mercoledì 9 marzo 2016

Infanzia Clandestina (2011)



Juan ha dodici anni, e ha vissuto gran parte della sua infanzia in esilio. Sul finire degli anni settanta, i genitori del ragazzino, militanti armati dell’organizzazione che si oppone alla dittatura militare al potere, e convinti peronisti, decidono di tornare in Argentina da clandestini, per continuare la lotta al potere. Così per i compagni di scuola, gli insegnanti e chiunque incontri fuori di casa, Juan diventa Ernesto, come il “Che”, l’eroe di cui i suoi genitori gli hanno raccontato le eroiche imprese. Ma mentre i suoi genitori continuano a combattere l’oppressione, Juan si innamora di Maria, la sorella di un suo compagno di scuola, e sogna una vita normale. 



La vicenda narrata da Avila, si basa in parte su fatti autobiografici, la madre è infatti uno dei molti desaparecidos, ma il regista, anziché sbatterci in faccia gli orrori causati dal regime Videla, ci mostra la difficile quotidianità, vista dagli occhi di un bambino, che sta per diventare uomo. Così, grazie allo sguardo di Juan/Ernesto, noi vediamo dall’interno il mondo ristretto dei ribelli, ma messo a nudo dall’ingenuità del ragazzino, così da svelarne le contraddizioni e l’irrazionalità. Juan ha imparato i principi e i valori che i genitori gli hanno insegnato, e non ha mai pensato di metterli in discussione, anzi nel tentativo di tenerli alti, in una significativa sequenza il bambino rifiuta di issare la nuova bandiera argentina, simbolo della dittatura militare, rischiando di far scoprire la sua vera identità. 



Tuttavia un mondo fatto di segreti continui, di riunioni clandestine, di armi e di nascondigli non è un mondo adatto ad un ragazzino e Juan ne prende coscienza quando si innamora di Maria, in quel momento, gli ideali dei genitori non sembrano più così assoluti e importanti, perché entrano in gioco gli affetti, e non gli sta più bene di essere obbligato ad uno stile di vita che gli nega la libertà di giocare con gli amici, o di amare qualcuno.  In questo modo il regista ci pone di fronte a molti dubbi, e a molte domande, lasciando a noi il compito di trovare le risposte, perché lui, come Juan, non giudica ma ci mostra in maniera analitica, come molti argentini vivevano in quel difficile periodo, chi per scelta e chi per obbligo. A rendere più lieve quell’assurda esistenza, è la figura di zio Beto, che cerca di donare un po’ di normalità all’infanzia di Juan,  riuscendo anche a organizzargli una festa per il suo finto compleanno. Avila è bravo nel non cadere nella trappola del sentimentalismo o del facile ricatto del voyerismo, e anziché mostrarci la violenza che la dittatura usa nei confronti degli oppositori, la tiene per lo più fuori dall’obiettivo e quel poco che viene mostrato, viene fatto attraverso scene animate (non so quanto sia volontario il rimando a Kill Bill vol.1), come le potrebbe vedere, o immaginare, un bambino spaventato, costretto suo malgrado ad assistere ad avvenimenti più grandi di lui.

domenica 6 marzo 2016

Tre piccole storie

LA PICCOLA MEGERA

Samanta era una ragazzina, molto magra e con lunghi capelli neri che le arrivavano ai fianchi. Portava sempre abitui desueti e la sua pelle olivastra, aveva uno strano odore. Tutti la prendevano in giro, le facevano terribili scherzi e le cose peggiorarono quando la sorpresero a parlare da sola; iniziarono a chiamarla "la megera". Io invece, ne ero innamorato; non so cosa mi attrasse di lei, forse i suoi occhi neri come il buio, o il suo sguardo triste. l'unica cosa di cui sono sicuro è che lei capì quello che provavo per lei, anche se io non ho mai avuto il coraggio di dichiararmi, e probabilmente fu per questo che fui l'unico a salvarmi il giorno in cui bruciò la scuola. Quando mi caricarono sull'ambulanza, la vidi che mi osservava nascosta tra le macerie, così mentre mia madre, ringraziava Dio di avermi salvato, io ringraziai "la megera"



CARUSO

Sono sceso la prima volta nella solfara il giorno del mio undicesimo compleanno. Mi avevano portato via da casa, dagli amici e dagli affetti, per trecento lire e per i successivi sette anni sarei stato una priorità del capo picconiere. Appena sceso in quell'orribile spelonca, mi resi conto che la mia infanzia era finita. Ogni giorno, noi carusi, dovevamo portare fuori carichi di zolfo, anche di trenta chili, attraverso cunicoli poco illuminati, seminudi per ovviare al caldo infernale che faceva li sotto; circondati da uomini-diavoli che sfogavano la loro frustrazione lavorativa e sessuale su noi piccoli. Poi ricordo quel giorno, quando smisi di essere vittima e divenni diavolo.




