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sabato 19 gennaio 2019

Hereditary (2018)

La macchina da presa inquadra, fuori dalla finestra, una casa su un albero; poi il carrello arretra e lo sguardo ci viene portato dentro a una camera piena di diorami. Puntando su uno di questi, stavolta l'inquadratura avanza fino ad avere a pieno schermo, l'interno di una delle stanze. Dopo un istante qualcuno entra in quella stanza, che da fittizia diventa la vera scena del film.
Così inizia "Hereditary" il film di Ari Aster, al suo esordio in un lungometraggio.



La pellicola si allinea a quel nuovo filone horror, di film come "Babadook", "TheWitch" e "It Follows" in cui a spaventare non sono tanto i soliti jumpscare (anche se qualcuno non manca, ma usato con parsimonia e intelligenza), ma quanto la composizione della storia, inserita in situazioni problematiche e difficili, fino a creare momenti di tensione pura che tengono inchiodati alla poltrona. In questo caso abbiamo una famiglia che sta affrontando un lutto e che nel passato (ma forse anche nel presente) ha casi di malattie mentali. Un improvviso incidente fa precipitare le cose e quello che sembrava essere un caso di follia, dovuta al nuovo lutto, si rivela invece essere qualcosa di molto più oscuro.



Ari Aster, costruisce la storia come la protagonista, una bravissima Toni Collette, costruisce i suoi diorami, cioè con una gran cura dei dettagli e dei particolari, senza lasciare nulla al caso, ma anzi giocando con lo spettatore, regalando indizi sparsi qui e la, che poi ritornano nei momenti clou.
Il film è dunque diviso in due parti ben distinte; la prima più lenta e d'attesa in cui tutto è in funzione dell'accumulo della tensione; la seconda in cui finalmente escono il sovrannaturale e i momenti di paura più vera.
E' però nella prima parte, dopo circa trentacinque minuti, che c'è la scena più inquietante e terribile, che da sola vale la visione del film. Non starò a fare spoiler per non rovinarvi la sorpresa, ma per farvi capire posso dirvi che dopo il terribile incidente di cui parlavo sopra, c'è un sequenza con l'inquadratura di un volto e delle voci nello sfondo. Noi sappiamo quello che sta per succedere, ma non i protagonisti, così la tensione sale al massimo e rendendo la scena una delle più disturbanti che io ricordi.



Alla sua uscita il film, come accade per ogni nuovo horror, è stato accostato a più celebri pellicole del passato e se quello con "L'esorcista" è un paragone ormai stra-abusato e quasi sempre fuori luogo, il confronto con "Rosemary's baby" è abbastanza appropriato, sia per quanto riguarda la tematica della vicenda, sia per come questa viene messa in scena; a cambiare è il finale, molto ben riuscito nell'opera di Polanski, mentre qui è un po' troppo affrettato, con uno spiegone conclusivo, che anziché chiarire il tutto, contribuisce a renderlo ancora più confuso.




Molto bene tutto il cast, dalla già citata Toni Collette, a Gabriel Byrne, in un ruolo che richiedeva più passività che istrionismo, passando per i due giovani protagonisti, Milly Shapiro e Alex Wolff, non secondi ai loro più conosciuti colleghi.
Ottimo, dunque, l'esordio di Ari Aster che ci regala un film, sicuramente non perfetto, ma costruito benissimo, e che sa fare il suo lavoro da buon horror, cioè mettere addosso una fifa blu e un forte disagio. Speriamo sia l'inizio di una carriera di successo.

venerdì 21 settembre 2018

Stephen King's Day - Cujo (1983)



Nel giorno del settantunesimo compleanno del Re del brivido, alcuni amici blogger hanno deciso di riunirsi per omaggiare il prolifico scrittore, recensendo film tratti da alcune delle sue opere.
Per quanto mi riguarda ho deciso di rispolverare un vecchio film, forse non tra i più riusciti, come possono essere Shining, Misery o Stand by me (di cui però ho già abbondantemente parlato in occasione del trentennale del film), ma che tutto sommato risulta essere discretamente realizzato, con una buona regia e una buona prova dei protagonisti; sto parlando di Cujo del 1983 per la regia di Lewis Teague.



