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lunedì 31 dicembre 2018

Anche libero va bene (2005)

Concludo l'anno con una vecchia recensione, questa volta leggermente corretta, sperando che con l'anno nuovo riuscirò a sfruttare meglio il tempo che mi sarà concesso, per postare cose nuove.
Nel frattempo auguro a tutti una buona fine...



Tommi (Alessandro Morace) ha undici anni e vive con la sorella Viola e il padre Renato (Kim Rossi Stuart)che cerca di crescere i figli alternando attimi di dolcezza a veri e propri scatti d'ira, rivolti soprattutto verso il piccolo Tommaso, per renderlo forte di fronte alle avversità della vita.
Tutto sommato questa particolare famiglia riesce a vivere mantenendo un seppur precario equilibrio. Equilibrio che viene spezzato dal ritorno della madre dei due bambini (Barbara Bobulova), fuggita più volte di casa per soddisfare i suoi desideri sessuali ed economici. 



Kim Rossi Stuart, alla sua opera prima, fa subito centro, con un film intenso e sincero. Per se stesso ha ritagliato il ruolo scomodo di Renato, padre orgoglioso e talvolta irascibile, che prende la vita e i rapporti con gli altri, come una gara da cui deve uscir vincitore e seppur capace di forti dimostrazioni d'affetto, fatica a capire il mondo di suo figlio Tommi che, a sua volta, ancora non riesce (o non può) capire le difficoltà e le problematiche della vita adulta.



Il bambino perciò si rifugia nella sua timidezza e seppur controvoglia, asseconda il padre che lo preferisce a nuotare in piscina piuttosto che a correre sul campo di calcio, come lui preferirebbe.
Il difficile rapporto con il genitore, i primi turbamenti amorosi, l'arrivo di un ragazzino introverso, l'amicizia con il nuovo vicino di casa, di famiglia benestante, sono il mondo in cui Tommaso impara a crescere. A volte scappa sul tetto di casa, camminando sul bordo del cornicione, come a dimostrare il proprio equilibrio e poi dall'alto osserva il mondo, nascosto alla vista degli altri e in questo modo protetto. 



Quando poi torna la madre Tommaso non sa come comportarsi, disilluso dal comportamento della donna, ma allo stesso tempo desideroso del suo affetto. Alla fine dopo l'ennesimo litigio col padre che lo ha cacciato di casa, sarà proprio Tommi a fare il primo passo per riavvicinarsi al genitore, dimostrandosi per una volta più adulto del padre che scoppierà in un pianto liberatorio. Pianto in cui si abbandonerà finalmente anche il bambino, dopo averlo trattenuto per tutto il film, nella sequenza finale sull'autobus, mentre legge la lettera che la madre gli ha lasciato, in una scrittura infantile e piena di errori, simbolo della sua immaturità. 



Tutti i protagonisti hanno dato grande prova d'attore, ma su tutti va sengalato il giovane Alessandro Morace i cui sguardi, le smorfie e la melanconia, arrivano dritte all'animo degli spettatori.

mercoledì 7 dicembre 2016

...E ora parliamo di Kevin (2011)

In attesa del post sui consigli natalizi, che arriverà poco prima della vigilia, riporto un'altra vecchia recensione di un film piuttosto duro...

E ora parliamo di Kevin” è un film tosto, che colpisce duro allo stomaco e non può lasciare indifferenti, tuttavia non privo di difetti.
La bella favola che tutti i bambini sono buoni e bravi è già da un po’ che al cinema è stata chiusa in un cassetto, ma in questo film c’è, a mio avviso qualcosa di stonato, infatti si vuole raccontare le problematiche con un figlio "difficile", ma il Kevin bambino, ancor più del Kevin adolescente risulta essere troppo calcolatore per essere credibile.  Certo bisogna anche considerare che il film si basa sull’omonimo romanzo, dunque si dovrebbero capire in primis le intenzioni dell’autore. Comunque, a parte questa critica, che può essere un limite mio,  il film l'ho trovato coinvolgente e mi è piaciuto molto.