DOMANI

Il paziente della 09 continua con i suoi deliri, racconta che riesce a vedere il futuro tramite viaggi extracorporei che può fare solo quando è incosciente e quando dorme. Dice che tra meno di un quarto di secolo l'uomo camminerà sulla luna e che circa settant'anni ci saranno computer grandi quanto un taccuino. Oggi poi è più agitato del solito, tanto che ho dovuto somministrargli una dose doppia di calmanti; è convinto che domani ci sarà la fine del mondo. Se continua così sarò costretto a prescrivergli delle sedute di elettroshock.


Dr. Kenji Igawa - Hiroshima, 5 agosto 1945





venerdì 4 marzo 2016

Sogni: L'incidente

Da qualche tempo ho un quaderno accanto al letto che uso per appuntare, appena sveglio, i sogni che ho fatto, in modo da non dimenticarli.
Così ho pensato di riportare qui alcuni di questi sogni, in ordine assolutamente casuale, poi se c'è un bravo psichiatra che riesce a capirne il significato gliene sarei grato :)


Sogno del 12 febbraio 2016

Sono in viaggio in auto con una persona che però non vedo mai. Incontriamo la polizia che ci fa fermare in un posto dove poco prima c'era stato un incidente: un tizio con un furgone bianco, superando i limiti di velocità in centro paese si era scontrato con un'altra auto.
Il mio compagno di viaggio ed io siamo saliti in un locale assieme a poche altre persone e qui troviamo anche alcuni parenti delle vittime. Siamo seduti in una grande sala con diversi tavoli e sedie che intuisco essere quella di un ristorante.
Attraverso la vetrata opaca di una porta vedo le sagome di alcuni di questi parenti che, vinti dal dolore, si gettano dalla terrazza.
In quell'assurdo silenzio, uno dei camerieri chiama il cuoco per mantecare il risotto, ma lui risponde che non vuole pensare al riso dato che è appena morto suo fratello e poi, dopo aver sbattuto la padella a terra si getta dalla terrazza.
Solo a quel punto gli ospiti del ristorante, che stanno pranzando al piano terra, iniziano a urlare spaventati. Un po' alla volta ce ne andiamo tutti attraverso il parcheggio dove giacciono quattro corpi coperti da lenzuola.
In quel momento mi sveglio con un senso d'angoscia.



giovedì 25 febbraio 2016

The kings of summer (2013)



Joe Toy è un adolescente, frustrato dai continui tentativi del padre vedovo, di dirigere la sua vita, con severità e trattandolo ancora come un bambino. Il ragazzo, esasperato, decide di fuggire e di andare a vivere nei boschi assieme all’amico di sempre Patrick, che invece pare avere il problema contrario; genitori troppo presenti, ma che in realtà non ascoltano le vere esigenze del figlio. A loro si aggiunge Biaggio, uno strano ed eccentrico coetaneo. I tre giovani, determinati ad abbandonare il tetto familiare, si costruiscono una casa nel bosco, dove vivere in assoluta libertà, lontani dalle umiliazioni dei genitori e dalle difficoltà della vita quotidiana. 




Il film di Jordan Vogt-Roberts, è il classico “coming-of-age” tanto caro agli americani, non molto diverso da altri film del genere; tuttavia riesce ad essere comunque efficace nella messa in scena del disagio adolescenziale, soprattutto nei confronti delle autorità familiari. Altra particolarità del film, è che è stato girato come una commedia, cosa che ci viene continuamente ricordata dai personaggi secondari, e dai loro atteggiamenti, ma senza per questo rinunciare ad una certa profondità e sensibilità. I tre protagonisti, stanchi di come vengono trattati dai genitori, decidono di scappare di casa e vivere per conto loro nei boschi, con le loro regole e senza dover conto a nessuno, se non a loro stessi. La loro idea di vivere di ciò che la natura gli concede, si rivela però subito difficoltosa, tant’è che per risolvere il problema del cibo, lo risolvono facendo una capatina ad un vicino fast-food (e anche qui si notano i toni da commedia). I veri problemi però vengono fuori quando Joe invita a vedere la loro casa, la ragazza di cui è innamorato, ma questa gli preferisce l’amico Patrick. Il ragazzo umiliato, caccia entrambi in malo modo e poi allontana anche Biaggio, rilevando così tutta le sue insicurezze e debolezze , dovute ad un’età ancora acerba, nonostante la voglia di essere già grande. Il ragazzo riesce però a riscattarsi nel finale, anche agli occhi del padre, dimostrando che, anche se non ancora adulto, comunque sta crescendo e non è più un ragazzino che ha bisogno di essere controllato continuamente.




