mercoledì 28 ottobre 2015

Una nuova speranza

(Questo racconto è nato durante un corso di scrittura creativa, ma per venire incontro ai gusti dell'insegnate, che preferiva i finali positivi, mi ero visto costretto a aggiungere qualche riga per dare al racconto un happy end. Ora però posso postare il racconto come lo avevo immaginato, mantenendo però il titolo della storia che avevo presentato, anche per contrasto con il finale e lasciarle comunque aperta la lettura)


 Dopo l’ultimo conflitto mondiale, esploso nel 2080, la terra subì molti cambiamenti dal punto di vista politico-economico; fino a quando nel 2087, gli Stati Indipendenti Popolari presero il comando dell’intero pianeta, instaurando un regime dittatoriale. Due anni più tardi, per arginare i continui tentativi di ribellione, furono ripristinate la corte marziale e la pena di morte, e i primi a venire condannati furono i “cervelli” dei gruppi ribelli.
Il governo, tuttavia, temeva che in un prossimo futuro, nuove menti sarebbero potute riuscire dove quelle da loro soppresse, avevano dovuto capitolare. Fu perciò preparato un test da distribuire a tutti gli alunni di tutte le scuole; chiunque avesse avuto un Q.I. superiore a 120 avrebbe dovuto essere terminato.
Leonardo, nonostante avesse soltanto dieci anni, risultò avere un Q.I. di 150, il risultato fu spedito a casa assieme all’obbligo di accompagnare il bambino al più vicino Centro per l’Ultimazione, pena lo sterminio dell’intera famiglia. Giorgio, il padre di Leonardo, sentì mancarsi la terra sotto i piedi, come poteva portare suo figlio incontro a morte sicura, quel figlio che amava più di se stesso?
Ormai era vedovo da molti anni e altri parenti oltre a Leonardo non ne aveva, decise dunque che sarebbero fuggiti quella notte stessa.
L’unica loro speranza era raggiungere Shangri-la, una zona libera sfuggita al dominio del governo.
In realtà nessuno sapeva se questa località esistesse veramente e dove si potesse trovare, ma una voce non accertata diceva che era nei pressi della città di Midgard, che però era controllata dalle guardie governative.
Erano in cammino già da diverse ora, quando Leonardo cominciò a lamentarsi:
“Papà sono stanco…”
“Non possiamo fermarci adesso” rispose Giorgio caricandosi il bambino sulle spalle “dobbiamo arrivare in città prima che sia giorno. Lì spero di trovare qualcuno che ci dia le indicazioni che ci servono.”
Arrivarono in città alle prime luci dell’alba e si nascosero all’interno di una libreria abbandonata; Leonardo si addormento subito mentre suo padre rimase a vegliarlo, gli accarezzò delicatamente i capelli, e cominciò a piangere silenziosamente.
Era un bambino così bello e dolce e Giorgio sentiva il cuore gonfiarsi d’orgoglio ogni volta che si soffermava a osservarlo, e ora che era in pericolo non sapeva se sarebbe riuscito a salvarlo.
La stanchezza si fece pesante sugli occhi dell’uomo, che dopo un po’ si addormentò accanto al figlio, ma non passò molto tempo che entrambi furono svegliati da un gran clamore, e spiando per uno spiraglio si accorsero che i ribelli si stavano scontrando con la polizia governativa.
Esattamente in quell’istante le cose cominciarono a precipitare e quando Giorgio si rese conto di ciò che stava succedendo era già troppo tardi.
Leonardo si era sporto troppo dal nascondiglio e una delle sentinelle lo acciuffò per le spalle:
“Dove pensi di andare ragazzino?” disse ridendo.
Giorgio saltò fuori colpendo il poliziotto alla gola con un pugno, prese suo figlio per la mano e scappò attraverso la piazza affollata, riuscì a scartare altre due sentinelle, poi vide un’auto accesa abbandonata dall’altro lato della strada; si tuffò in quella direzione, trascinando Leonardo dietro di se. All’improvviso sentì suo figlio urlare: “Papà…!”
L’ultima cosa che vide, voltandosi verso il bambino, fu un furgone che li stava travolgendo.



