martedì 29 marzo 2016

Finocchia

Questo è un altro vecchio racconto, questa volta è del tutto ironico e irriverente, una parodia della fiaba di Pinocchio...Spero che vi piaccia e che nessuno si senta offeso:

A quel tempo Geppetto aveva quasi settant’anni, ma non aveva ancora mia visto un passera in tutta la sua vita. Per diverso tempo si era consolato sodomizzando Rossella, la mucca che gli dava il latte tutti i giorni, ma poi gli affari cominciarono ad andare male, nessuno più aveva bisogno di un falegname, infatti la maggior parte della gente andava a comprare i mobili all’IKEA, così fu costretto a vendere la sua amata giumenta, che invece prese la notizia, con infinita allegria.
Ormai, persa ogni speranza, Geppetto decise di costruirsi una bambola di legno, certo non sarebbe stato come una donna vera, ma riteneva che alla sua età avrebbe potuto accontentarsi.
Cominciò così ad intagliare un grosso ciocco di legno, che gli era stato venduto ad un prezzo esorbitante, da un magnaccio dei quartieri poveri. Arrivato a metà lavoro, stanco e assetato,  decise di prendersi una pausa e di andare a scolarsi qualche quartino giù in paese.
Era da poco uscito, quando dalla finestra fece irruzione uno strano figuro, una donnina di un metro e venti di statura, ma con due baffi sopra il labbro superiore, che nemmeno un tricheco. Dopo aver messo a soqquadro il piccolo appartamento, non avendo trovato nulla da portare via, bestemmiò in una strana lingua e al che la bambola di legno poggiata sul letto si animò.
“Ciao” disse “Chi sei tu?”
“Sono la Fata Turchina” rispose la donna “mi chiamo così perché vengo da Istanbul e faccio sparire le cose, e tu chi sei”
“Io…” disse la bambola esaminando il suo corpo “Io sono Finocchia….”
Infatti Geppetto l’aveva dotata di due tette da far invidia a Pamela Anderson, ma non avendo completato la sua opera non si era preoccupato di tagliare quel ramo che ora cresceva come membro di 25 centimetri tra le nuove gambe della bambola.
“Guarda” continuò la Fata Turchina “ora non posso fermarmi, ma se hai bisogno di aiuto ti lascio il mio numero di cellulare” e detto questo si diede alla fuga.
Quando tornò Geppetto, la bambola gli corse incotro.
“Babbo, babbino…” gridò
“E tu chi sei?” chiese l’uomo spaventato
“Eh sono Finocchia, la tua bambola”
“Si ma che hai li” replicò il povero falegname indicando l’enorme fallo “qui ci vuole un bel taglio”
“No” urlò Finocchia tentando di scappare
Geppetto però, l’acchiappò per le spalle e la distese sul tavolo da lavoro, pronto a tagliarle quell’attributo in più, ma una folle idea lo fece desistere dalle sue intenzioni.
“Forse potrai  essermi più utile così” disse alla bambola “tutte le sere ti metterai sotto quel lampione e darai tanta felicità ai camionisti di passaggio, così faremo un sacco di soldi…”
“Ma io voglio andare a scuola” protesto la bambola “Voglio studiare, diventare ministro e poi partecipare all’Isola dei Famosi”
“Di giorno puoi fare quello che vuoi, ma la sera fai come dico io, o finisci nel caminetto” tagliò corto Geppetto.
Così Finocchia iniziò, di giorno, a frequentare la locale scuola elementare,  suscitando, per le sue generose forme, l’invidia sia dei maschietti che delle femminucce e di notte a soddisfare uomini in cerca di qualche esperienza alternativa.
Purtroppo dopo poco tempo si accorse di essere malata, infatti ogni volta che diceva una bugia le si accorciava il fallo di due centimetri. Pensò così di chiedere aiuto alla Fata Turchina.
“Deficiente” le disse la Fata “non sono le bugie, è un tarlo del legno che ti sta facendo un succhiotto”
Dopo una semplice operazione il tarlo fu rimosso e sostituito con un grillo parlante di nome Clementoni.
Ormai esasperata da quella situazione, una notte Finocchia scappò di casa, portando con se solo diversi pezzi di carta vetrata, utili per le lunghe notti di solitudine.
Si unì prima ad un duo musicale, formato da Samantha Fox e Cat Stevens, dopo poco, però, i due la scaricarono lasciandola senza il becco di un quattrino; entrò così a far parte di un circo equestre, ma in seguito ad una disputa se ce l’avesse più grosso lei o i ciuchini del circo, fu gettata in mare.
Siccome era di legno non aveva nessun problema a galleggiare, per cui decise di rimanere in balia delle onde, ovunque esse l’avessero portata.
Dopo diversi giorni di navigazione sentì qualcuno che la chiamava e vide Geppetto che stava per essere divorato da branco di sardine.
“Aiutami ti prego”
“No tu sei un vecchio bastardo e meriti solo di crepare” e se ne andò a cavallo di un pesce sega, poi accortasi del pericolo, preferì chiedere un passaggio ad un più tranquillo barracuda.
Una settimana più tardi, ormai priva di forze, fu catturata da alcuni pescatori, assieme ad un branco di cefali. Non essendo in grado di parlare per la grande fatica, fu venduta ad un noto mobilificio svedese che ne fece uno sgabello.