 Il peggior difetto di questo film, sono i paragoni con i film, ai quali viene accostato: c’è gli lo ha associato a “Stand by me” e chi lo ha definito il nuovo “Into the wild”, due raffronti un po’ eccessivi, perché il film non possiede né la sensibilità e la poesia del primo, né la forza anticonformista del secondo. Non per questo “The Kings of Summer” si può dire un brutto film; anzi sotto la veste leggera da commedia, nasconde una natura drammatica, che riesce a toccare le sensibili corde di un’età difficile come l’adolescenza, e delle problematiche ad essa collegate, senza però cadere nel patetico o melenso.
Molto bravi i tre protagonisti e in particolare Moises Arias, nel ruolo del bizzarro Biaggio.

martedì 23 febbraio 2016

Il destino dell'albero degli impiccati


Dopo una lunga pausa torno con un mio vecchio racconto...spero vi terrorizzi :)

Questa vicenda è accaduta molti anni fa; anche se sarebbe più corretto dire che ebbe inizio molti anni fa.
All'epoca avevo circa venticinque anni e da allora non ne ho mai scritto, ne parlato con qualcuno. Non so perché, forse per una sorta di pudore, o perché sapevo che nessuno mi avrebbe creduto, o forse perché non ci volevo credere io stesso.
Poi l’altra settimana ho letto quell'articolo sul giornale e ho capito che non erano state solo coincidenze, come mi ero voluto illudere fino a quel momento; era tutto vero e lo era sempre stato.
Ora, ho deciso di scrivere tutta la storia per lasciare una testimonianza di quanto accadde quella notte e sulle conseguenze che ebbe per tutti noi, ma soprattutto con la speranza che portandola alla luce, essa rimanga imprigionata in queste pagine, liberandomi da quel senso di colpa che grava su di me come un grosso macigno, da oltre cinquantanni.

Quell'estate avevamo deciso che avremmo passato le vacanze girando l’Italia in moto, senza tappe precise, ma fermandoci di volta in volta dove il destino ci avrebbe condotto.
Simone, Alessandro, Jonathan con la sua eterna fidanzata Martina, ed io, eravamo in viaggio già da una settima e stavamo per lasciare la Toscana, per addentrarci nella verde Umbria. Avevamo trascorso il pomeriggio in un piccolo paese medioevale passeggiando tra le mura del piccolo borgo e visitando alcuni tipici edifici; dopo aver preso un aperitivo partimmo alla ricerca di un posto dove passare la notte.
Eravamo per strada ormai da due ore, e da più di una non incrociavamo anima viva. Improvvisamente ci trovammo avvolti da un'insolita nebbia estiva, talmente fitta che non riuscivo più a distinguere i miei compagni di viaggio, nonostante mi precedessero solo di qualche metro. Allo stesso tempo i rumori dell’ambiente circostante svanirono rapidamente; niente più cinguettio degli uccelli, ne fruscio del vento tra le fronde degli alberi. L’unico rumore che percepivo era quello dei potenti motori delle nostre moto, ma anche questo mi giungeva molto ovattato, come se la densità della nebbia ne assorbisse una parte. Ricordo che perso in quella coltre bianca, provai una strana sensazione, come se fossi prigioniero di una stanza senza pareti.
Poi, così com'era comparsa, la nebbia svanì, non diradandosi lentamente, ma tutta assieme all'improvviso; tant'è che rischiai di andarmi a schiantare contro la Harley di Alessandro.
I miei amici erano tutti fermi sotto ad un grande cartello stradale e stavano osservando la cittadina che si apriva al di la di esso.