martedì 20 ottobre 2015

Confessions (2010)

Confessions è indubbiamente un film complesso, che si sviluppa come una tragedia shakespeariana, in cui anche la morale risulta ambigua e imperfetta, e che richiede un certo sforzo, da parte dello spettatore, per essere accettata come plausibile. Nakashima ci cala subito in una situazione destabilizzante, quella di una classe chiassosa e indisciplinata, in cui ognuno si fa i fatti suoi ignorando completamente l'insegnante. C'è chi si scambia messaggini, chi si trucca e altri che si lanciano addosso palle da baseball, ed è in questa situazione assurda che la professoressa comincia a raccontare la sua storia, partendo da se stessa, per poi parlare dell'amato marito malato di AIDS e infine della sua bambina, morta solo qualche settimana prima, annegata in una piscina. Ora sono tutti attenti alle parole dell'insegnante, con una curiosità morbosa e poco rispettosa, così lei svela che quello che è successo a sua figlia non è stato un incidente, ma che è stata uccisa da due di loro, indicando i colpevoli chiamandoli "A" e "B", ma la cui descrizione non lascerà dubbi sulla loro identità. Infine dirà loro, di aver iniettato, il sangue infetto del marito, nei cartoni del latte, che i due ragazzini hanno appena bevuto. Sarà una lunga confessione quella dell'insegnante (la prima delle molte che i vari personaggi daranno per mostrare il proprio punto di vista), lenta e gelida, priva quasi di emozioni, eppure così carica di pathos, forse proprio per la freddezza con la quale viene enunciata.Purtroppo non ho avuto difficoltà a credere che dei ragazzini, appena entrati nell'adolescenza, possano uccidere un bambino di poco più piccolo di loro, purtroppo la cronaca di ogni giorno, ci insegna che tutti sono in grado di gesti violenti.In seguito vediamo che i due colpevoli hanno reazioni completamente diverse, uno deciderà di continuare a frequentare la scuola, diventato vittima dei bulli, che si ergeranno a "giustizieri", per punire le colpe del baby assassino; l'altro si rifugerà invece in camera sua, rifiutando qualsiasi contatto esterno, compreso quello della madre, arrivando addirittura a non volersi più lavare, stretto tra rimorso per quello che ha fatto e paura per il contagio, diventando quindi un hikikomori. Il film prosegue come un puzzle a scatole cinesi, in cui man mano che andiamo avanti scopriamo le diverse versioni dei protagonisti, così scopriamo che uno dei ragazzi era stato abbandonato dalla madre che preferì seguire la carriera piuttosto che occuparsi del figlio; l'altro invece cercava solo un amico che lo accettasse, e la cui madre all'opposto dell'altra si dimostra addirittura iperprotettiva fino a deresponsabilizzare il figlio, per il grave delitto.Ma in questo film non ci sono vinti ne vincitori, o meglio sono tutti sia l'uno che l'altro, e così non risulta difficile nemmeno capire una donna che si voglia vendicare su due ragazzini, al punto da far sprofondare le loro vite in un inferno. Il regista ci mostra non solo la drammaticità della vicenda narrata, ma punta il dito contro una società anestetizzata e divenuta insensibile alla compassione, una società sempre più egoista in cui la libertà personale è portata all'eccesso, indifferente delle conseguenze che potrebbero coinvolgere chi ci sta attorno, male da cui non sono immuni nemmeno i più giovani, anzi che probabilmente coinvolge loro in modo maggiore.Tutto ciò, ci viene mostrato con algida freddezza, con uno stile distaccato, cosa che si nota anche nella fotografia in cui prevalgono i toni freddi dei blu e del bianco, a parte nei momenti di maggiore tensione, in cui esplode il rosso del sangue, senza però rinunciare ad una feroce sincerità degli eventi. Confessions risulta così essere tanto poetico, quanto disturbante ed esasperato, una pellicola che non si dimentica tanto facilmente.



domenica 27 settembre 2015

Alice

(Ancora un mio vecchio racconto)