Cujo è un pacifico San Bernardo di proprietà di Brett Camber, figlio di Joe Camber. meccanico di Castle Rock. Un giorno, mentre sta inseguendo un coniglio selvatico, il cane infila la testa in buco nel terreno infestato da centinaia di pipistrelli e venendo morso da uno di questi. Lentamente il cane comincia a mostrare tutti i sintomi della rabbia, fino a diventare un feroce e aggressivo mostro.
Ormai fuori di sé, Cujo prima attacca e uccide Joe e il suo vicino, poi quando Donna Trenton e il suo figlioletto Tad, portano l'auto all'officina e questa rimane in panne, tiene in ostaggio la donna e il bambino impedendo loro di fuggire e tentanto ripetuti attacchi ai finestrini, tentando di entrare nell'automobile.



Lewis Teague (Alligator, L'occhio del gatto) dirige con mano ferma, un buon thriller/horror, che seppure si distacchi non poco dal romanzo originale, in particolare per il finale (qui si è optato per un classico happy end, a differenza del romanzo che termina in maniera decisamente cattiva), funziona molto bene, riuscendo a creare una buona tensione, considerando anche il non facile soggetto.
Dirigere un horror, con un ambientazione limitata, come quella che vivono Donna e suo figlio e tutto alla luce del sole non è cosa facile, ma Teague ci riesce bene e anzi, è proprio questa la parte migliore del film, in cui è invece un po' sacrificata la parte drammatica del contesto famigliare.



Infatti nel film non ci vengono spiegati i motivi per cui Donna decida di tradire il marito ed è poco chiaro il fatto che gli incubi di Tad, siano dovuti, appunto, alla difficile condizione famigliare. Così come viene fatto solo intuire che anche la situazione dei Camber sia complicata, con un padre-padrone, ubriacone e violento e una moglie e un figlio da una parte succubi, dall'altra ammiratori dell'uomo (in particolare Brett prova una serie di sentimenti contrastanti nei confronti del padre).
Al regista interessavano poco questi aspetti e ha preferito concentrarsi su Cujo, sulla sua lenta trasformazione e sulla sua ferocia che esplode incontrollata nella seconda parte della pellicola.
Ottimo il lavoro degli addestratori, che oltre ad alcuni San Bernardo, hanno usato un Rotwailler, appositamente truccato, per le scene più sanguinose, mentre per le scene di lotta hanno mascherato un ragazzino e poi ripreso da dietro.



Molto buone le prove attoriali, in particolare quella di Dee Wallace (E.T. L'extraterrestre, L'ululato, Critters...), nel ruolo di Donna, che ha messo in risalto sia le sue doti drammatiche, che quelle più propriamente fisiche. Bene anche il piccolo Danny Pintauro (forse i meno giovani lo ricordano nel telefilm Casalingo superpiù), credibile anche nelle scene più intense, tanto che pare che nella sequenza in cui sta per soffocare nell'auto abbia realmente morso Dee Wallace, le cui urla di dolore sarebbero dunque ancora più sincere.
Non lascia invece il segno Daniel Hugh Kelly, che interpreta Vic Trenton, noto soprattutto per il suo ruolo di McCormick nella serie tv Hardcastle e McCormick.



Un film, dunque, imperfetto, soprattutto se confrontato con il romanzo (uno dei più sottovalutati di King), ma che sa intrattenere e trasmettere inquietudine e che merita la sufficienza piena e se avesse avuto il coraggio di mantenere il finale originale, avrebbe guadagnato anche qualcosa di più.