Alzai lo sguardo e lessi sul cartello il nome di quel misterioso paese: ARGO.
Erano appena le otto di sera, eppure solo poche case avevano le luci ancora accese. Pensai che, essendo quello un piccolo borgo isolato, probabilmente la gente andava a letto molto presto.
Nella piazza principale, dominata dalla torre del campanile, un unico locale era ancora aperto. Sulla massiccia porta di legno l’insegna recita così: LA FORCA: ALBERGO-BAR-RISTORANTE.
Entrando mi ritrovai in un ambiente spazioso, ma non molto ampio, alcuni tavoli erano stati disposti nella piccola sala e lungo la parete opposta a quella d’entrata c’era il grande bancone da barista.
Quando la porta si chiuse alle mie spalle, gli unici quattro clienti si voltarono ad osservarmi, distogliendo per un attimo l’attenzione dalla partita a carte nella quale erano impegnati.
“Buonasera!” esordii
“Buonasera” mi rispose l’uomo che stava dietro al bancone “posso esserle utile?”
Spiegai che ero appena arrivato in paese con quattro amici, e che cercavamo dove passare la notte.
Per qualche istante l’uomo non disse nulla limitandosi a fissarmi, come se stesse cercando di studiarmi, poi mi sorrise attraverso la folta barba che gli incorniciava il volto.
“Ma certo” disse “potete scegliere la camera che volete, sono tutte libere, purtroppo non abbiamo molti visitatori.”
Chiamai gli altri e dopo averci registrati, l’uomo ci consegnò le chiavi delle due stanze, una tripla per Simone, Alessandro e me, e una matrimoniale per Jonathan e Martina.
“Sarebbe possibile avere qualcosa da mangiare?” chiesi
“Mi spiace” rispose “purtroppo la cucina è chiusa e la dispensa è vuota, ma se volete poco più a valle c’è un pub aperto fino a tardi.”
“Ah, bene!” lo ringraziai e salii in camera per darmi una rinfrescata.
Ci ritrovammo tutti nel salone mezzora dopo e notai divertito che i quattro clienti che avevo visto entrando, erano ancora seduti allo stesso tavolo a giocare a carte.
Chiesi indicazioni al simpatico proprietario su come raggiungere il pub che ci aveva indicato.
“La strada più semplice è quella che passa attraverso i campi qui dietro, non è molto illuminata, ma arriverete dritti a destinazione.”
Un attimo prima di uscire dal locale sentimmo una voce che diceva:
“Attenti all'albero degli impiccati…”
A parlare era stato uno dei quattro giocatori di carte.
“Cosa?” chiese Jonathan
“Tenetevi alla larga dall'albero degli impiccati” ribadì l’uomo.
“Di cosa sta parlando?” insistette Jonathan “Cos'è questa storia?”
Il proprietario dell’albergo trasse un profondo respiro e poi cominciò a raccontare.
“A metà strada tra qui e il pub c’è una grossa quercia dove, nel medioevo, venivano impiccati i condannati a morte. Per molti anni ladri, truffatori e assassini sono stati appesi per il collo proprio su quell'albero. Poi un giorno, un contadino del paese fu accusato ingiustamente di aver violentato e ucciso sette bambini. Nonostante lui continuò a proclamarsi innocente fino alla fine, nessuno gli credette e così anche lui venne impiccato laggiù, ma prima che il nodo scorsoio gli spezzasse il collo, l’uomo lanciò un anatema, una specie di maledizione.
Pochi giorni dopo la sua morte, sette ragazzini furono trovati impiccati alla stessa quercia. Il paese era in preda al panico, e ricordando le ultime parole del contadino ucciso, fu chiamato un prete esorcista per far benedire l’albero.
Da allora nessuno è stato più impiccato, ne si sono ripetuti casi come quello dei sette bambini, ma chiunque si è avvicinato troppo a quell'albero è stato vittima di strane e inquietanti visioni e molta gente del paese è pronta a giurare di aver visto il fantasma del povero contadino, penzolare dal grande albero che la osservava con gli occhi fuori dalle orbite.”
“Accidenti” commentò Martina “proprio una storia da racconto del terrore.”
“Ma è solo una storia” tentò di tranquillizzarla l’albergatore “una leggenda che ormai si tramanda da generazioni, per spaventare i nostri bambini o incauti visitatori come voi” e poi scoppiò in una grossa risata.
“In ogni caso tenetevi lontano da quella quercia” proseguì l’uomo al tavolo, che non aveva mai staccato gli occhi dalle sue carte.