sabato 26 marzo 2016

Viaggi e cinema

L'anno scorso, più o meno in questo periodo, ero a Roma a trovare alcuni amici. Camminando per le strade dell'Urbe abbiamo visitato alcuni dei classici siti turistici che in realtà nella capitale trovi ad ogni angolo. Siamo passati per Fontana di Trevi, che era chiusa per lavori, Piazza Navona, Piazza di Spagna, il Pantheon e così via; poi discostandoci dai soliti percorsi, ci siamo avviati verso il quartiere di Trastevere per un aperitivo e una volta arrivati a Porta Settimiana l'omino nel mio cervello ha cominciato a urlare frasi sconnesse: "L'olio", "...invece de uno ce ne cascano dieci", "...non evapora?", "L'otello della Juventus", "In che senso?", "Ho il pullman per Ladispoli".
Riconoscere l'incrocio dove è stata girata una delle più famose scene di "Un sacco bello" di Verdone è stata questione di un attimo...Cosa volete, noi cinefili siamo fatti così...
Porta Settimiana - Roma 

In tutti questi anni ho avuto la fortuna di fare diversi viaggi, sia in Italia che all'estero e ogni volta che sono passato in un posto dove è stato girato un film (o una serie tv), la mia mente si accendeva come un flipper, con tanto di rumore delle palline metalliche che colpiscono i vari bersagli (bing, bong).
Provate a immaginare come possano essere state le mie vacanze negli Stati Uniti...Cresciuto con film e telefilm (come si chiamavano una volta) ambientati a New York, Los Angeles, San Francisco, nel deserto dell'Arizona o tra i monti dello Utah, vedere tutti quei posti dal vivo è stata un'emozione stupenda e da incallito cinefilo lo è stato ancora di più...
Solo per New York la lista di film che mi passavano davanti agli occhi era infinità: da "Manhattan" a "1997 Fuga da New York", da "Rosemary's Baby" a "C'era una volta in America", da "Colazione da Tiffany" a "King Kong"...Insomma chi più ne ha più ne metta..

Brooklyn Bridge
Caserma Pompieri a Tribeca 

.Invece passeggiando per Ocean Drive rivedevo Tony Montana con il suo mitra, ma anche una ragazza bionda chiamata "Zucchero" e il suo ukulele.
Anche a Los Angeles i film che passano per la mente sono molti, nonostante come città in se sia meno caratteristica rispetto a New York, ad esempio girando tra i negozi di Rodeo Drive è impossibile non pensare a "Pretty Woman", o vedendo le lussuose ville sentire l'inconfondibile risata di Eddie Murphy in "Beverly Hills Cop", o ancora, guidando tra le curve di Mulholland Drive rivedere le immagini dell'omonimo film di David Lynch. Ma Los Angeles è soprattutto Hollywood con la sua "Walk of fame"


Hollywood



Death Valley

E poi attraversando il deserto californiano passando per la Death Valley eccoci ad ascoltare i Pink Floyd sul finale di Zabriskie Point, passando per Las Vegas, dove i film da nominare sono pressoché infiniti per arrivare nella Monument Valley in cui John Ford ha ambientato molti dei suoi film, uno su tutti "Ombre rosse", ma anche come non ricordare Forrest Gump che si ferma dopo aver attraversato a piedi l'intera nazione dicendo: "Sono un po' stanchino".

Monument Valley



Naturalmente anche passare, seppur per brevi tratti, per la Route 66 è stato emozionante...Anche in questo caso, il film ambientati nella strada che ha ispirato tanti "on the road" sono impossibili da ricordare tutti...Il più famoso è forse "Easy Rider"
E infine San Francisco con il Golden Gate che faceva da sfondo ad una famosa scena di "La donna che visse due volte" (ma anche di numerosi altri film), al quartiere cinese dove Jack Burton si destreggia tra ninja e magie orientali in "Grosso guaio a Chinatown"

Golden Gate - San Francisco


Questo è solo una breve excursus di parte delle mie vacanze americane, ma come ogni buon cinefilo, ogni volta che visito un posto che è stato soggetto di riprese cinematografiche, la mia mente scatta e rivivo scene e dialoghi e godo come un riccio perché come dicevo per me il cinema è molto più di una sola passione.