Nicola fissava il piccolo corpo sul pavimento. Improvvisamente, un misto tra paura e senso di colpa , si insinuò nel bambino, che a poco a poco, si rese conto di quello che aveva fatto.
Aveva sempre odiato Alice, fin dal primo giorno. Da quando era arrivata, sembrava che sua madre avesse meno tempo per lui. Infatti passava molto tempo a cullare, pettinare e prendersi cura della nuova venuta e lui si sentiva trascurato.
Già una volta, era stato sorpreso mentre, con un coltello, stava per aprire il ventre alla piccola Alice. Sgridato duramente, era stato mandato a letto senza cena.
Fu quella sera, con le guance rigate dalle lacrime che bagnavano il cuscino, mentre lo stomaco gli si contorceva per gli spasmi della fame, che prese la decisione di eliminarla una volta per tutte.
Quel fine settimana gli si presentò l’occasione che tanto aspettava. Sua madre uscì per andare a fare la spesa, lasciandolo a casa da solo con Alice; così, appena fu sicuro che lei si fosse allontanata, prese la piccola dal lettino e, dopo averla fissata con odio per qualche istante, la scaraventò con forza per terra.
Sentì immediatamente il rumore della testa che si fracassava, ma ancora accecato dal rancore iniziò a prenderla a calci violentemente; un braccio si spezzò, uscendo dalla sede della spalla e un piede gli si rigirò di centoottanta gradi.
Ora lei lo guardava, con un solo occhio aperto, e sembrava chiedergli il perché di tanto odio.
In quel momento, Nicola, sentì la macchina della madre che rientrava nel vialetto; preso dal panico, raccolse quello che rimaneva di Alice, e dopo averlo infilato in un sacco di plastica, andò di corsa a nasconderlo in cantina, dietro la vecchia stufa a legna.
Tornò in camera sua e si mise a giocare alla playstation.
“Nicola, dov’è Alice?” chiese sua madre entrando in camera
Lui continuò a giocare ignorandola.
“Allora, ti ho chiesto dov’è Alice?”
Il bambino si voltò a guardare la donna e le urlò in faccia: “Non so dov’è la tua stupida bambola!”



martedì 15 settembre 2015

Benny's Video

"Benny's video" è quasi il prototipo di quello che poi, cinque anni più tardi, diverrà "Funny Games".
Benny è un adolescente che passa le sue giornate ascoltando musica ad alto volume e guardando filmati trash e violenti. Tra questi, quello che preferisce è quello da lui stesso girato in cui si vede l'abbattimento di un maiale per mezzo di una pistola a proiettile captivo. Un giorno Benny porta a casa una ragazza appena conosciuta e poco dopo la uccide, usando proprio quell'arma. Solo dopo un paio di giorni confessa quello che ha fatto ai genitori, che anziché punirlo, cercano di salvarlo occultando il cadavere.
Haneke, come farà poi in "Funny Games", mette in scena la violenza come atto d'accusa contro una società divenuta troppo indifferente e insensibile, proprio di fronte alle numerose immagini violente che ci vengono continuamente mostrate. Benny (interpretato dallo stesso Arno Frisch che in "Funny Games" sarà uno dei due psicopatici) è figlio di questa società e le immagini che vede nei video che noleggia o attraverso la tv, sembrano averlo desensibilizzato se non addirittura asueffato alla violenza e in particolare alla morte, come un bambino che non capisce la differenza tra realtà e finzione. Il ragazzo è talmente abituato a vedere il mondo filtrato attraverso l'obiettivo di una telecamera, che per osservare fuori dalle sua stanza, tiene una videocamera puntata all'esterno e le tende chiuse. 
Per arrivare a colpire maggiormente lo spettatore, Haneke usa la tecnica di mostrarci tutto con freddezza e neutralità, così che viene inevitabile il senso di empatia verso quello che sta accadendo. Inoltre, il regista austriaco, ci imprigiona in una trappola vouyeristica, da cui è impossibile distogliere lo sguardo, pur non arrivando mai a mostrarci la violenza direttamente, ma piuttosto suggerendola, facendola immaginare, come nel lungo piano sequenza (memorabile quello di otto minuti in "Funny Games") in cui Benny uccide la ragazza, visto solo parzialmente attraverso la videocamera del ragazzo. Ad amplificare il senso di disagio è anche il comportamento del ragazzo, che sembra non essersi reso conto veramente di quello che ha fatto, o meglio, che lo vive con totale indifferenza, la stessa indifferenza con cui guarda i le immagini di guerra nei telegiornali. 
Quando il padre (l'Urlich Muhe sempre in "Funny Games") gli chiede perché lo ha fatto, lui risponde: "Fatto cosa?" e poi cadendo dalle nuvole non sa dare spiegazione alle sue gesta. Ancora più incomprensibile però è l'atteggiamento proprio dei genitori di Benny, che ci pensano su solo qualche istante sul da farsi, e poi decidono di risparmiare al figlio un futuro doloroso e difficile (rinchiuso in riformatorio o in un ospedale psichiatrico), fingendo che non sia accaduto nulla. Una forma di freddezza e distacco, forse ancor peggiore di quella del figlio, perché messa in atto da persone adulte, che dovrebbero avere una coscenza morale ben definita, ma che viene messa a tacere dal peso di una società che dà maggior importanza alle apparenze, che ai sentimenti. 
Nel finale, Benny si dimostra ancora una volta insensibile e arrogante, con un gesto che coglie ancora una volta impreparati i suoi genitori, ma a cui questa volta non c'è rimedio.
"Benny's video" è dunque un film duro e cattivo, certo non adatto a tutti, ma che piacerà sicuramente a chi apprezza il cinema cinico e pessimistico di Haneke