Nessuno di noi parlò durante il tragitto fino al pub e quando fummo nei pressi dell’albero, tutti e cinque affrettammo il passo.
Tuttavia, una volta arrivati, e dopo aver bevuto un paio di birre a testa, concludemmo che l’albergatore e i quattro clienti si erano solo voluti divertire alle nostre spalle, spaventandoci un po’.
Passammo il resto della serata mangiando, bevendo e scherzando, dimenticandoci presto del lugubre racconto.
Quando uscimmo dal locale eravamo tutti piuttosto brilli, ma anche allegri e sereni, inconsapevoli di quanto stava per accadere.
Non so perché agii in quel modo, so solo che ripensandoci ora la mi pare tutto ancora più assurdo perché non era una cosa da me.
Avvisai i miei compagni che dovevo affrettarmi a tornare in albergo, perché colpito da un inaspettato mal di stomaco, ma appena li ebbi distanziati a sufficienza mi nascosi dietro ad un albero per poi saltare fuori e spaventarli.
Mentre li aspettavo mi sedetti a terra, poggiando la schiena contro il grosso tronco e solo allora mi accorsi che mi ero nascosto proprio dietro all'albero degli impiccati.
Tentai di rialzarmi, ma non riuscii a muovere neppure un muscolo, sentivo su di me una forza invisibile che mi teneva ancorato ai piedi di quella quercia.
Fui sopraffatto dal panico, sentivo il cuore che mi martellava impazzito nel petto e sembrava sul punto di uscirmi dalla gola.
Finalmente udii i miei amici avvicinarsi e cercai di urlare per attirare la loro attenzione, ma non un fiato mi uscì dalla mia bocca.
Vidi, poi, che tutti e quattro si voltarono verso la mia direzione e nei loro occhi lessi terrore allo stato puro, Martina urlò il mio nome indicando il punto in cui ero nascosto.
Alessandro e Simone si avvicinarono di qualche passo alla vecchia quercia.
“Si è proprio lui…” bisbigliò Simone
“Oh mio Dio, allora la storia dell’albergatore è vera…” disse Alessandro “qualcuno lo ha impiccato”
Provai in tutti i modi a liberarmi dalla mia prigionia e di avvisare i miei amici che quello che vedevano penzolare dai rami dell’albero non ero io, ma fu tutto inutile,
ogni mio tentativo di spezzare le invisibili catene che mi tenevano bloccato, risultò vano.
Un’improvvisa luce abbagliante mi costrinse a chiudere gli occhi e quando riuscì a riaprirli, quello che vidi rischiò di farmi impazzire.
Tutto attorno a me era cambiato. Ora era giorno fatto e non c’erano ne alberi, ne campi, mi trovavo nella piazza di una grossa città. La via principale era molto affollata e le lunghe file di luci e decorazioni mi fecero supporre che era periodo di Natale.

Dov'ero finito e soprattutto come ci ero arrivato?

Poi, in mezzo a tutta quella gente, riconobbi il volto di Alessandro, anche se c’era qualcosa di diverso in lui, che al momento non riuscii a decifrare.
Vidi che il mio amico teneva per mano un bambino di circa sei anni e notai che questi gli assomigliava in maniera sorprendente. Mi avvicinai ad Alessandro per salutarlo e per farmi spiegare cosa fosse successo, ma nonostante arrivai sfiorargli il braccio lui sembrò non notarmi, nemmeno dopo che lo chiamai per nome. Provai allora a rivolgermi a qualcun altro per chiedere aiuto, ma anche per tutti gli altri ero soltanto un fantasma.
Stavo sognando, ero ancora seduto sotto alla grande quercia, mi ero addormentato e stavo sognando. 
Eppure io mi sentivo sveglio e quello non era uno dei soliti sogni che ognuno fa ogni notte, c’era qualcosa di terribilmente reale.
Tornai a concentrarmi su ciò che stava accadendo attorno a me quando sentii Alessandro urlare.
Il bambino che era con lui, si era lasciato inavvertitamente sfuggire la palla che  aveva sotto braccio, e corse in mezzo alla strada per recuperarla. Proprio in quell'istante un’auto che sbucò dall'incrocio, si stava dirigendo addosso al bambino. Alessandro, con un rapido scatto, riuscì a spingerlo dall'altra parte della strada, ma non poté evitare l’auto che lo travolse in pieno. Il colpo lo fece volare per una decina di metri e poi sbatté la nuca contro lo spigolo del marciapiedi. Non si rialzò più.
Il bambino si gettò sul corpo esanime dell’uomo.
“Papà …!” urlò con la voce rotta dal pianto.
Urlai anch'io, in preda alla disperazione, avevo appena visto morire uno dei miei migliori amici e non avevo potuto far nulla per evitarlo.
La testa cominciò a girarmi vorticosamente, non riuscivo più a dare un senso alle cose che stavano accadendo.
Chiusi gli occhi, esausto, sperando che quando li avessi aperti mi sarei ritrovato nel letto dell’albergo, scoprendo di aver avuto soltanto un incubo intenso.
Invece, riaprendo gli occhi, lo scenario era cambiato ancora. Mi trovavo ora nel salottino di una piccola, ma accogliente casa; il caminetto era acceso e il riverbero delle fiamme allungava le ombre degli oggetti, donando alla stanza un che di mefistofelico. Due figure scure, giacevano addormentate sul divano, unite in un intimo abbraccio, mentre dallo stereo i Cure cantavano il loro amore disperando, riempiendo l’aria di note struggenti:

"Don't look don't look
the shadows breathe
Whispering me away from you
"Don't wake at night to watch her sleep…”

Erano Jonathan e Martina, certo invecchiati, avranno avuto entrambi sui quarant’anni, ma erano indubbiamente loro.
Un piccolo scoppiettio attirò la mia attenzione e vidi un piccolo tizzone schizzare sulla tenda vicina, che immediatamente prese fuoco. Tentai inutilmente di svegliare i miei due amici, ma senza nessun risultato. Ancora una volta non potevo essere ne visto, ne sentito.