mercoledì 9 marzo 2016

Infanzia Clandestina (2011)



Juan ha dodici anni, e ha vissuto gran parte della sua infanzia in esilio. Sul finire degli anni settanta, i genitori del ragazzino, militanti armati dell’organizzazione che si oppone alla dittatura militare al potere, e convinti peronisti, decidono di tornare in Argentina da clandestini, per continuare la lotta al potere. Così per i compagni di scuola, gli insegnanti e chiunque incontri fuori di casa, Juan diventa Ernesto, come il “Che”, l’eroe di cui i suoi genitori gli hanno raccontato le eroiche imprese. Ma mentre i suoi genitori continuano a combattere l’oppressione, Juan si innamora di Maria, la sorella di un suo compagno di scuola, e sogna una vita normale. 



La vicenda narrata da Avila, si basa in parte su fatti autobiografici, la madre è infatti uno dei molti desaparecidos, ma il regista, anziché sbatterci in faccia gli orrori causati dal regime Videla, ci mostra la difficile quotidianità, vista dagli occhi di un bambino, che sta per diventare uomo. Così, grazie allo sguardo di Juan/Ernesto, noi vediamo dall’interno il mondo ristretto dei ribelli, ma messo a nudo dall’ingenuità del ragazzino, così da svelarne le contraddizioni e l’irrazionalità. Juan ha imparato i principi e i valori che i genitori gli hanno insegnato, e non ha mai pensato di metterli in discussione, anzi nel tentativo di tenerli alti, in una significativa sequenza il bambino rifiuta di issare la nuova bandiera argentina, simbolo della dittatura militare, rischiando di far scoprire la sua vera identità. 



Tuttavia un mondo fatto di segreti continui, di riunioni clandestine, di armi e di nascondigli non è un mondo adatto ad un ragazzino e Juan ne prende coscienza quando si innamora di Maria, in quel momento, gli ideali dei genitori non sembrano più così assoluti e importanti, perché entrano in gioco gli affetti, e non gli sta più bene di essere obbligato ad uno stile di vita che gli nega la libertà di giocare con gli amici, o di amare qualcuno.  In questo modo il regista ci pone di fronte a molti dubbi, e a molte domande, lasciando a noi il compito di trovare le risposte, perché lui, come Juan, non giudica ma ci mostra in maniera analitica, come molti argentini vivevano in quel difficile periodo, chi per scelta e chi per obbligo. A rendere più lieve quell’assurda esistenza, è la figura di zio Beto, che cerca di donare un po’ di normalità all’infanzia di Juan,  riuscendo anche a organizzargli una festa per il suo finto compleanno. Avila è bravo nel non cadere nella trappola del sentimentalismo o del facile ricatto del voyerismo, e anziché mostrarci la violenza che la dittatura usa nei confronti degli oppositori, la tiene per lo più fuori dall’obiettivo e quel poco che viene mostrato, viene fatto attraverso scene animate (non so quanto sia volontario il rimando a Kill Bill vol.1), come le potrebbe vedere, o immaginare, un bambino spaventato, costretto suo malgrado ad assistere ad avvenimenti più grandi di lui.

domenica 6 marzo 2016

Tre piccole storie

LA PICCOLA MEGERA

Samanta era una ragazzina, molto magra e con lunghi capelli neri che le arrivavano ai fianchi. Portava sempre abitui desueti e la sua pelle olivastra, aveva uno strano odore. Tutti la prendevano in giro, le facevano terribili scherzi e le cose peggiorarono quando la sorpresero a parlare da sola; iniziarono a chiamarla "la megera". Io invece, ne ero innamorato; non so cosa mi attrasse di lei, forse i suoi occhi neri come il buio, o il suo sguardo triste. l'unica cosa di cui sono sicuro è che lei capì quello che provavo per lei, anche se io non ho mai avuto il coraggio di dichiararmi, e probabilmente fu per questo che fui l'unico a salvarmi il giorno in cui bruciò la scuola. Quando mi caricarono sull'ambulanza, la vidi che mi osservava nascosta tra le macerie, così mentre mia madre, ringraziava Dio di avermi salvato, io ringraziai "la megera"



CARUSO

Sono sceso la prima volta nella solfara il giorno del mio undicesimo compleanno. Mi avevano portato via da casa, dagli amici e dagli affetti, per trecento lire e per i successivi sette anni sarei stato una priorità del capo picconiere. Appena sceso in quell'orribile spelonca, mi resi conto che la mia infanzia era finita. Ogni giorno, noi carusi, dovevamo portare fuori carichi di zolfo, anche di trenta chili, attraverso cunicoli poco illuminati, seminudi per ovviare al caldo infernale che faceva li sotto; circondati da uomini-diavoli che sfogavano la loro frustrazione lavorativa e sessuale su noi piccoli. Poi ricordo quel giorno, quando smisi di essere vittima e divenni diavolo.