Il rapporto difficile tra Kevin e la madre si nota fin da subito, infatti la donna, una volta partorito sembra provare disaffezione per il figlio, che pur essendo ancora un neonato, probabilmente assorbe questa mancanza di affetto, riservando tutto l’odio per la madre negli anni successivi. Una delle scene più sintomatiche in questa fase, è quando lei lo culla, ma senza portarselo al petto, tenendolo distante, cosa che sicuramente il bambino ha avvertito.
Come dicevo, in seguito Kevin, riversa tutto il suo odio nei confronti della madre, che si sente sempre più frustrata, e fa di tutto per ritrovare l'amore del figlio. All'inizio forse solo perché è gelosa di come Kevin si comporta con il padre, ma alla fine gli si affeziona veramente, gli vuole bene, e il fatto che lui la sfidi continuamente la fa soffrire



Un’altra sequenza importante è quella nella quale, ribellandosi all’ennesimo gesto di sfida del bambino, Eva lo fa cadere rompendogli un braccio, e qui possiamo notare due cose: da una parte si nota la stonatura (come dicevo all’inizio) di un bambino così piccolo che racconta una bugia al padre, solo per far capire alla madre che ha lui il controllo della situazione (anche se in un flashforward le dirà che quella è l'unica cosa buona che abbia fatto per lui), dall'altra la scena risulta sintomatica per il prosieguo del film, di quale sia il vero carattere di Kevin.
Tuttavia Kevin è pur sempre un bambino e ciò si nota in particolare nel momento in cui si ammala, solo allora si abbandona alle cure di Eva, cercando addirittura le coccole e l’affetto e rifiutando quelle del padre, lasciando stupiti entrambi i genitori. Per qualche ora Kevin diventa un bambino come tutti gli altri, buono e affettuoso, probabilmente come egli stesso avrebbe voluto essere, ma appena guarito, riemerge il suo lato disturbato e continua a vessare la madre.



E’ nel finale però, che si capisce tutta la fragilità nascosta da tanta cattiveria, cattiveria che porta il ragazzo, ormai adolescente, a compiere un gesto irreparabile; solo allora madre e figlio riusciranno a riavvicinarsi, capendo che si vogliono bene, ma ognuno costretto a chiedersi se le cose avrebbero potuto andare diversamente. Mi è molto piaciuto l’uso continuo del colore rosso (i panini alla marmellata, la guerra con i pomodori, gli atti vandalici alla casa di Eva…) che il regista ha fatto, come richiamo al drammatico finale. Bravissimi tutti gli interpreti, e in particolare Tilda Swinton, su cui poggia la maggio parte del film, ma anche i vari attori che interpretano Kevin, nelle varie fasi della sua età.

giovedì 17 novembre 2016

LE SVOLTE DELLA VITA

In questo vecchio racconto mi sono cimentato in un genere che non è il mio, ma nonostante qualche ingenuità e un finale, probabilmente troppo affrettato, credo che mi sia riuscito abbastanza bene...