 “But every night I burn
But every night I call your name
Every night I burn
Every night I fall again…”

In breve tempo l’intera stanza fu avvolta dalle fiamme, ma ne Jonathan ne Martina se ne resero conto. Probabilmente morirono soffocati dal fumo, molto prima che il fuoco raggiungesse il divano.
Io continuavo a sentirmi impotente, un po’ come doveva essere capitato a Ebenezer Scrooge, quando ricevette le visite degli spiriti del Natale passato, presente e futuro.

La visione di quell'orrore cominciò lentamente a svanire, intrecciandosi con una nuova, mentre i Cure continuavano a cantare la loro storia

“Still every night I burn
Every night I scream your name
Every night I burn
Every night the dream's the same
Every night I burn
Waiting for my only friend
Every night I burn
Waiting for the world to end”

Ora ero seduto al tavolo di una mensa, attorno a me c’era soltanto povera gente, vestita di abiti lerci e puzzolenti, intenta a strafogarsi di cibo, che probabilmente non vedevano da diversi giorni.
Un pezzo di carne in più nel piatto di uno di loro, fu l’inizio della disputa tra due clochard e uno di essi estrasse un coltello a serramanico con fare minaccioso.
Un vecchio si mise in mezzo per cercare di sedare la rissa, ma l’uomo che con il coltello in mano non ci badò e affondò ugualmente l’arma, recidendo di netto la carotide al pover’ uomo. Ci fu un fuggi fuggi generale, solo un paio di inservienti della mensa riuscirono a bloccare il colpevole e a chiamare i soccorsi, anche se probabilmente era troppo tardi.
Mi avvicinai tremando all'uomo agonizzante, sapendo già cosa avrei visto.
A terra, in un lago di sangue con il respiro sempre più corto c’era Simone. Doveva avere almeno settantanni, lunghe rughe gli solcavano la fronte, la folta barba era sporca del cibo che non aveva nemmeno finito di mangiare. Avevo fatto fatica a riconoscerlo, tanto era cambiato, ma ora che stava morendo il suo viso era tornato quello di quando eravamo ragazzi.
Cominciai a piangere, piansi per Alessandro e suo figlio rimasto orfano; piansi per Jonathan e Martina e piansi per Simone, morto solo e dimenticato da tutti.
Tutte quelle visioni di morte, sulle quali non avevo potere mi sfinirono definitivamente e questa volta caddi addormentato in un sonno senza sogni.
Quando mi svegliai ero di nuovo sotto all'albero degli impiccati, ma dei miei amici non c’era traccia.
Riuscì a mettermi in piedi senza nessuna fatica e lentamente tornai all'albergo.
Quando entrai i miei amici erano seduti ad uno dei tavolini, con la testa tra le mani, immersi in un inquietante silenzio.
Il primo ad accorgersi della mia presenza fu Alessandro, che si lasciò sfuggire un urlo strozzato. Poi anche gli altri si voltarono verso di me e mi guardarono tanto stupiti, quanto spaventati.

Alle prime luci dell’alba eravamo ancora seduti a quel tavolino, diventato per noi, ormai così noto. Per tutta la notte mi raccontarono di quello che era accaduto da quando li avevo lasciati per fargli lo scherzo, di come avessero avuto una strana sensazione passando accanto alla vecchia quercia e che erano sicurissimi di avermi visto penzolare con una corda al collo. Mi dissero che erano tornati subito all'albergo e che mentre il proprietario stava per chiamare i soccorsi, io avevo fatto il mio ingresso, come se nulla fosse.
Io invece non raccontai nulla della mia esperienza, non volevo turbarli più di quanto non lo fossero già.
Inoltre mi stavo convincendo che probabilmente mi ero addormentato qualche minuto e avevo sognato tutto.
Il giorno seguente partimmo e decidemmo di tornare subito a casa. Quella fu l’ultima vacanza che facemmo tutti assieme, in breve tempo ognuno prese la sua strada e ci perdemmo di vista.

