario a scegliere la strada della delinquenza.



I bambini dei fratelli Frazzi, che molto devono al film “Vito e gli altri” di  Antonio Capuano, compiono atti di delinquenza, allo stesso modo in cui si compiono quelli d’affetto, poiché non hanno la capacità di diversificarli, nessuno ha spiegato loro la differenza tra bene e male, sono cresciuti in ambiente dove tutto e ambiguo e privo di moralità, tanto che anche dopo un omicidio, si può tranquillamente giocare una partita di calcio.



Certi bambini” è un film crudo, per nulla buonista, che denuncia una tremenda realtà, che non avviene in lontane baraccopoli del Sud-America, ma qui, sotto il nostro naso, sotto l’indifferenza e l’incapacità delle autorità a fermare questa piaga.

mercoledì 13 marzo 2019

Ospiti pericolosi (1995)

Ripesco dalle vecchie recensioni, un altro film poco noto, ma che secondo me vale la pena recuperare:

Durante la seconda guerra mondiale, nella Francia occupata dai nazisti, una numerosa famiglia decide di ospitare, nascosti in cantina, una famiglia ebrea, nonostante il pericolo di venir scoperti. Tra François (Stanislas Crevillén) il figlio più piccolo dei padroni di casa, e Georgi, la bambina ebrea, nasce una bella amicizia. Le cose però si complicano quando, nella casa si installa un generale nazista.
 



Pierre Granier-Deferre, ci racconta la storia dei Dande, famiglia numerosa e benestante, emigrata nella campagna francese, per sfuggire all’occupazione nazista a Parigi. Lo sguardo è quello dell’ultimogenito, François, curioso e vivace come tutti i bambini della sua età. Per la maggior parte della pellicola, l’orrore dell’olocausto e la violenza della guerra rimango lontani, nascosti, se ne avverte qualche eco, si vedono notizie al cinegiornale, se ne parla, com’è giusto che sia, ma per François la vita è bella, fatta di studio e scampagnate in bicicletta, di ripetizioni di grammatica con l’avvenente signora Roussel, che turba i cuori di più di un componente della famiglia Dande, e pomeriggi a prendersi cura di un piccolo pino; insomma nel piccolo borgo la vita scorre pacifica, tant’è che lo stesso François avrà a dire: “non sembra che ci sia la guerra”



Però il bambino è sveglio e si accorge che un giorno in casa sta succedendo qualcosa di nuovo e suo padre si incontra più spesso con un misterioso personaggio che lui chiama “l’uomo scuro”; infatti qualche giorno dopo, François scopre che in cantina, viene nascosta una famiglia ebrea. Il rischio di venire scoperti è grosso, anche perché in paese sono arrivati i tedeschi, con i loro autoblindo e i loro cannoni, che tanto affascinano i bambini, corsi in fretta a vedere i nuovi arrivati. La guerra è ora qualcosa di reale, e allo scorrere della vita quotidiana, adesso si sovrappongono immagini di impiccagioni e gente che scompare nel nulla, come Germain, giardiniere dei Dande, un tempo letterato auto esiliatosi, per salvare la pelle.
Nel frattempo, il legame tra François e la piccola “ospite”, si fa sempre più forte, mettendo in pericolo la permanenza della famiglia fuggitiva, soprattutto quando un commando di nazisti decide di installarsi nell’abitazione dei Dande. I due bambini sono costretti a vedersi di sfuggita, per brevi momenti, per lo più attraverso la grata che dà in cantina, unico spiraglio sul mondo esterno, per la famiglia nascosta.



Quando il generale nazista, fa capire al capofamiglia, che ospitare certe persone potrebbe essere pericoloso, per i due amici è venuto il momento di separarsi. François accompagna con il padre, Georgi e i suoi genitori, verso il confine spagnolo, attraverso i monti. Lì i bambini giocano per un’ultima volta assieme, per poi salutarsi per sempre. Infine anche la famiglia Dande lascia il piccolo borgo per far ritorno a Parigi, lasciando però a François tanti ricordi, quelli più dolci, perché legati agli ultimi istanti dell’infanzia, in cui anche un periodo difficile, come quello della guerra, può essere visto con tenerezza e malinconia.