DOMANI

Il paziente della 09 continua con i suoi deliri, racconta che riesce a vedere il futuro tramite viaggi extracorporei che può fare solo quando è incosciente e quando dorme. Dice che tra meno di un quarto di secolo l'uomo camminerà sulla luna e che circa settant'anni ci saranno computer grandi quanto un taccuino. Oggi poi è più agitato del solito, tanto che ho dovuto somministrargli una dose doppia di calmanti; è convinto che domani ci sarà la fine del mondo. Se continua così sarò costretto a prescrivergli delle sedute di elettroshock.


Dr. Kenji Igawa - Hiroshima, 5 agosto 1945





venerdì 4 marzo 2016

Sogni: L'incidente

Da qualche tempo ho un quaderno accanto al letto che uso per appuntare, appena sveglio, i sogni che ho fatto, in modo da non dimenticarli.
Così ho pensato di riportare qui alcuni di questi sogni, in ordine assolutamente casuale, poi se c'è un bravo psichiatra che riesce a capirne il significato gliene sarei grato :)


Sogno del 12 febbraio 2016

Sono in viaggio in auto con una persona che però non vedo mai. Incontriamo la polizia che ci fa fermare in un posto dove poco prima c'era stato un incidente: un tizio con un furgone bianco, superando i limiti di velocità in centro paese si era scontrato con un'altra auto.
Il mio compagno di viaggio ed io siamo saliti in un locale assieme a poche altre persone e qui troviamo anche alcuni parenti delle vittime. Siamo seduti in una grande sala con diversi tavoli e sedie che intuisco essere quella di un ristorante.
Attraverso la vetrata opaca di una porta vedo le sagome di alcuni di questi parenti che, vinti dal dolore, si gettano dalla terrazza.
In quell'assurdo silenzio, uno dei camerieri chiama il cuoco per mantecare il risotto, ma lui risponde che non vuole pensare al riso dato che è appena morto suo fratello e poi, dopo aver sbattuto la padella a terra si getta dalla terrazza.
Solo a quel punto gli ospiti del ristorante, che stanno pranzando al piano terra, iniziano a urlare spaventati. Un po' alla volta ce ne andiamo tutti attraverso il parcheggio dove giacciono quattro corpi coperti da lenzuola.
In quel momento mi sveglio con un senso d'angoscia.



giovedì 25 febbraio 2016

The kings of summer (2013)



Joe Toy è un adolescente, frustrato dai continui tentativi del padre vedovo, di dirigere la sua vita, con severità e trattandolo ancora come un bambino. Il ragazzo, esasperato, decide di fuggire e di andare a vivere nei boschi assieme all’amico di sempre Patrick, che invece pare avere il problema contrario; genitori troppo presenti, ma che in realtà non ascoltano le vere esigenze del figlio. A loro si aggiunge Biaggio, uno strano ed eccentrico coetaneo. I tre giovani, determinati ad abbandonare il tetto familiare, si costruiscono una casa nel bosco, dove vivere in assoluta libertà, lontani dalle umiliazioni dei genitori e dalle difficoltà della vita quotidiana. 




Il film di Jordan Vogt-Roberts, è il classico “coming-of-age” tanto caro agli americani, non molto diverso da altri film del genere; tuttavia riesce ad essere comunque efficace nella messa in scena del disagio adolescenziale, soprattutto nei confronti delle autorità familiari. Altra particolarità del film, è che è stato girato come una commedia, cosa che ci viene continuamente ricordata dai personaggi secondari, e dai loro atteggiamenti, ma senza per questo rinunciare ad una certa profondità e sensibilità. I tre protagonisti, stanchi di come vengono trattati dai genitori, decidono di scappare di casa e vivere per conto loro nei boschi, con le loro regole e senza dover conto a nessuno, se non a loro stessi. La loro idea di vivere di ciò che la natura gli concede, si rivela però subito difficoltosa, tant’è che per risolvere il problema del cibo, lo risolvono facendo una capatina ad un vicino fast-food (e anche qui si notano i toni da commedia). I veri problemi però vengono fuori quando Joe invita a vedere la loro casa, la ragazza di cui è innamorato, ma questa gli preferisce l’amico Patrick. Il ragazzo umiliato, caccia entrambi in malo modo e poi allontana anche Biaggio, rilevando così tutta le sue insicurezze e debolezze , dovute ad un’età ancora acerba, nonostante la voglia di essere già grande. Il ragazzo riesce però a riscattarsi nel finale, anche agli occhi del padre, dimostrando che, anche se non ancora adulto, comunque sta crescendo e non è più un ragazzino che ha bisogno di essere controllato continuamente.




