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giovedì 23 agosto 2018

Paper Moon - Luna di carta (1973)

Sono mancato per un po' di tempo, ma in queste settimane di vacanza ho dedicato tutto me stesso alla famiglia per cui non ho avuto tempo per aggiornare il blog e nemmeno per guardare nuovi film, per cui per il momento vi posto questa vecchia e breve recensione, giusto per dimostrarvi che sono ancora vivo ;)



Siamo nell’America della Grande Depressione e Moses è un piccolo truffatore che si arrangia imbrogliando neo vedove, vendendo loro bibbie, approfittando del loro dolore. Un giorno conosce la piccola Addie, rimasta orfana di madre, e di cui è forse il padre, che gli viene affidata dalle autorità perché la accompagni da alcuni lontani parenti. Dopo un difficile inizio i due si affezionano l’uno a l’altra e la bambina si rivela un’eccezionale compagna di truffe, grazie alla sua spigliatezza e sfacciataggine.



Peter Bogdanovich torna dirigere Ryan O’Neal dopo  “Ma papà ti manda sola”  e lo fa con una commedia spigliata e divertente. Affianco a Ryan, c’è la figlia Tatum di appena nove anni, che riuscirà nell’impresa di mettere in ombra il già affermato padre e andando a vincere un meritatissimo oscar.
La storia è un divertente road movie, in cui due personaggi improbabili sono costretti ad affrontare il viaggio assieme, e dopo un difficile inizio, i due scoprono di essersi affezionati l’uno all’altra, ma anche in questi momenti di maggiore intimismo, il regista non scivola in un facile sentimentalismo, ma mantiene la pellicola sui binari della commedia piacevole.




Come già per “L’ultimo spettacolo”, Peter Bogdanovich, gira in bianco e nero conferendo al film uno stile da vecchia commedia americana, sullo stile di Frank Capra, ma influenzata molta dal cinema di John Ford, di cui il Bogdanovich è grande estimatore. Infatti in questo road movie, si possono vedere tracce, seppur con tematiche molto diverse, del cinema epico di John Ford, come il viaggio, la frontiera, la depressione economica e in particolare al film “Furore”.




Tuttavia “Paper Moon” rimane una commedi vivace e briosa, grazie soprattutto alla sua giovane protagonista, che suscita simpatia e tenerezza. Un personaggio sui generis, sveglia e intelligente, riesce spesso a  togliere dai pasticci se stessa e il suo compagno di sventura, non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, fuma con nonchalance, ma alla fine si rivelerà per quello che è, una bambina bisognosa di affetto.
Ne facessero ancora di commedie così… 

lunedì 17 luglio 2017

Un mondo perfetto (1993)



In un mondo perfetto i bambini possono festeggiare Halloween, e il Natale, possono andare sulle montagne russe e mangiare chili di caramelle e zucchero filato, e soprattutto i bambini non vengono abbandonati dai padri, ma nel Texas del 1963, a pochi mesi dall'omicidio Kennedy le cose sono ben diverse e quando il presidente più amato dagli americani verrà assassinato, la gente si accorge che il mondo perfetto non esiste, non qui almeno.



Butch in carcere non doveva nemmeno starci, aveva passato qualche guaio, forse era un po' ribelle, ma nemmeno il peggiore; criminale lo è diventato in prigione, mettendo in dubbio anche la funzione correttiva degli istituti penitenziari. Decide così di fuggire per andare in Alaska, a trovare un padre che non ha mai conosciuto bene. Con lui ci sono il compagno di cella (lui si un vero "bad boy") e un ragazzino di otto anni, che i due sono stati costretti a prendere come ostaggio per garantirsi la fuga; presto però Butch si vede costretto a liberarsi del violento collega, continuando il viaggio solo con il piccolo Phillip.
Tra i due nasce subito una tenera amicizia, che diventa quasi un rapporto padre-figlio; in cui Butch riempie di consigli il bambino, perché si rispecchia in lui e vorrebbe che avesse un'infanzia felice, senza stupide limitazioni o proibizioni dovute ad un'assurda religione.



A inseguire la strana coppia, c'è un burbero Texas Ranger, responsabile dell'arresto di Butch quando questi era solo un ragazzo e un'affascinante e preparata criminologa, oltre a tutto lo staff del ranger Red Garnet e ad un antipatico agente dell'FBI.
Il viaggio "on the road", come spesso accade, ha valenza simbolica, qui è come una macchina del tempo, come dice lo stesso Butch a Phillip. Dietro di loro hanno il passato, dal quale stanno scappando, mentre avanti c'è l'Alaska, cioè il futuro, ma in mezzo c'è il presente ("goditi il presente" suggerisce l'uomo al suo piccolo compagno di viaggio).



E come spesso accade nei film di Eastwood, il finale è amaro, specchio che riflette il pessimismo del regista, e ritratto di una civiltà cinica, ben lontana da quell'idea di American Way of Life che aveva contribuito fino a quel momento a idealizzare il sogno americano; sogno dal quale la gente si sarebbe risvegliata un venerdì di fine novembre del 1963.



Cast in gran forma, dal "bandito" Kevin Costner, che ha dimostrato che con una solida sceneggiatura possa essere ancora un ottimo attore, a Clint Eastwood, che si ritagliato un ruolo su misura, passando per la sempre brava Laura Dern, in un ruolo tutt'altro che di contorno per finire con il piccolo T.J. Lowther, bravo ed espressivo, che suscita simpatia e tenerezza.