Pierre Granier-Deferre, mantiene per tutto il film toni leggeri, cosa che per qualcuno rappresenta un grosso difetto, accusando il film di frivolezza e retorica, ma a mio avviso, essendo la storia ambientata lontano dal fronte e soprattutto perché vista dagli occhi di un bambino, il regista ha fatto la scelta giusta, puntando invece sullo sguardo di François, che sia muove curioso tra i vari personaggi che incontra, e su un mondo per lui ancora così misterioso.




giovedì 7 marzo 2019

La creatura nel buio - Sesta parte

Dopo diversi mesi, proseguo con la pubblicazione del racconto a puntate.
Qui, se volete, gli altri capitoli:

PARTE 1, 2, 3, 4, 5



"Mettici più forza in quel braccio!" gli urlò Mr Dunham.
Edwin alzò lo sguardo e guardò il suo allenatore.
"Cosa sono quegli occhi lucidi?" urlò nuovamente furioso "Non voglio vedere lacrime, io voglio che i tuoi occhi sprizzino rabbia; d'accordo Edwin Crichlow?!"
"Sissignore!" rispose il ragazzo
"Bene e allora fammi vedere un lancio decente o ti sbatto fuori squadra."
Richard Stanley Dunham era l'allenatore della locale squadra giovanile da circa quattro anni e anche se non avena vinto ancora nulla era molto rispettato e temuto. Sebbene avesse quasi sessant'anni aveva una forze ed energie da vendere, così come aveva un fisico da atleta professionista.
Quando i suoi giocatori non eseguivano i suoi ordini li riprendeva con tanto di quel fervore che spesso, alcuni di questi, scoppiavano in lacrime e allora lui urlava ancora più forte. Più tardi però, prima della fine dell'allenamento, prendeva questi ragazzini in disparte, li rincuorava dando loro qualche consiglio per superare glie errori e regalandogli una bottiglia di Coca-Cola o qualche merendina.
Si parlò a lungo di quella volta che, dopo un'umiliante sconfitta, richiamò in campo i ragazzini quando questi erano già sotto la doccia e li costrinse a fare diversi giri del campo completamente nudi, mentre dagli spalti si levavano grida sarcastiche miste alle rimostranze dei genitori.
Ed si ricordò di tutto questo mentre si preparava a lanciare; sapeva che il suo allenatore era una persona eccezionale e di gran cuore, in particolare fuori dal campo, ma pretendeva sempre il massimo impegno dai suoi ragazzi, sia in allenamento che durante la partita e soprattutto non amava essere contrariato e lui non aveva certo intenzione di farlo.
Si concentrò dunque sul tiro e dopo un attimo scagliò la palla che arrivò con forza dritta nel guantone del ricevitore.
"Ottimo lancio!" urlò l'uomo
Quando però Edwin si girò sorridente verso l'allenatore, questi stava già strigliando qualcun altro.
Alla fine dell'allenamento Mr Dunham entrò nello spogliatoio guardandosi attorno con sguardo severo. Tutti i ragazzi ammutolirono temendo una nuova sgridata generale, invece lui lentamente si avvicinò a Ed, gli prese la mano e vi appoggiò sopra una vecchia palla.
"Hai un gran bel tiro, ragazzo. Continua così e forse quest'anno avremo qualche speranza di arrivare alle finali"
Dopodiché gli sorrise, scompigliandogli i capelli e se ne andò.
Dopo qualche istante di stupore, nello spogliatoio ricominciò la confusione che c'è in tutti gli spogliatoi del mondo, specialmente quando ci sono di mezzo ragazzini. Qualcuno si complimentò con Ed, mentre altri lo guardarono con un pizzico di invidia.
Lui osservò la palla che gli era stata appena regalata. C'era una firma:
JOE Di MAGGIO
Improvvisamente sentì che le gambe non lo reggevano più, la testa cominciò a girare e in un attimo tutto fu buio.

sabato 16 febbraio 2019

La guerra dei bottoni (1962)

Impegni personali e imprevisti vari mi hanno di nuovo tenuto lontano dai miei doveri di blogger per cui prima di lasciar passare ancora più tempo senza aggiornamenti, vado di nuovo a pescare tra le vecchie recensioni.




Tra i paesi di Veltrans e Longeverne, nella campagna francese, c’è stata a lungo una forte rivalità, ma se ora gli adulti hanno imparato ad andare d’accordo tra di loro, non è così per i ragazzini, che continuano a farsi la guerra, con spade di legno, sassi e botte da orbi. Quando una delle due bande riesce a fare un prigioniero, lo priva di bottoni, fibbie, cinture e lacci delle scarpe, costringendo il malcapitato a tornare a casa, reggendo i pantaloni con le mani e dunque a subire il rimprovero dei genitori oltre ad un’imbarazzante umiliazione.