 Il peggior difetto di questo film, sono i paragoni con i film, ai quali viene accostato: c’è gli lo ha associato a “Stand by me” e chi lo ha definito il nuovo “Into the wild”, due raffronti un po’ eccessivi, perché il film non possiede né la sensibilità e la poesia del primo, né la forza anticonformista del secondo. Non per questo “The Kings of Summer” si può dire un brutto film; anzi sotto la veste leggera da commedia, nasconde una natura drammatica, che riesce a toccare le sensibili corde di un’età difficile come l’adolescenza, e delle problematiche ad essa collegate, senza però cadere nel patetico o melenso.
Molto bravi i tre protagonisti e in particolare Moises Arias, nel ruolo del bizzarro Biaggio.

martedì 23 febbraio 2016

Il destino dell'albero degli impiccati


Dopo una lunga pausa torno con un mio vecchio racconto...spero vi terrorizzi :)

Questa vicenda è accaduta molti anni fa; anche se sarebbe più corretto dire che ebbe inizio molti anni fa.
All'epoca avevo circa venticinque anni e da allora non ne ho mai scritto, ne parlato con qualcuno. Non so perché, forse per una sorta di pudore, o perché sapevo che nessuno mi avrebbe creduto, o forse perché non ci volevo credere io stesso.
Poi l’altra settimana ho letto quell'articolo sul giornale e ho capito che non erano state solo coincidenze, come mi ero voluto illudere fino a quel momento; era tutto vero e lo era sempre stato.
Ora, ho deciso di scrivere tutta la storia per lasciare una testimonianza di quanto accadde quella notte e sulle conseguenze che ebbe per tutti noi, ma soprattutto con la speranza che portandola alla luce, essa rimanga imprigionata in queste pagine, liberandomi da quel senso di colpa che grava su di me come un grosso macigno, da oltre cinquantanni.

Quell'estate avevamo deciso che avremmo passato le vacanze girando l’Italia in moto, senza tappe precise, ma fermandoci di volta in volta dove il destino ci avrebbe condotto.
Simone, Alessandro, Jonathan con la sua eterna fidanzata Martina, ed io, eravamo in viaggio già da una settima e stavamo per lasciare la Toscana, per addentrarci nella verde Umbria. Avevamo trascorso il pomeriggio in un piccolo paese medioevale passeggiando tra le mura del piccolo borgo e visitando alcuni tipici edifici; dopo aver preso un aperitivo partimmo alla ricerca di un posto dove passare la notte.
Eravamo per strada ormai da due ore, e da più di una non incrociavamo anima viva. Improvvisamente ci trovammo avvolti da un'insolita nebbia estiva, talmente fitta che non riuscivo più a distinguere i miei compagni di viaggio, nonostante mi precedessero solo di qualche metro. Allo stesso tempo i rumori dell’ambiente circostante svanirono rapidamente; niente più cinguettio degli uccelli, ne fruscio del vento tra le fronde degli alberi. L’unico rumore che percepivo era quello dei potenti motori delle nostre moto, ma anche questo mi giungeva molto ovattato, come se la densità della nebbia ne assorbisse una parte. Ricordo che perso in quella coltre bianca, provai una strana sensazione, come se fossi prigioniero di una stanza senza pareti.
Poi, così com'era comparsa, la nebbia svanì, non diradandosi lentamente, ma tutta assieme all'improvviso; tant'è che rischiai di andarmi a schiantare contro la Harley di Alessandro.
I miei amici erano tutti fermi sotto ad un grande cartello stradale e stavano osservando la cittadina che si apriva al di la di esso.