Tommaso non sapeva cosa gli accadde quella sera, forse furono le sette birre che si fece fuori in meno di due ore, o forse fu l’ennesima delusione amorosa o, più probabilmente, la concomitanza di entrambe le cose; fatto sta che quando Francesco gli infilò la lingua in bocca, non fece nulla per allontanarlo, almeno inizialmente.
Marzio aveva organizzato quella serata, invitando qualche amico del forum in cui si erano conosciuti, ma lui, inizialmente, non voleva andarci. Non amava molto questi incontri, gente, poco più che sconosciuti, che fingevano di essere amici da una vita. Certo con qualcuno era nata una bella amicizia, come con Marzio appunto, ma per il resto erano amicizie superficiali, che rimanevano tali anche dopo questi fuggevoli incontri. Poi però, dato l’insistenza dell’amico, si decise ad andarci; per lo meno, pensò, non avrebbe passato l’ennesima serata da solo tra cinema e seghe mentali.
Arrivò a casa di Marzio con qualche minuto di anticipo e aiutò l’amico negli ultimi preparativi.
<< Dai, vedrai che ci divertiremo>> gli disse
Lui lo guardò sorridendo, e fece un cenno d’assenso, anche se in realtà, era poco convinto che sarebbe riuscito a divertirsi realmente. Continuava a pensare a Roberta…
Tuttavia, contrariamente a quanto aveva creduto, per qualche ora, riuscì a distrarsi e a dimenticare i suoi problemi.
La serata trascorse, tra discorsi faceti, risate, musica e alcol, forse un po’ troppo alcol, tant’è che dopo l’ennesima birra, Tommaso sentì salire i primi sintomi della sbornia, per cui preferì uscire in terrazzo per prendere una boccata d’aria.
La fresca brezza di fine settembre lo colpì piacevolmente, restituendogli un po’ di lucidità.
Il quartiere dove viveva Marzio era particolarmente tranquillo, a quell’ora per strada non si vedeva più nessuno, a parte un ragazzotto dall’aria assonnata, che accompagnava la bestiola di casa a marcare il territorio. Le luci alle finestre erano quasi tutte spente, la gente andava a letto presto da quelle parti, nonostante il giorno dopo fosse domenica.
La porta alle spalle di Tommaso si aprì e lui si voltò per vedere chi lo stesse raggiungendo.
<<Oh, sei tu Francesco…>>
<<Si… Stai bene Tommaso?>> chiese l’amico preoccupato <<mi sembravi strano…>>
<<Si, si, tutto bene, ho solo bevuto un po’ troppo>> rispose lui sorridendo <<dovrei darci un taglio con tutte queste birre. Sicuramente domani mi sveglierò con un gran bel mal di testa>>
<<Eh si forse dovresti>> replicò Francesco
Poi, l’amico fece una cosa che sorprese Tommaso; si avvicinò rapidamente e lo baciò. Fu un bacio lungo e appassionato, con le lingue che danzavano l’una nella bocca dell’altro.
Di sotto, il cane abbaiò un paio di volte per avvisare il suo padrone che era ora di tornare a casa. Quell’intrusione sonora, spezzò qualcosa nell’intensità del momento e Tommaso si allontanò di scatto da Francesco, gettando lo sguardo all’interno dell’appartamento.
<<Non ci ha visto nessuno, tranquillo>>  lo rassicurò l’amico
Lui continuò a guardarsi i piedi, senza dire nulla. Ora non sarebbe riuscito a sostenere lo sguardo del ragazzo che gli stava di fronte.
<<Va beh… io vado dentro>> disse Francesco, rassegnato.
<<No, scusa è che…>> mormorò lui
<<Cosa?>>
<<Niente… è che non sono…>>
<<Non sei cosa?>> insistette Francesco
<<Non sono gay…>>
Francesco sospirò.
<<Ti è piaciuto?>> gli chiese
<<Cosa?>>
<<Quando ci siamo baciati. Ti è piciuto?>>
Tommaso ancora una volta non rispose; si limitò a fissare l’amico che rientrava in casa e che, dopo aver recuperato le sue cose, lasciava la festa. Solo allora si decise a raggiungere il resto della compagnia.

Quella notte Tommaso non riuscì a chiudere occhio, ma non fu per gli effetti dell’alcol, ne per il bacio in se, quanto, per la domanda di Francesco. Era inutile rimuginarci su, quel bacio glie era piaciuto, ma aveva paura ad ammetterlo. Il fatto di poter essere omosessuale, o anche semplicemente bisessuale, lo riempiva di cieco terrore; era cresciuto con la convinzione di essere un normale eterosessuale, anche se poi non aveva avuto molte esperienze con donne. Non aveva pregiudizi nei confronti di gay e lesbiche, infatti già sapeva delle tendenze sessuali di Francesco, ma il fatto di far parte della “categoria”, era tutt’altro paio di maniche.
Disteso sul suo letto, con gli occhi spalancati, allungò una mano e premette il pulsante sulla radiosveglia, che con il laser proiettò, a grandi caratteri rossi, l’ora sul soffitto.
Le quattro e mezza.
Accidenti, non c’era proprio modo di dormire quella notte.
Poco male, pensò, andrò avanti con la lettura di quel mattone che mi porto avanti da due mesi…”. Tuttavia era troppo pensieroso per concentrarsi sul libro, per cui, dopo appena un paio di pagine, lo abbandonò sul comodino.
Continuò a rigirarsi nel letto fino a quando gli sorse spontanea una domanda: “Posso amare un uomo nello stesso modo in cui amerei una donna?
La risposta arrivò immediata. Rapida. Secca. Senza possibilità di smentite.