Robert, il capo dei caimani , per evitare le punizioni paterne, che inoltre lo minaccia di mandarlo in collegio, si inventa di combattere nudi, ma con l’arrivo dei primi freddi questa tattica diventa improponibile. Il gruppo pensa così di comprare bottoni e cinghie, che assieme al bottino di guerra, verrà usato per ricucire i vestiti danneggiati. Un traditore però avverte Zazzera, capo dei falchi, su dove si nasconda il nascondiglio segreto, vanificando così il lavoro dei compagni. Il finale vede Robert arrivare al collegio, dove incontra Zazzera, anche lui spedito li dai genitori. I due ragazzi si scoprono così più simili di quanto avessero pensato e diventano subito amici.



Sulla falsa riga dei “I ragazzi della via Pal”, Yves Robert, mette in scena questa commedia vivace e spigliata, tratta dal romanzo omonimo di Louis Pergaud, più volte portato sul grande schermo, anche se questa rimane quella più conosciuta e riuscita. Seppur metafora del mondo degli adulti (e in particolare sulla guerra) e su come questo viene percepito dai più piccoli, la battaglia tra le due fazioni non ha nulla di veramente aggressivo, anche se combattuta con armi potenzialmente pericolose come spade di legno o sassi, ma ha più un valore ludico, un gioco ad imitare gli adulti che si fanno (realmente) la guerra.



Tuttavia in questo conflitto, i bambini si dimostrano, ancora una volta, più sensibili dei grandi, come nella scena in cui decidono una temporanea tregua per soccorrere assieme un coniglio ferito. La stessa sensibilità si nota nei discorsi che i ragazzini fanno nell’organizzarsi per lo scontro, che con serietà parlano di ricchezza e povertà, repubblica e monarchia,  uguaglianza e ingiustizia, argomenti difficili e delicati, ma che loro affrontano con ingenua autorevolezza.



Gli adulti, in questo film, sono personaggi di contorno, portatori unicamente di una morale punitiva, dimenticandosi probabilmente, di essere stati ragazzini a loro volta e soprattutto che la rivalità tra le due bande è dovuta a loro.
Yves Robert dirige un film dinamico e divertente, privo o quasi di tempi morti, che ancora oggi si fa vedere con piacere. Bravissimi i giovani protagonisti, simpatici e genuini nella loro naturalezza.

lunedì 4 febbraio 2019

La prima neve (2013)

In un periodo in cui l'immigrazione è al centro delle discussioni politiche e non, vi ripropongo una vecchia recensione di un film che affronta, a modo suo, tale problematica



Dani è arrivato dal Togo, passando per la Libia, e poi attraverso il mare, su una di quelle carrette del mare, che trasportano centinaia di profughi, in cerca di una via di fuga, e che in questi giorni riempiono le pagine di cronaca di quotidiani e telegiornali. Insieme a lui c’è la moglie incinta, che però muore una volta giunta in Italia, nel dare alla luce la piccola Fatou.
L’uomo non riesce a darsi pace per questo e vedrà negli occhi della figlia, la causa della morte di sua moglie. Anche quando viene inviato in un centro di accoglienza tra le montagne trentine, Dani continua a tormentarsi e aspetta soltanto di ricevere il foglio di via, per poter andare a vivere a Parigi, con l’idea di abbandonare la figlia, sperando che trovi una famiglia che si occupi di lei.



Nel frattempo Dani lavora per Pietro, falegname e apicoltore, che cerca di dare alcuni consigli al giovane immigrato ("Le cose che hanno lo stesso odore devono stare assieme"). Qui conosce anche Michele, nipote di Pietro, un biondo ragazzino di undici anni, dal carattere ribelle, che in realtà cela il dolore e il rimorso per la morte del padre, avvenuta durante un’escursione in montagna.
Il bambino soffre e spesso rivolge questa aggressività contro la madre, che ritiene responsabile assieme a lui, di quanto accaduto. In una delle scene più belle del film, assistiamo ad un incubo ricorrente di Michele, sperduto nel bosco così familiare, ma allo stesso tempo così estraneo.