Alzai lo sguardo e lessi sul cartello il nome di quel misterioso paese: ARGO.
Erano appena le otto di sera, eppure solo poche case avevano le luci ancora accese. Pensai che, essendo quello un piccolo borgo isolato, probabilmente la gente andava a letto molto presto.
Nella piazza principale, dominata dalla torre del campanile, un unico locale era ancora aperto. Sulla massiccia porta di legno l’insegna recita così: LA FORCA: ALBERGO-BAR-RISTORANTE.
Entrando mi ritrovai in un ambiente spazioso, ma non molto ampio, alcuni tavoli erano stati disposti nella piccola sala e lungo la parete opposta a quella d’entrata c’era il grande bancone da barista.
Quando la porta si chiuse alle mie spalle, gli unici quattro clienti si voltarono ad osservarmi, distogliendo per un attimo l’attenzione dalla partita a carte nella quale erano impegnati.
“Buonasera!” esordii
“Buonasera” mi rispose l’uomo che stava dietro al bancone “posso esserle utile?”
Spiegai che ero appena arrivato in paese con quattro amici, e che cercavamo dove passare la notte.
Per qualche istante l’uomo non disse nulla limitandosi a fissarmi, come se stesse cercando di studiarmi, poi mi sorrise attraverso la folta barba che gli incorniciava il volto.
“Ma certo” disse “potete scegliere la camera che volete, sono tutte libere, purtroppo non abbiamo molti visitatori.”
Chiamai gli altri e dopo averci registrati, l’uomo ci consegnò le chiavi delle due stanze, una tripla per Simone, Alessandro e me, e una matrimoniale per Jonathan e Martina.
“Sarebbe possibile avere qualcosa da mangiare?” chiesi
“Mi spiace” rispose “purtroppo la cucina è chiusa e la dispensa è vuota, ma se volete poco più a valle c’è un pub aperto fino a tardi.”
“Ah, bene!” lo ringraziai e salii in camera per darmi una rinfrescata.
Ci ritrovammo tutti nel salone mezzora dopo e notai divertito che i quattro clienti che avevo visto entrando, erano ancora seduti allo stesso tavolo a giocare a carte.
Chiesi indicazioni al simpatico proprietario su come raggiungere il pub che ci aveva indicato.
“La strada più semplice è quella che passa attraverso i campi qui dietro, non è molto illuminata, ma arriverete dritti a destinazione.”
Un attimo prima di uscire dal locale sentimmo una voce che diceva:
“Attenti all'albero degli impiccati…”
A parlare era stato uno dei quattro giocatori di carte.
“Cosa?” chiese Jonathan
“Tenetevi alla larga dall'albero degli impiccati” ribadì l’uomo.
“Di cosa sta parlando?” insistette Jonathan “Cos'è questa storia?”
Il proprietario dell’albergo trasse un profondo respiro e poi cominciò a raccontare.
“A metà strada tra qui e il pub c’è una grossa quercia dove, nel medioevo, venivano impiccati i condannati a morte. Per molti anni ladri, truffatori e assassini sono stati appesi per il collo proprio su quell'albero. Poi un giorno, un contadino del paese fu accusato ingiustamente di aver violentato e ucciso sette bambini. Nonostante lui continuò a proclamarsi innocente fino alla fine, nessuno gli credette e così anche lui venne impiccato laggiù, ma prima che il nodo scorsoio gli spezzasse il collo, l’uomo lanciò un anatema, una specie di maledizione.
Pochi giorni dopo la sua morte, sette ragazzini furono trovati impiccati alla stessa quercia. Il paese era in preda al panico, e ricordando le ultime parole del contadino ucciso, fu chiamato un prete esorcista per far benedire l’albero.
Da allora nessuno è stato più impiccato, ne si sono ripetuti casi come quello dei sette bambini, ma chiunque si è avvicinato troppo a quell'albero è stato vittima di strane e inquietanti visioni e molta gente del paese è pronta a giurare di aver visto il fantasma del povero contadino, penzolare dal grande albero che la osservava con gli occhi fuori dalle orbite.”
“Accidenti” commentò Martina “proprio una storia da racconto del terrore.”
“Ma è solo una storia” tentò di tranquillizzarla l’albergatore “una leggenda che ormai si tramanda da generazioni, per spaventare i nostri bambini o incauti visitatori come voi” e poi scoppiò in una grossa risata.
“In ogni caso tenetevi lontano da quella quercia” proseguì l’uomo al tavolo, che non aveva mai staccato gli occhi dalle sue carte.

Nessuno di noi parlò durante il tragitto fino al pub e quando fummo nei pressi dell’albero, tutti e cinque affrettammo il passo.
Tuttavia, una volta arrivati, e dopo aver bevuto un paio di birre a testa, concludemmo che l’albergatore e i quattro clienti si erano solo voluti divertire alle nostre spalle, spaventandoci un po’.
Passammo il resto della serata mangiando, bevendo e scherzando, dimenticandoci presto del lugubre racconto.
Quando uscimmo dal locale eravamo tutti piuttosto brilli, ma anche allegri e sereni, inconsapevoli di quanto stava per accadere.
Non so perché agii in quel modo, so solo che ripensandoci ora la mi pare tutto ancora più assurdo perché non era una cosa da me.
Avvisai i miei compagni che dovevo affrettarmi a tornare in albergo, perché colpito da un inaspettato mal di stomaco, ma appena li ebbi distanziati a sufficienza mi nascosi dietro ad un albero per poi saltare fuori e spaventarli.
Mentre li aspettavo mi sedetti a terra, poggiando la schiena contro il grosso tronco e solo allora mi accorsi che mi ero nascosto proprio dietro all'albero degli impiccati.
Tentai di rialzarmi, ma non riuscii a muovere neppure un muscolo, sentivo su di me una forza invisibile che mi teneva ancorato ai piedi di quella quercia.
Fui sopraffatto dal panico, sentivo il cuore che mi martellava impazzito nel petto e sembrava sul punto di uscirmi dalla gola.
Finalmente udii i miei amici avvicinarsi e cercai di urlare per attirare la loro attenzione, ma non un fiato mi uscì dalla mia bocca.
Vidi, poi, che tutti e quattro si voltarono verso la mia direzione e nei loro occhi lessi terrore allo stato puro, Martina urlò il mio nome indicando il punto in cui ero nascosto.
Alessandro e Simone si avvicinarono di qualche passo alla vecchia quercia.
“Si è proprio lui…” bisbigliò Simone
“Oh mio Dio, allora la storia dell’albergatore è vera…” disse Alessandro “qualcuno lo ha impiccato”
Provai in tutti i modi a liberarmi dalla mia prigionia e di avvisare i miei amici che quello che vedevano penzolare dai rami dell’albero non ero io, ma fu tutto inutile,
ogni mio tentativo di spezzare le invisibili catene che mi tenevano bloccato, risultò vano.
Un’improvvisa luce abbagliante mi costrinse a chiudere gli occhi e quando riuscì a riaprirli, quello che vidi rischiò di farmi impazzire.
Tutto attorno a me era cambiato. Ora era giorno fatto e non c’erano ne alberi, ne campi, mi trovavo nella piazza di una grossa città. La via principale era molto affollata e le lunghe file di luci e decorazioni mi fecero supporre che era periodo di Natale.