Io continuai a credere che tutto quello che era accaduto fosse stato solo un brutto incubo, continuai a crederlo anche quando venni a sapere che Alessandro era morto investito da un’auto per salvare il figlio. Volli illudermi anche quando anche quando al telegiornale parlarono di un incendio in cui morì una giovane coppia di sposi. Poi la settimana scorsa, leggendo il giornale, appresi di un clochard accoltellato a morte in un ricovero per senza tetto, mentre cercava di sedare una rissa.
Ora non potevo più mentire a me stesso, per troppo tempo lo avevo fatto. I fatti di quella notte erano stati reali, in qualche modo ero riuscito a vedere il futuro e non potei fare a meno di sentirmi in colpa per aver taciuto.
Forse se avessi raccontato tutto avrei potuto salvare i miei amici, o forse era destino che morissero a quel modo e qualunque cosa avessi fatto non avrei potuto cambiarlo.
Ora sono qui, seduto a questa scrivania, che sto finendo di scrivere questa storia e mi chiedo quale sia il destino mi aspetta. Ma la risposta la so già.
Il mio destino è legato ad una corda ed ad un albero in uno sperduto paese del centro Italia. 


mercoledì 30 dicembre 2015

It Follows (2014)



Dopo il primo incontro amoroso con il suo ragazzo, Jay si risveglia legata ad una sedia. Lui le spiega che le ha trasmesso un virus, una maledizione, per cui sarà perseguitata da misteriose figure (a volte sconosciuti, altre persone familiari) che tenteranno di ucciderla. L’unico modo per liberarsi da questa condanna è andare a letto con qualcuno, passando a lui la dannazione.

“It Follows”, esso ti segue, già il titolo è qualcosa di geniale creando un alone di mistero attorno a questa cosa, a questa entità malefica che perseguita la protagonista del film e già dalla prima scena, che urla “Capenter” a pieni polmoni, capisci che siamo di fronte ad un prodotto di ottima levatura, perché si David Robert Mitchell, si ispira al regista di “Halloween”, ma lo fa con intelligenza , senza scopiazzare, ma ricreando a modo suo le ambientazioni in cui si muoveva Michael Myers.



Così pur avvicinandosi agli horror degli anni 70 e 80, “It Follows” ne è anche enormemente distante: le scene sanguinolente si contano sulle punte di tre dita, non ci sono rumori improvvisi o mostri che appaiono da dietro l’angolo, ma questo film riesce a essere altrettanto angosciante e spaventoso, grazie alla continua minaccia, che pur camminando lentamente, risulta inarrestabile. Il regista si muove molto bene dietro alla macchina da presa creando ottime inquadrature che scendono in morbosi dettagli. Perfetta anche la fotografia, che rispecchia l’animo dei protagonisti impauriti e malinconici e splendida la colonna sonora, che pure richiama il cinema Carpenteriano.
Il film non è certo privo di difetti, soprattutto di sceneggiatura, basti pensare alla scena della piscina che risulta un po’ forzata, e in altre scene i personaggi si comportano in maniera poco logica, ma stiamo pur sempre parlando di un horror e in ogni caso, in un prodotto del genere, qualche sbavatura si perdona.



Per quanto riguarda i significati, quello più evidente è quello di giovani abbandonati a se stessi e alle loro paure, in cui gli adulti sono assenti, se non peggio, nemici (l’entità nella già citata scena della piscina ne è une esempio). Mitchell invece si mantiene più vago sulla malattia (il male del secolo non viene mai nominato), non ci dice da dove proviene, non ci spiega chi sono questi esseri, non è ben chiaro nemmeno se voglia metterci in guardia dalla promiscuità sessuale, come faceva una vecchia pubblicità degli anni 80 e strizzando l’occhio al Cronenberg de “Il demone sotto la pelle” (e comunque ai teen-horror in generale in cui una regola non scritta prevede che chi cede al peccato della lussuria non arrivi vivo a fine film),o invece ci spinga ad avere più avventure possibili, dato che è l’unico modo di togliere la maledizione è passarla ad un’altra persona attraverso un rapporto sessuale.
 E così si arriva al bellissimo finale, aperto, ma per nulla consolatorio, un finale che ci lascia quella sensazione di disagio e inquietudine che fanno di questo film, uno dei migliori prodotti di genere dell’anno.

mercoledì 23 dicembre 2015

Non è buono ciò che è buono

E' quasi Natale: ecco dunque un racconto a tema, un po' diverso dai soliti...