giovedì 27 agosto 2015

Oh, Mexico, I guess I'll have to go...

Siamo arrivati di notte, ma già così si vedeva che la città era diversa da tutte quelle che avevamo visitato negli anni passati. Messico City è una delle città più grandi e caotiche al mondo, ma anche una di quelle in cui si nota maggiormente la differenza tra chi sta bene, e chi sta meno bene, tra la periferia e il centro. Tuttavia, l'eccitazione di trovarci in un Paese esotico, e la piacevole soundtrack fornitaci dal tassista, composta esclusivamente da brani anglofoni (Red Hot Chili Peppers -ok qui ci stava pure bene- e U2 tra gli altri) non ci avevano permesso di apprendere a pieno la realtà in cui ci trovavamo.
Il giorno dopo, alla luce del sole, una volta recuperata la nostra auto, forme e colori hanno preso sostanza e abbiamo iniziato a vivere la nostra vacanza,
Il traffico della città è qualcosa di indescrivibile; io fortunatamente non ho dovuto guidare, perché tra improbabili incroci, e auto che sfrecciavano indifferentemente a destra e sinistra, suonando il clacson dopo un microsecondo che era scattato il verde, probabilmente avrei fatto qualche danno.
La nostra prima tappa è stata Teotihuacan, dove si trova uno dei maggiori siti archeologici del Centro-America, ma arrivarci non è stato così semplice, dato che dando retta a due navigatori diversi abbiamo sbagliato strada, trovandoci così in un paesino caratteristico, ma in cui i turisti ci passano appunto per sbaglio. Inoltre abbiamo fatto conoscenza delle topas, i corrispettivi messicani dei nostri rallentatori del traffico, con la differenza che lì li trovi ad ogni pisciata di cane (scusate il francesismo), spesso sono dello stesso colore dell'asfalto e altrettanto spesso non sono segnalati. Questa sorte di attentati all'incolumità delle persone e delle auto, ci hanno accompagnato per tutta la vacanza.
Siamo comunque giunti a destinazione, e lo spettacolo è stato magnifico. L'arrampicata sulle Piramidi del Sole e della Luna non è stata per me semplice, a causa della mia indolenza durante l'anno, ma alla fine sono sempre giunto in cima pienamente soddisfatto. La visita ci ha portato via l'intera mattinata e poi il pomeriggio siamo rientrati in città con visita al Museo Antropologico.