Nonostante avesse dormito poco più di due ore, alle nove, Tommaso era già in piedi.
Con gli occhi ancora pesanti, prese in mano il telefono e chiamò Marzio:
<<Ciao Marzio…si scusa se ti sveglio così presto…no, nessun problema, solo mi serviva il numero di Francesco, ce l’hai? Si? … No, non so perché è andato via così in fretta…Okay, grazie per il numero, a presto.>>
Per qualche secondo si limitò a fissare il numero che aveva segnato su un post-it giallo, chiedendosi se era poi così sicuro di quello che stava per fare.
Con la mano che gli tremava e il cuore che gli martellava in petto come il tamburo di una fanfara, compose il numero.
Il telefono squillò una volta.
<<Pronto?>>
<<Ciao Francesco, sono Tommaso…>>
Silenzio.
<<Ti ho svegliato?>>
<<Mi sono alzato alle sette questa mattina, non ti preoccupare. Che vuoi, piuttosto?>>
La voce dell’amico era fredda e non lasciava trasparire emozioni.
<<Hai da fare oggi?>> balbettò lui <<Ho bisogno di parlarti…>>
Dall’altra parte ci fu ancora qualche attimo di silenzio, poi:
<<Okay, ti do il mio indirizzo. Ti aspetto nel pomeriggio…>>
<<Parto subito, pranziamo assieme>> si sbrigò a dire Tommaso <<offro io.>>
Senza aspettare la risposta dell’amico riagganciò, e dopo una veloce, quanto gelida doccia, e una colazione a base di caffè e biscotti, montò in macchina.
Durante il viaggio continuò a pensare cosa avrebbe detto a Francesco; non aveva preparato nessun discorso, era tutto così strano e nuovo per lui. Una cosa era certa, anche se non ne era del tutto consapevole, aveva già preso una decisione che avrebbe cambiato la sua vita.

Un’ora e mezza dopo era davanti casa dell’amico. Suonò il campanello e lui venne ad aprire elegantemente vestito, col viso rasato di fresco e con sorriso che non si sarebbe aspettato, data la freddezza, con cui gli aveva parlato al telefono.
Tommaso sentì un tuffo al cuore. Alla vista di Francesco, le idee per un discorso andarono in fumo, tutta la sicurezza che era riuscito a costruirsi andò in frantumi. Tutto aveva perso senso. O forse, esattamente il contrario.
A pranzo, i due amici si limitarono a parlare del più e del meno, ricordando la sera precedente, facendo entrambi finta di dimenticare, quanto accaduto a fine serata. Che poi era il motivo per il quale, ora erano assieme.
Francesco aveva capito le difficoltà dell’amico, ma per il momento preferiva non fargli pressioni; era sicuro che era venuto fin lì, poi sarebbe andato fino in fondo.
Tommaso riuscì a sbloccarsi un paio d’ore dopo, mentre passeggiavano per le strade affollate del centro. Le parole gli uscirono di getto, come un fiume in piena; parlò per venti minuti di seguito, mentre Francesco ascoltava attentamente, senza mai perdere il suo sorriso.
Quando ebbe finito di parlare, Tommaso osservò l’amico, in attesa di una risposta, ma ancora di più, di una conferma.
Invece di rispondergli, lui lo prese per un braccio e gli disse: <<Vieni con me.>>
Svoltarono in una via laterale, e dopo qualche passo, Francesco vide quello che stava cercando. Sotto uno dei portici, un portone era rimasto aperto. Vi si infilò dentro, trascinando con se l’amico, e bloccatolo contro l’angolo dell’uscio, mentre contemporaneamente chiudeva la porta, iniziò a baciarlo.
Questa volta Tommaso non si tirò indietro, continuò a baciare il ragazzo che gli aveva fatto perdere la testa, fino a quando non fu questi ad staccarsi da lui.
I due si guardarono per un lungo istante. Fu Tommaso a rompere quell’imbarazzante silenzio.
<<Mi è piaciuto.>> disse.
Poi, i due ragazzi, scoppiarono a ridere.