Dov'ero finito e soprattutto come ci ero arrivato?

Poi, in mezzo a tutta quella gente, riconobbi il volto di Alessandro, anche se c’era qualcosa di diverso in lui, che al momento non riuscii a decifrare.
Vidi che il mio amico teneva per mano un bambino di circa sei anni e notai che questi gli assomigliava in maniera sorprendente. Mi avvicinai ad Alessandro per salutarlo e per farmi spiegare cosa fosse successo, ma nonostante arrivai sfiorargli il braccio lui sembrò non notarmi, nemmeno dopo che lo chiamai per nome. Provai allora a rivolgermi a qualcun altro per chiedere aiuto, ma anche per tutti gli altri ero soltanto un fantasma.
Stavo sognando, ero ancora seduto sotto alla grande quercia, mi ero addormentato e stavo sognando. 
Eppure io mi sentivo sveglio e quello non era uno dei soliti sogni che ognuno fa ogni notte, c’era qualcosa di terribilmente reale.
Tornai a concentrarmi su ciò che stava accadendo attorno a me quando sentii Alessandro urlare.
Il bambino che era con lui, si era lasciato inavvertitamente sfuggire la palla che  aveva sotto braccio, e corse in mezzo alla strada per recuperarla. Proprio in quell'istante un’auto che sbucò dall'incrocio, si stava dirigendo addosso al bambino. Alessandro, con un rapido scatto, riuscì a spingerlo dall'altra parte della strada, ma non poté evitare l’auto che lo travolse in pieno. Il colpo lo fece volare per una decina di metri e poi sbatté la nuca contro lo spigolo del marciapiedi. Non si rialzò più.
Il bambino si gettò sul corpo esanime dell’uomo.
“Papà …!” urlò con la voce rotta dal pianto.
Urlai anch'io, in preda alla disperazione, avevo appena visto morire uno dei miei migliori amici e non avevo potuto far nulla per evitarlo.
La testa cominciò a girarmi vorticosamente, non riuscivo più a dare un senso alle cose che stavano accadendo.
Chiusi gli occhi, esausto, sperando che quando li avessi aperti mi sarei ritrovato nel letto dell’albergo, scoprendo di aver avuto soltanto un incubo intenso.
Invece, riaprendo gli occhi, lo scenario era cambiato ancora. Mi trovavo ora nel salottino di una piccola, ma accogliente casa; il caminetto era acceso e il riverbero delle fiamme allungava le ombre degli oggetti, donando alla stanza un che di mefistofelico. Due figure scure, giacevano addormentate sul divano, unite in un intimo abbraccio, mentre dallo stereo i Cure cantavano il loro amore disperando, riempiendo l’aria di note struggenti:

"Don't look don't look
the shadows breathe
Whispering me away from you
"Don't wake at night to watch her sleep…”

Erano Jonathan e Martina, certo invecchiati, avranno avuto entrambi sui quarant’anni, ma erano indubbiamente loro.
Un piccolo scoppiettio attirò la mia attenzione e vidi un piccolo tizzone schizzare sulla tenda vicina, che immediatamente prese fuoco. Tentai inutilmente di svegliare i miei due amici, ma senza nessun risultato. Ancora una volta non potevo essere ne visto, ne sentito.

 “But every night I burn
But every night I call your name
Every night I burn
Every night I fall again…”

In breve tempo l’intera stanza fu avvolta dalle fiamme, ma ne Jonathan ne Martina se ne resero conto. Probabilmente morirono soffocati dal fumo, molto prima che il fuoco raggiungesse il divano.
Io continuavo a sentirmi impotente, un po’ come doveva essere capitato a Ebenezer Scrooge, quando ricevette le visite degli spiriti del Natale passato, presente e futuro.