La Piramide della Luna vista da La Piramide del Sole

Il giorno dopo siamo partiti in direzione di Oaxaca, con un breve tappa a Puebla e il mio viso e le mie braccia stavano già assumendo un colore rosso vivo per via della solata del giorno precedente.
Avendo scelto di fare un percorso abbastanza diverso da quelli classici, in questa prima parte del viaggio, cioè per tutta la prima settimana circa, abbiamo avuto modo di avventurarci anche in zone rurali, in cui oltre alle già citate topas e alle moltissime curve, a rallentarci ci pensavano uomini, donne e soprattutto bambini che si piazzavano in mezzo alla strada tra le due carreggiate per provare a venderci qualche prodotto tipico o comunque a racimolare pochi pesos.
I due giorni seguenti sono proseguiti con le visite ai siti di Monte Alban e Yagul inframmezzati da quella a Mitla. Qui ci siamo fermati ad una piccola ditta che produce metzcal e ne abbiamo assaggiato qualche bicchierino prima di decidere di comprare tre bottiglie da portare a casa. Non contenti, sulla strada del ritorno abbiamo trovato una delle filiali della Corona e anche qui abbiamo preso una bottiglia a testa che però abbiamo consumato subito...
La festa alcolica però non è durata a lungo dato che, un paio di giorni dopo, forse a causa di qualcosa che avevamo mangiato, siamo stati tutti e tre colpiti da un virus intestinale che ci ha tenuto compagnia per quasi tutto il resto della vacanza, costringendoci a bere soltanto acqua.
Le temperature a San Cristobal ci hanno in parte sorpreso, se non altro per la differenza tra il giorno e la sera (o la mattina presto) in cui devi coprirti con una felpa o una giacchettina. Nei giorni a seguire avremo avuto modo di rimpiangere quella frescura dato l'innalzarsi della temperatura e dell'umidità.
Prima però ci sono state la navigazione del Canyon Sumidero con sguardo sulla fauna locale (alligatori, scimmie e vari tipi di uccelli), il Mirador (vista del Canyon stesso dall'alto) e la città di Chamula con la sua particolare chiesa senza panche e il pavimento ricoperto di aghi di pino, dove siamo stati "assaliti" da numerosi bambini in cerca di qualche soldo.

Pellicano al Canyon Sumidero

La tappa seguente è stata forse la più bella di tutta la vacanza, con una visita guidata al sito di Toninà, a mio avviso più armonioso rispetto al più appariscente  sito di Teotihuacan e alle splendide aree naturalistiche di Agua Azul e Mazul-ha.
Nonostante la loro bellezza, questi luoghi sono rimasti fuori dai circuiti del turismo di massa, e in particolare da quello europeo e italiano, per cui siamo sempre riusciti a fare delle visite tranquille, godendoci le meraviglie costruite dall'uomo e lo spettacolo della natura.

Agua Azul

Da li in poi però le cose sarebbero notevolmente cambiate, avvicinandoci infatti allo stato dello Yucatan il flusso di turisti è notevolmente aumentato, già a partire dalla bellissima Palenque.
Ed è stato nel piccolo albergo di Xpujil che abbiamo incrociato una chiassosa famiglia snob, probabilmente di Milano, che poi abbiamo avuto modo di ritrovare almeno altre due volte durante il nostro percorso, senza che accennassero mai ad un saluto.
Un'altra tappa che mi è molto piaciuta è stata quella successiva di Calakmul, città archeologica immersa nella giungla, dove oltre alle splendide piramidi e costruzioni di vario genere, abbiamo potuto vedere vari animali nel loro ambiente naturale come scimmie, tapiri, coati e quant'altro...
La volta successiva è stato il viaggio per Chetumal, con visite a Chicannà e Kohunlich e quindi Uxmal, con le sue imponenti costruzioni.
Una volta salutata Merida, ci siamo messi in moto verso Valladolid con tappa obbligata alla celebre Chichen-Itza, uno dei centri archeologici più grandi e ben conservati dello Yucata e dell'intero Messico, nonché uno dei più visitati, in quanto vicino alle spiagge e ai villaggi turistici.
Ma di quella giornata ricorderò per sempre la visita e il bagno ai cenote...Se non lo sapete, i cenote sono delle specie di grotte con presenze di acqua dolce (talvolta mista a salata), dove è possibile farsi una nuotata.