Sette mesi più tardi, a primavera ormai inoltrata, Tommaso e Francesco si frequentavano con regolarità, entrambi felici per quella relazione. Comprensibilmente, i primi tempi furono i più difficili, soprattutto per Tommaso, che dovette vincere le iniziali titubanze e dimenticare tutte le certezze che, fino a quel momento, aveva avuto di se stesso. Poi, però, sconfitte le sue paure, si scoprì realmente innamorato e ora, non provava nemmeno più  ne imbarazzo, a mostrarsi in pubblico, in atteggiamenti affettuosi con il suo compagno.
Fu allora, che la sua vita subì una nuova svolta.
Da qualche settimana seguiva un corso di teatro amatoriale, durante il quale conobbe Monica, una ragazza dolce ed estroversa, verso la quale finì col provare una spontanea simpatia. Scoprì di avere diverse cose in comune con lei: oltre al teatro, amavano entrambi il cinema e la lettura, e tutti e due sognavano un giorno, di fare il coast to coast, degli Stati Uniti.
Un paio di volte uscirono assieme per una birra in compagnia, ma il loro rapporto non andò mai oltre a quello di due buoni amici, fino a quando, lei lo invitò a cena casa sua.


Quella sera non accadde nulla tra di loro, ma lui conobbe il figlio di Monica; uno splendido bambino di quattro anni, biondo con i capelli lisci che scendevano fin oltre la nuca. Gli occhi di un azzurro intenso, come non ne aveva mai visti e un sorriso così tenero e coinvolgente al quale non era possibile resistere.
Lei, gli raccontò che il suo compagno se n’era andato all’estero poco dopo la nascita del bambino, senza lasciare traccia di se.
Vedendo quel bambino, Tommaso, provò la stessa sensazione che aveva provato quando vide Francesco, il giorno dopo il loro primo bacio. In quell’istante capì, che nella vita, gli mancava qualcosa.
Nei mesi successivi, l’amicizia con Monica, divenne qualcosa di più importante, tant’è, che una sera che era stato a trovarla a casa, dopo che assieme avevano messo a letto il bambino, e complice una bottiglia di vino, finirono col far l’amore sul divano.
In seguito a ciò, Tommaso si sentì in colpa per aver tradito Francesco, per cui abbandonò il corso di teatro, così da non vedere più la ragazza della quale si stava innamorando.
Tuttavia non gli fu così semplice cercare di dimenticarla, infatti si ritrovò spesso a pensare a lei e suo figlio, cosa che lo spinse a chiedersi, se in realtà non fosse l’affetto che provava per quel bambino, a farlo credere innamorato di Monica.
Quella creatura, gli fece nascere un forte senso di paternità, ma sapeva che restando con Francesco, non avrebbe mai potuto realizzare questo sogno. Si domandò se sarebbe stato giusto interrompere la relazione con una persona che ancora amava, per intraprenderne un’altra con una ragazza, alla quale voleva bene, ma di cui non era sicuro di esserne innamorato, solo per realizzare un suo sogno.
Come altre volte gli era capitato in quell’ultimo anno, la risposta gli giunse rapida, quanto inaspettata. La risposta fu una telefonata di Monica, che gli arrivò quasi due mesi dopo l’ultima volta che si erano visti.
La conversazione non durò molto, ma ora Tommaso sapeva cosa doveva fare.
Con la vista annebbiata dalle lacrime compose il numero di Francesco, mentre nelle orecchie aveva ancora le parole di Monica.
<<Sono incinta.>>





giovedì 17 dicembre 2015

Womb (2010)



Rebecca e Tommy si conoscono quando entrambi hanno nove anni, tra loro nasce subito una bella amicizia, che presto si trasforma in qualcosa di più profondo. Purtroppo lei deve partire con i genitori, ma non dimentica il ragazzino che le ha fatto battere forte il cuore, infatti dodici anni più tardi, ormai adulta, torna dal suo amato e tra i due sembra poter riprendere la storia, come se il tempo non fosse mai passato. Ancora una volta però il destino è loro avverso, e Tommy muore in un incidente stradale. Incapace di rassegnarsi alla perdita del ragazzo, Rebecca si rivolge ad un "Dipartimento di replicazione genetica" e si fa impiantare nell'utero, il clone del nuovo Tommy.