“Perché mi fai questo?” chiese il piccolo Filippo rannicchiato in un angolo accanto al caminetto acceso.
“Perché sei stato cattivo” rispose l’uomo ridendo, e calò con forza la mannaia sulla testa del bambino, provocando un rumore secco, come di legna spezzata. Il sangue schizzò sul pavimento, sulle pareti e sulle tende della finestra; alcune gocce arrivarono addirittura sul soffitto. Poi gettò il corpo dentro ad un sacco, se lo caricò in spalla e se ne andò.
Arrivato a casa, passò per la cucina dove svuotò il sacco sul grosso tavolo in legno.  Ne uscirono una mezza dozzina di piccoli corpicini, alcuni dei quali fatti a pezzi, che macchiarono la tavola di sangue ancora fresco. Per un istante, l’uomo si ritrovò a fissare gli occhi ancora spalancati, dell’ultimo bambino a cui aveva fatto visita, ma si affrettò a distogliere lo sguardo.
“Ketkrókur!” chiamò
Un omino, basso di statura, arrivò tutto trafelato: "Si, capo!?"
“E’ arrivata la cena” rispose l’uomo indicando i cadaveri sul tavolo “i vestiti gettali con gli altri nello scantinato…Io intanto vado a lavarmi…”
“Va bene capo”
Mentre Ketkrókur, faceva bollire quelle tenere carni, l’uomo si infilò sotto la doccia bollente, lasciando che l’acqua gli scivolasse su tutto il corpo, portandosi via tutta la stanchezza accumulata quel giorno. Poi si insaponò per bene, lavando con cura la folta barba, e prima di uscire, si concesse una sega, ripensando a quella graziosa brunetta della sera prima. I migliori cinquanta euro spesi per una scopata.
Indossò l’accappatoio rosso, e poiché la cena non era ancora pronta, si accese un sigaro che andò a fumare in veranda. Le stelle erano particolarmente luminose quella sera e l’aria, fresca e frizzante; una serata ideale per portarsi avanti con il lavoro. Cominciava a essere stanco, erano ormai tre mesi che lavorava tutti i giorni, quattordici ore al giorno, la maggior parte delle quali di sera. Ma ormai mancava poco, ancora un paio di settimane e se ne sarebbe andato in vacanza; quest’anno a Santo Domingo, spiagge calde e ragazze seminude.
“Prima però mi ci vuole qualche lampada abbronzante” pensò “sono bianco come un cadavere”
Una voce interruppe i suoi pensieri.
“Cosa?”
“E’ pronto, capo” ripetè Ketkrókur
La grande tavola era stata preparata per una sola persona. Lui voleva così. Quando aveva finito, i suoi aiutanti potevano sedersi tutti assieme e finire quello che era rimasto, o anche cucinarsi qualcosa in più se preferivano, ma prima lui doveva mangiare da solo.
Consumò il suo pasto avidamente, e dopo essersi pulito la barba con il dorso della mano, si lasciò sfuggire un grosso rutto.
“Beh, devo ammettere che non eravate così cattivi come credevo. Anzi siete stati proprio gustosi”
Rise di gusto a quella battuta; poi andò al mobile bar e si versò un bicchiere di cognac, che ingurgitò tutto d’un fiato.
Un altro piccolo omino entrò silenziosamente nel soggiorno
“Capo, è tutto pronto, i sacchi li abbiamo già caricati…”
“Oh…grazie” rispose l’uomo “prima però portami un po‘ di quella roba”
“Ma capo…” obiettò l’omino
“Ohh…non rompere i coglioni anche tu…o ti faccio fare la fine di tuo cugino…”
“Okey…scusa” disse l’omino sparendo alla svelta.
Ritornò dopo pochi minuti portando una bustina piena di polvere bianca.
L’uomo ne prese una manciata, e dopo averla ben sistemata sul tavolo, la fece sparire su per il naso.
“Bene ora posso anche andare”
L’uomo indossò il suo vestito rosso da lavoro, i suoi stivali neri da lavoro, poi uscì e salì sul suo pick-up da lavoro.
Un altro di quei piccoli omini arrivò di corsa:
“Santa Claus, le liste!” disse consegnando due grosse agende
Grazie, Giljagaur” rispose l’uomo
Sulla prima delle due agende, era scritto in grandi caratteri dorati: “BAMBINI BUONI”, e dopo una veloce occhiata la gettò sul sedile posteriore. Poi prese la seconda agenda, sulla quale era scritto in caratteri cubitali rossi “BAMBINI CATTIVI”, la sfogliò fino a che arrivò alla pagina segnata con una piegatura; con la penna cancellò l’ultimo nome non ancora depennato, poi accese il motore e partì.