Non dimenticate di seguire anche le altre recensioni:

Brivido su Bollalmanacco di cinema
The Mist su White Russian
Cimitero vivente su Non c'è paragone
1922 su La collezionista di biglietti
Il miglio verde su Stories


mercoledì 28 febbraio 2018

13 peccati (2014)

Immaginate di essere vicini al giorno del vostro matrimonio e che la vostra fidanzata sia incinta, ma il vostro conto in banca è praticamente a zero e siete pieni di debiti. Inoltre dovete occuparvi di vostro fratello, affetto da ritardo mentale e di vostro padre, razzista e porco, appena sfrattato. Come se non bastasse tutto ciò, venite anche licenziati e sbeffeggiati dal vostro capo. A questo punto ricevete una telefonata e una voce misteriosa vi invita a partecipare ad un gioco che vi permetterà di diventare ricchi, a patto di superare tredici prove, via via sempre più impegnative e rischiose.
La prima prova è semplice, basta uccidere una fastidiosa mosca, la seconda, forse un po' più disgustosa è quella di mangiare quella mosca, ma una volta vinta la vostra reticenza, vedete che in tempo reale, ricevete soldi sul vostro conto corrente. La voce però via avverte che se decidete di partecipare, da quel momento non potrete più tornare indietro, pena la perdita di tutti i soldi accumulati fino a quel momento. A questo punto che fate? Accettate di partecipare o rinunciate?



Premetto che questo film è il remake di una pellicola thailandese del 2006 e che, stando a quello che si legge in giro per il web, non solo si discosta dal significato dell'opera originale, ma che manca anche della forza e della cattiveria della stessa. Tuttavia, avendo io visto solo il film di Daniel Stamm, non posso fare questo confronto, per cui il mio giudizio si base unicamente su quest'opera.
Diciamolo subito, "13 peccati" non è un film memorabile, ma tuttavia sa fare il suo lavoro, cioè intrattenere per circa novanta minuti, con buoni momenti di tensione e anche qualche scena cruda e violenta degna di "Hostel" o "Saw".



L'idea di base, forse non originalissima, è comunque accattivante e coinvolge fin da subito lo spettatore portandolo ad identificarsi con il protagonista, che si ritroverà a fare cose che in normali condizioni non avrebbe mai fatto, cose sempre più crudeli, illudendolo di essere diventato più forte di quello che crede.
Inoltre il ritmo è abbastanza incalzante, lasciando pochissimi momenti di pausa, cosa per cui non c'è tempo di annoiarsi e come già detto, quando viene fuori la parte horror splatter, questa colpisce duramente.



Non manca anche un pizzico di critica sociale, nei confronti di una società appunto, in cui se hai denaro, vai avanti e puoi programmare un futuro, altrimenti puoi pure schiattare, tanto i problemi sono tuoi. Certo questa parte non è approfondita come avrebbe potuto, ma meglio di niente, no?
Buona l'interpretazione dei personaggi, anche se Ron Perlman si limita al minimo sindacale.
Quello che invece è probabilmente il maggior difetto del film è il buonismo di cui è permeato, cosa che fa, in parte, vacillare la morale finale. Infatti sembra che il regista ci voglia dire che se, apparentemente, in condizioni estreme, chiunque è disposto a qualsiasi cosa, in realtà è impossibile cambiare la natura delle persone, che comunque avranno un limite alla loro caduta etica, oltre il quale non si spingeranno. Tuttavia qui ci viene presentato un personaggio che non ha scelta e che per forza di cose accetta di sporcarsi le mani, ma anche in queste occasioni, continua a venirci mostrato come una persona buona e reticente a superare le prove.



Personalmente ritengo che se fin dall'inizio, il protagonista avesse avuto una via di fuga, una possibilità di prendere una strada diversa, ma che per avarizia avesse scelto di prendere quella "più facile", il film avrebbe funzionato meglio.



Detto questo, "13 peccati" è un film piacevole, sicuramente non eccezionale, ma che fa il suo dovere di intrattenimento e più interessante di tante altre menate che hanno avuto maggior successo. Poi se siete tra quelli che hanno visto il film originale e che ritenete che questo sia solo l'ennesimo remake mal riuscito, beh quella è un'altra storia.