La vicenda di "Womb", pone di fronte a più di qualche interrogativo. Innanzitutto quello sulla scelta etica di Rebecca; certo da fuori è facile dire che la donna ha commesso un errore, e che la sua è una decisione "contro natura", ma credo che vissuta, la situazione sarebbe molto diversa. Diciamo che Rebecca si era per un attimo illusa di poter riportare realmente in vita il suo Tommy, ma una volta cresciuto in grembo (Womb appunto), quello non sarebbe più stato semplicemente il suo amato, ma per prima cosa sarebbe stato suo figlio e anche una volta cresciuto tra loro poteva esserci solo un rapporto madre-figlio, ma forse a lei questo sarebbe bastato, e forse proprio per questo aveva scelto un posto isolato per crescerlo, in modo di tenerlo tutto per se, e una volta adulto, amandolo in modo platonico.



Tuttavia non aveva fatto i conti col fatto che Tommy si facesse degli amici prima, e si trovasse una ragazza poi, cosa che chiaramente la faceva soffrire, senza che potesse però esprimere questo suo dolore.Inoltre, in almeno due occasioni, notiamo che Tommy ha degli slanci d'affetto verso usa madre, che hanno qualcosa di più dell'amore filiale; la prima, quando ancora ragazzino lotta con lei sulla spiaggia difronte a casa, una lotta che ha qualcosa di selvaggio e sensuale, fino a quando i loro due visi arriveranno a sfiorarsi e gli sguardi che sembrano esprimere qualcosa di proibito. La seconda, quando già adulto, dopo aver gettato per scherzo la rete da pesca addosso a Rebecca, infila la testa sotto la maglia di lei in un gioco che si rivela presto "sbagliato". E qui arriviamo ad un altra tematica interessante, molto cara al regista, cioè su quanto possano influenzare i geni la crescita di una persona e quanto può farlo l'ambiente in cui questa si forma. Secondo Fliegauf, i geni contano più dell'ambiente, ma a questo punto, viene da chiedersi se i geni hanno memoria; e nello specifico della vicenda narrata, ci si domanda se è possibile che prelevando i geni di una persona morta, questi conservino parte dei ricordi di questa persona, e trasmettendo questi ricordi alla nuova persona. Poi c'è la questione dell'incesto, che in questo contesto ha una valenza quasi edipica da una parte, ma anche una sorta di punizione dall'altra, perché Rebecca sa che una volta consumato il rapporto con il figlio-amante, lo perderà per sempre.



A parlare di una tematica simile, ci aveva già pensato quasi più di quarant'anni prima, Louis Malle, in "Soffio al cuore", che seppur raccontato con maggior leggerezza, quasi con candore direi, la vicenda era a ben pensarci, più scandalosa, perché ingiustificata se non dal fatto del puro desiderio sessuale; mentre in "Womb" ci sono una serie di eventi che portano al determinarsi inevitabile di quel fatto.Infine c'è il tema appena sfiorato nel film, di declassare i cloni come cittadini di serie B, di ritenerli dei diversi...il punto è che se nessuno sapesse che sono dei cloni verrebbero trattati come persone normali, che poi è quello che succede a Tommy bambino fino a quando viene scoperta la verità, che nemmeno lui conosce. E in ogni caso far pagare ai bambini le scelte errate dei genitori è comunque sbagliato di per se.Partendo da uno spunto fantascientifico, poi il regista ci racconta una storia umana, piena di punti interrogativi e questioni morali di non facile soluzione. Lo fa ambientato la vicenda in un paesaggio isolato, gelido in cui vincono i colori freddi: il bianco, l'azzurro, poco verde, bellissima dunque la fotografia, che aiuta a mantenersi concentrati nella vicenda. Bravissimi anche i protagonisti, in particolare Eva Green spesso costretta a dover recitare solo con le espressioni del volto.