Tra Dani e Michele nasce presto un’intima anche se pudica amicizia, dovuta inizialmente alla curiosità del diverso, di qualcosa di sconosciuto che però non è così diverso da se stessi. Infatti il dolore che i due protagonisti provano è qualcosa che li accomuna e che è destinato a legarli anche nel futuro. Un po’alla volta Dani, riscopre l’amore per la figlia e scopre di essersi affezionato a Michele, che a sua volta ha ritrovato una figura adulta di riferimento, che lo possa aiutare a superare il lutto e a diventare finalmente uomo.



Dopo “Io sono Li”, Andrea Segre torna a parlarci di immigrazione, ma in questo caso, invece di mostrare la problematica dal punto di vista sociale, l’espediente narrativo serve a rappresentare un percorso più intimo, che va a toccare corde sensibili. A differenza del suo film d’esordio, Segre inserisce il protagonista, in una comunità che lo accetta, in cui non trova ostacoli alla sua integrazione ;qui infatti sono la natura e il territorio circostante a rendere difficoltoso l’inserimento dell’elemento estraneo, che deve fare in conti con un ambiente tanto affascinate, quanto ostile.



Ed è proprio nella rappresentazione della montagna, tra i verdi boschi e le alte vette che il regista veneto, da il meglio di se, mostrando la sua formazione da documentarista. Complessivamente forse il film è leggermente meno riuscito di “Io sono Li”, ma in più ha una sensibilità poetica, che ne fa un film da ricordare.

lunedì 31 dicembre 2018

Anche libero va bene (2005)

Concludo l'anno con una vecchia recensione, questa volta leggermente corretta, sperando che con l'anno nuovo riuscirò a sfruttare meglio il tempo che mi sarà concesso, per postare cose nuove.
Nel frattempo auguro a tutti una buona fine...



Tommi (Alessandro Morace) ha undici anni e vive con la sorella Viola e il padre Renato (Kim Rossi Stuart)che cerca di crescere i figli alternando attimi di dolcezza a veri e propri scatti d'ira, rivolti soprattutto verso il piccolo Tommaso, per renderlo forte di fronte alle avversità della vita.
Tutto sommato questa particolare famiglia riesce a vivere mantenendo un seppur precario equilibrio. Equilibrio che viene spezzato dal ritorno della madre dei due bambini (Barbara Bobulova), fuggita più volte di casa per soddisfare i suoi desideri sessuali ed economici. 



Kim Rossi Stuart, alla sua opera prima, fa subito centro, con un film intenso e sincero. Per se stesso ha ritagliato il ruolo scomodo di Renato, padre orgoglioso e talvolta irascibile, che prende la vita e i rapporti con gli altri, come una gara da cui deve uscir vincitore e seppur capace di forti dimostrazioni d'affetto, fatica a capire il mondo di suo figlio Tommi che, a sua volta, ancora non riesce (o non può) capire le difficoltà e le problematiche della vita adulta.



Il bambino perciò si rifugia nella sua timidezza e seppur controvoglia, asseconda il padre che lo preferisce a nuotare in piscina piuttosto che a correre sul campo di calcio, come lui preferirebbe.
Il difficile rapporto con il genitore, i primi turbamenti amorosi, l'arrivo di un ragazzino introverso, l'amicizia con il nuovo vicino di casa, di famiglia benestante, sono il mondo in cui Tommaso impara a crescere. A volte scappa sul tetto di casa, camminando sul bordo del cornicione, come a dimostrare il proprio equilibrio e poi dall'alto osserva il mondo, nascosto alla vista degli altri e in questo modo protetto. 



Quando poi torna la madre Tommaso non sa come comportarsi, disilluso dal comportamento della donna, ma allo stesso tempo desideroso del suo affetto. Alla fine dopo l'ennesimo litigio col padre che lo ha cacciato di casa, sarà proprio Tommi a fare il primo passo per riavvicinarsi al genitore, dimostrandosi per una volta più adulto del padre che scoppierà in un pianto liberatorio. Pianto in cui si abbandonerà finalmente anche il bambino, dopo averlo trattenuto per tutto il film, nella sequenza finale sull'autobus, mentre legge la lettera che la madre gli ha lasciato, in una scrittura infantile e piena di errori, simbolo della sua immaturità. 



Tutti i protagonisti hanno dato grande prova d'attore, ma su tutti va sengalato il giovane Alessandro Morace i cui sguardi, le smorfie e la melanconia, arrivano dritte all'animo degli spettatori.