La visione di quell'orrore cominciò lentamente a svanire, intrecciandosi con una nuova, mentre i Cure continuavano a cantare la loro storia

“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream's the same
Every night I burn
Waiting for my only friend
Every night I burn
Waiting for the world to end”

Ora ero seduto al tavolo di una mensa, attorno a me c’era soltanto povera gente, vestita di abiti lerci e puzzolenti, intenta a strafogarsi di cibo, che probabilmente non vedevano da diversi giorni.
Un pezzo di carne in più nel piatto di uno di loro, fu l’inizio della disputa tra due clochard e uno di essi estrasse un coltello a serramanico con fare minaccioso.
Un vecchio si mise in mezzo per cercare di sedare la rissa, ma l’uomo che con il coltello in mano non ci badò e affondò ugualmente l’arma, recidendo di netto la carotide al pover’ uomo. Ci fu un fuggi fuggi generale, solo un paio di inservienti della mensa riuscirono a bloccare il colpevole e a chiamare i soccorsi, anche se probabilmente era troppo tardi.
Mi avvicinai tremando all'uomo agonizzante, sapendo già cosa avrei visto.
A terra, in un lago di sangue con il respiro sempre più corto c’era Simone. Doveva avere almeno settantanni, lunghe rughe gli solcavano la fronte, la folta barba era sporca del cibo che non aveva nemmeno finito di mangiare. Avevo fatto fatica a riconoscerlo, tanto era cambiato, ma ora che stava morendo il suo viso era tornato quello di quando eravamo ragazzi.
Cominciai a piangere, piansi per Alessandro e suo figlio rimasto orfano; piansi per Jonathan e Martina e piansi per Simone, morto solo e dimenticato da tutti.
Tutte quelle visioni di morte, sulle quali non avevo potere mi sfinirono definitivamente e questa volta caddi addormentato in un sonno senza sogni.
Quando mi svegliai ero di nuovo sotto all'albero degli impiccati, ma dei miei amici non c’era traccia.
Riuscì a mettermi in piedi senza nessuna fatica e lentamente tornai all'albergo.
Quando entrai i miei amici erano seduti ad uno dei tavolini, con la testa tra le mani, immersi in un inquietante silenzio.
Il primo ad accorgersi della mia presenza fu Alessandro, che si lasciò sfuggire un urlo strozzato. Poi anche gli altri si voltarono verso di me e mi guardarono tanto stupiti, quanto spaventati.

Alle prime luci dell’alba eravamo ancora seduti a quel tavolino, diventato per noi, ormai così noto. Per tutta la notte mi raccontarono di quello che era accaduto da quando li avevo lasciati per fargli lo scherzo, di come avessero avuto una strana sensazione passando accanto alla vecchia quercia e che erano sicurissimi di avermi visto penzolare con una corda al collo. Mi dissero che erano tornati subito all'albergo e che mentre il proprietario stava per chiamare i soccorsi, io avevo fatto il mio ingresso, come se nulla fosse.
Io invece non raccontai nulla della mia esperienza, non volevo turbarli più di quanto non lo fossero già.
Inoltre mi stavo convincendo che probabilmente mi ero addormentato qualche minuto e avevo sognato tutto.
Il giorno seguente partimmo e decidemmo di tornare subito a casa. Quella fu l’ultima vacanza che facemmo tutti assieme, in breve tempo ognuno prese la sua strada e ci perdemmo di vista.

Io continuai a credere che tutto quello che era accaduto fosse stato solo un brutto incubo, continuai a crederlo anche quando venni a sapere che Alessandro era morto investito da un’auto per salvare il figlio. Volli illudermi anche quando anche quando al telegiornale parlarono di un incendio in cui morì una giovane coppia di sposi. Poi la settimana scorsa, leggendo il giornale, appresi di un clochard accoltellato a morte in un ricovero per senza tetto, mentre cercava di sedare una rissa.
Ora non potevo più mentire a me stesso, per troppo tempo lo avevo fatto. I fatti di quella notte erano stati reali, in qualche modo ero riuscito a vedere il futuro e non potei fare a meno di sentirmi in colpa per aver taciuto.
Forse se avessi raccontato tutto avrei potuto salvare i miei amici, o forse era destino che morissero a quel modo e qualunque cosa avessi fatto non avrei potuto cambiarlo.
Ora sono qui, seduto a questa scrivania, che sto finendo di scrivere questa storia e mi chiedo quale sia il destino mi aspetta. Ma la risposta la so già.
Il mio destino è legato ad una corda ed ad un albero in uno sperduto paese del centro Italia.