Cenote nei pressi di Chichen Itza

Il giorno dopo, in direzione Playa del Carmen, abbiamo visitato Tulum, un centro archeologico (l'ultimo del nostro viaggio) a ridosso dell'oceano.
Gli ultimi due giorni sono stati dedicati al relax, alle spiagge, al cocco e allo shopping..
Ma oltre a quello fin qui descritto, di questo viaggio voglio ricordare ogni singolo momento: dai miei fantastici compagni di viaggio, alla gentilezza e cortesia dimostrataci della gente del posto; dai lunghi e interminabili spostamenti in auto, alle difficoltà a prelevare i pesos (almeno una volta ognuno di noi ha dovuto affidarsi agli altri per i prelievi di denaro); le risate, il buon cibo, i bagni rilassanti in piscina, il benzinaio che ci ha fregato duecento pesos...Un viaggio stupendo, che mi ha permesso di vedere, oltre a bellissimi posti, anche una realtà diversa da quella che avevo visto nei viaggi precedenti, e che vedo ogni giorno...

I tre amigos

Adios Mexico!!!


mercoledì 5 agosto 2015

Bianco

(Ripropongo qui un mio vecchio racconto)

Quando aprii gli occhi, quella mattina, la prima cosa che vidi fu il soffitto bianco, ritinteggiato appena l’estate precedente. Rimasi a fissarlo per una buona mezz’ora prima di decidermi ad alzarmi, con una strana sensazione che mi permeava la mente.
Ciabattai lentamente fino alla finestra e aprendo le imposte, fui colpito dalla bianca luce solare, tanto da dover chiudere per un istante le palpebre. Quando, finalmente, riuscii  a riaprire gli occhi, lo spettacolo a cui mi trovai di fronte mi tolse il fiato: il giardino, il quartiere e tutta la città erano ricoperti da un soffice manto bianco. La sera prima avevo visto cadere i primi fiocchi, ma credevo che, come da molti anni a questa parte, la neve si sarebbe presto trasformata in pioggia, lasciando tutt’al più, qualche macchia bianca nelle zone in cui il sole non riusciva ad arrivare.
Mentre richiudevo la finestra vidi Martino, il lattaio, nella sua tenuta completamente bianca, attraversare il cortile dei miei vicini, lasciare accanto alla porta un paio di bottiglie di latte e raccogliere quelle vuote. Poi, camminando sulle sue stesse orme lasciate sulla neve, tornò al suo furgone. Bianco.
Ancora una volta sentii una sensazione pungente alla base della nuca, ma preferii non badarci e andai a farmi una doccia calda. Quando ne uscii, avevo riempito completamente il bagno di vapore, che si era attaccato allo specchio rendendolo  del tutto opaco; ci passai sopra uno straccio, rivelando la mia immagine riflessa, e iniziai a radermi, ma con una pressione eccessiva, vicino allo zigomo,  mi procurai un piccolo taglio, che inizio subito a sanguinare.
Prima che riuscissi a tamponare la piccola ferita, alcune gocce caddero sulla bianca ceramica del lavandino. Solo due piccole macchie rosse in un enorme spazio bianco. Rimasi come ipnotizzato, nel vedere quei due puntini rossi, che sembravano sverginare la purezza del lavabo. 
Ad un tratto la vista mi si annebbiò e sentii le gambe venir meno; cercai di resistere, di non svenire, ma fu tutto inutile, un attimo dopo ero a terra privo di sensi, con la testa che aveva miracolosamente mancato il bidè.
Avevo sempre creduto che perdere conoscenza, fosse come precipitare in un pozzo, scuro e profondo, invece mi ritrovai a galleggiare in ambiente totalmente bianco e che sembrava espandersi all’infinito, in ogni direzione.
Quando ripresi conoscenza, mi accorsi che erano passati solo pochi minuti; rinfrescai il viso sotto l’acqua gelida e scesi a prepararmi una colazione rigenerante.
Fortunatamente, quando versai il caffè, ero già seduto, poiché il liquido nero che danzava all’interno della piccola tazza di porcellana bianca, mi provocò una nuova vertigine e se non mi fossi affrettato a togliere lo sguardo, probabilmente sarei svenuto una seconda volta nel giro di un quarto d’ora.
Lasciai tutto come si trovava e andai al mio studio, dove mi aspettavano almeno una mezza dozzina di tele vuote. Ne raccolsi una fissandola al cavalletto e poi… poi mi sedetti sul pavimento osservando quel rettangolo bianco per diverse ore, senza però riuscire a imprimervi nulla, ma il mio non era il classico blocco dello scrittore riportato per un pittore; di idee ne avevo moltissime, ma ogni volta che pensavo ai colori da inserire nella mia opera, questi si mischiavano assieme fino a diventare un tutt’uno. Un solo colore. Bianco.
Rimasi così per tutta la giornata, senza scendere nemmeno per il pranzo e la cena; infine, con la speranza di aiutare la concentrazione, presi il telecomando dello stereo e premetti il pulsante che metteva in moto il giradischi. Lentamente il braccio si levò dalla sua collocazione e andò a poggiarsi leggermente sul disco che girava sul piatto.
Immediatamente le note di Back in USSR, si diffusero per la piccola stanza. White Album pensai, e quindi fui sorpreso da un’isterica risata; risi talmente forte che presto mi ritrovai a terra, piegato su me stesso, con le braccia a proteggere lo stomaco afflitto da fortissimi crampi e il volto bagnato dalle lacrime.
Quando, finalmente, riuscii a superare l’eccesso di risa mi rialzai, spensi lo stereo e me ne andai dallo studio. Mi sentivo totalmente esausto e privo di forze,  andando direttamente in camera da letto e, sebbene la sveglia segnasse appena le nove, mi infilai sotto le coperte.
Prima di sprofondare in un pesante sonno senza sogni, un ultimo pensiero fece capolino nella mia mente; oggi è stato bianco, e domani?