mercoledì 28 ottobre 2015

Una nuova speranza

(Questo racconto è nato durante un corso di scrittura creativa, ma per venire incontro ai gusti dell'insegnate, che preferiva i finali positivi, mi ero visto costretto a aggiungere qualche riga per dare al racconto un happy end. Ora però posso postare il racconto come lo avevo immaginato, mantenendo però il titolo della storia che avevo presentato, anche per contrasto con il finale e lasciarle comunque aperta la lettura)


 Dopo l’ultimo conflitto mondiale, esploso nel 2080, la terra subì molti cambiamenti dal punto di vista politico-economico; fino a quando nel 2087, gli Stati Indipendenti Popolari presero il comando dell’intero pianeta, instaurando un regime dittatoriale. Due anni più tardi, per arginare i continui tentativi di ribellione, furono ripristinate la corte marziale e la pena di morte, e i primi a venire condannati furono i “cervelli” dei gruppi ribelli.
Il governo, tuttavia, temeva che in un prossimo futuro, nuove menti sarebbero potute riuscire dove quelle da loro soppresse, avevano dovuto capitolare. Fu perciò preparato un test da distribuire a tutti gli alunni di tutte le scuole; chiunque avesse avuto un Q.I. superiore a 120 avrebbe dovuto essere terminato.
Leonardo, nonostante avesse soltanto dieci anni, risultò avere un Q.I. di 150, il risultato fu spedito a casa assieme all’obbligo di accompagnare il bambino al più vicino Centro per l’Ultimazione, pena lo sterminio dell’intera famiglia. Giorgio, il padre di Leonardo, sentì mancarsi la terra sotto i piedi, come poteva portare suo figlio incontro a morte sicura, quel figlio che amava più di se stesso?
Ormai era vedovo da molti anni e altri parenti oltre a Leonardo non ne aveva, decise dunque che sarebbero fuggiti quella notte stessa.
L’unica loro speranza era raggiungere Shangri-la, una zona libera sfuggita al dominio del governo.
In realtà nessuno sapeva se questa località esistesse veramente e dove si potesse trovare, ma una voce non accertata diceva che era nei pressi della città di Midgard, che però era controllata dalle guardie governative.
Erano in cammino già da diverse ora, quando Leonardo cominciò a lamentarsi:
“Papà sono stanco…”
“Non possiamo fermarci adesso” rispose Giorgio caricandosi il bambino sulle spalle “dobbiamo arrivare in città prima che sia giorno. Lì spero di trovare qualcuno che ci dia le indicazioni che ci servono.”
Arrivarono in città alle prime luci dell’alba e si nascosero all’interno di una libreria abbandonata; Leonardo si addormento subito mentre suo padre rimase a vegliarlo, gli accarezzò delicatamente i capelli, e cominciò a piangere silenziosamente.
Era un bambino così bello e dolce e Giorgio sentiva il cuore gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che si soffermava a osservarlo, e ora che era in pericolo non sapeva se sarebbe riuscito a salvarlo.
La stanchezza si fece pesante sugli occhi dell’uomo, che dopo un po’ si addormentò accanto al figlio, ma non passò molto tempo che entrambi furono svegliati da un gran clamore, e spiando per uno spiraglio si accorsero che i ribelli si stavano scontrando con la polizia governativa.
Esattamente in quell’istante le cose cominciarono a precipitare e quando Giorgio si rese conto di ciò che stava succedendo era già troppo tardi.
Leonardo si era sporto troppo dal nascondiglio e una delle sentinelle lo acciuffò per le spalle:
“Dove pensi di andare ragazzino?” disse ridendo.
Giorgio saltò fuori colpendo il poliziotto alla gola con un pugno, prese suo figlio per la mano e scappò attraverso la piazza affollata, riuscì a scartare altre due sentinelle, poi vide un’auto accesa abbandonata dall’altro lato della strada; si tuffò in quella direzione, trascinando Leonardo dietro di se. All’improvviso sentì suo figlio urlare: “Papà…!”
L’ultima cosa che vide, voltandosi verso il bambino, fu un furgone che li stava travolgendo.