martedì 4 agosto 2015

Aiuto, mi vogliono aiutare!

Ricordati, se mai dovessi aver bisogno di una mano che ti aiuti, che ne troverai una alla fine del tuo braccio... Nel diventare più maturo scoprirai che hai due mani. Una per aiutare te stesso, l’altra per aiutare gli altri.” 

Capita a tutti di avere bisogno di aiuto e non mi riferisco a un supporto morale, o di un orecchio che ci sappia ascoltare; dico proprio dal punto di vista pratico: che sia per un lavoro, per un passaggio o per altri bisogni concreti. E il problema qual è?
Il problema è che quando chiediamo una mano dobbiamo poi "accontentarci" dell'aiuto che ci viene "concesso". Non possiamo pretendere che gli altri, anche l'amico più caro, vadano oltre le loro possibilità per soccorrerci; infondo siamo noi che abbiamo chiesto il loro intervento, dunque è bene evitare piagnistei e ricatti morali.
Viceversa se l'aiuto ci viene offerto è bene che chi lo fa sappia che è lui che deve adeguarsi alle nostre esigenze. Certamente non chiediamo sacrifici impossibili, ma chi ci aiuta di sua spontanea volontà non può venire a dirci in che modo dobbiamo ricevere il suo aiuto: se io sto risistemando casa e tu ti offri di aiutarmi, poi devi stare ai miei orari e al mio programma di lavoro (oddio un consiglio si ascolta sempre, ma deve rimanere tale e non un imposizione), perché io non posso aspettare te, ho altre cose da fare oltre a sistemare casa, ho il mio lavoro, ho le spese e quant'altro, perciò: "ti aiuto, ma dobbiamo fare così", non va bene, mi arrangio e amici come prima.
Queste sembrano ovvietà, ma non è così, lo so per esperienze diretta